terça-feira, 18 de setembro de 2012
Memorie di un tempo che fu
Mi chiamo Ilo Plinio (Lupo) per gli amici sono nato nel 1940 in un paese della Marsica.
Quando sono nato (la notte tra il 24 e 25 febbraio), i lupi giravano per il paese a procura di cibo; di qualsiasi cosa (siano: mucche, muli, asini, pecore, capre, cani, gatti o persone) che involontariamente si trovavano fuori di casa o delle stalle mal chiuse.
Il mio primo vagito deve essere stato un: auuuuu! Per avermi (mio padre) voluto chiamare Lupo.
Quando fui registrato, non accettarono il nome Lupo, così mio padre mi chiamò Ilo.
Il cognome Plinio (da una ricerca fatta) viene dal tempo dei romani in cui c’era uno che si chiamava: Caius Plinius Secundus.
Inoltre viene da un pianeta della costellazione di Venere.
Quando ero piccolo, i miei compagni di giochi, per prendermi in giro mi chiamavano Lupo e emettevano gli ululati e io da lupocchiotto, ogni volta che ne prendevo qualcuno, lo mordevo e poi prendevo le botte da mio padre, non sentendo le mie ragioni.
Finita la guerra, nel 1945, i miei genitori, insieme ai miei fratelli, ci misero in collegio.
Ne uscii a 11 anni e frequentai la scuola Media.
A 11 anni non sapevo niente del sesso (maschile e femminile) e delle loro funzioni, oltre ai bisogni corporali.
Fu Rosa, una domestica che si occupava di me e di mia sorella maggiore, tre anni più grande.
Una notte ci fu un grande temporale, con tuoni e lampi.
Mi svegliai strillando: « La guerra, la guerra. »
I tuoni e i lampi erano i miei ricordi d’infanzia, quando gli alleati bombardavano l’Abazia di Monte Cassino.
Rosa per calmarmi entrò nel mio letto e prendendomi tra le braccia, mi cullò come fossi un neonato.
Come un neonato, trovato un seno, mi attaccai al capezzolo e cominciai a succhiarlo.
A Rosa non dovette dargli fastidio, perché mi ci lasciò attaccato tutta la notte.
La mattina dopo mentre mi accompagnava a scuola, mi disse che le era piaciuto e che me lo avrebbe permetto tutte le notti.
Una notte oltre a lasciarmi toccare i suoi seni, mi insegnò dove mettere il mio pisellino.
Era dentro un foro che aveva davanti, nello stesso posto dove io avevo il pisellino.
La cosa mi piaque tanto che gli feci la pipì dentro.
Un giorno scusandomi di quello che avevo fatto, mi disse che quello che avevo pensato fosse la pipì, non erano altro che umori.
Volli sapere cosa erano gli umori e lei da buona maestra mi disse che erano quelli che facevano nascere i bambini.
Rimasi impressionato a quella rivelazione, dicendole: « Allora tu avrai un bambino da me. »
Rosa mi assicurò che a lei non sarebbe successo.
Non chiesi del perché.
Rosa mi disse che, se mi fosse capitato di farlo con una compagnetta, dovevo stare attento a non lasciarlo dentro.
« Come devo fare? »
Lei mi insegnò come farlo e per qualche notti, mi esercitai a tirarlo fuori, quando sentivo che gli umori mi stavano per uscire.
Rosa mi disse che; con le donne più grandi di me, potevo lasciarcelo dentro,
essendo loro più grandi era compito loro a far sì che non rimanessero incinte.
Mi insegnò tante cose che; alla fine della scuola, venni bocciato dalla maestra e promosso da Rosa.
Poi la curiosità di scoprire nuovi buchi, mi dava un gran da fare con le compagnette, specie con quella che mi stava accanto nell’aula.
Il nostro banco si trovava nell’ultima fila vicino la finestra.
Un giorno mentre il Professore di Storia stava parlando, feci scivolare la mano sinistra sul ginocchio destro di Fiammetta.
« Che fai? »
« Zitta, non distrairti e lasciami fare. »
Dal ginocchio passai tra le gambe e cominciai a sollevarle il vestitino azzurro.
Come cercai di mettere la mano tra le coscia, Fiammetta strinse le gambe.
« Vedrai come sarà piacere sentire la mia mano. »
Lei continuava a stringere le gambe e io a cercare di farmi strada.
A poco a poco le cominciò ad allentare, favorendomi la stada verso le sue mutandine che scostai e introdussi il dito medio nella sua piccola fessura.
Fiammetta era diventata rossa e per nascondere il rossore, ci aveva messo una mano (quella sinistra).
Sapevo dove si trovava il bottoncino (clitoride); che presi a stuzzicare.
A Fiammetta doveva piacere o dare fastidio, tanto si agitava.
Quel suo agitare, chiamò l’attenzione del Professore.
« Fiammetta che hai da agitarti tanto? »
« Non só, forse un insetto mi è venuto addosso. »
« Vai al bagno e vedi di trovarlo. »
Fiammetta andò al bagno e quando tornò, non si agitava più.
Durante l’intervallo l’avvicinai e senza farmi sentire dagli altri, gli dissi: « Ti è piaciuto? »
« Non só, è che mi stava per scappare la pipì. »
« Quello che ti stava scappando non era la pipì, ma gli umori. »
Fiammetta ingenuamente volle sapere cosa erano gli umori.
Ed io prendendola da parte gli dissi: « Quando accarezziamo i nostri sessi, a lungo andare, si scaldano e lasciano fuoriuscire gli umori. Dopo che sono usciti, ti senti meglio di prima. »
Finirono le lezioni e separatamente tornammo a casa.
Il giorno dopo andai presto a scuola e girovagai per il fabbricato.
Girando, girando, trovai un ripostiglio dove c’erano gli attrezzi per la pulizia delle aule.
Durante l’intervallo presi Fiammetta e gli dissi: « Ho trovato un posto, lì potremmo stare tranquilli e toccarci a vicenda. »
Fiammetta non volle vederlo e scappò via.
Non me la presi.
Dopo qualche giorno, durante le lezioni le dissi: « Ci ho portato Paola e gli è piaciuto molto. »
Lei alzò le spalle e non disse niente.
Un altro giorno le dissi: « Ci ho portato Maria e le è piaciuto molto. »
Così un giorno dopo l’altro, gli dissi che ci avevo portato tutte le compagne di aula.
Un giorno all’intervallo, mi prese per mano e mi disse: « Ci voglio andare anchio a quel posto. »
« Domani subito all’intervallo. »
Così avvenne...
Al suono della campanella uscimmo con gli altri e invece di andare nel cortile, ci dirigemmo nel seminterrato e guardandoci attorno ci infilammo nel ripostiglio e una volta dentro presi Fiammetta tra le braccia e la strinsi a me.
Poco dopo Fiammetta cominciò a tirarsi indietro.
« Che c’è? »
« C’è qualcosa che mi spinge addosso. »
« Quello che senti è il mio pisello. »
Poi appoggiandola alla scala le sollevai il vestitino (rosa) e cercai di toglierle le mutandine.
« Non farlo! »
E non lo feci, misi solo la mano destra sotto l’elastico e portandola tra le gambe, la misi sopra la fichina.
Cominciandola ad accarezzare, la fichina si aprì e potei toccare il piccolo clitoride.
« Si, sì, ma fai presto. »
Cercando di essere più veloce possibile, presi a strofinare il clitoride.
Cominciò a spingere ritmicamente i fianchi in avanti, come se cavalcasse un pony al trotto.
Bastarono pochi minuti perché inarcasse il dorso, mentre sentivo tutti i muscoli del piccolo corpo di lei tendersi in modo spasmodico.
Ad un tratto, lei fu scossa da un fremito e lanciò un grido (che riuscii a smorzare con la bocca sulla sua) e ricadde all’indietro, accasciandosi tra le mie braccia come morta.
Mi allarmai e lasciandola aprii un poco la porta, poi, guardandole il volto, vidi che era arrossato, con gli occhi chiusi e il labbro superiore costellato di goccioline di sudore (nell’interno con la porta chiusa, faceva caldo).
Fiammetta aprì gli occhi dicendo: « Non credevo che fosse così bello, dovremmo farlo ancora. »
« Lo faremo tutte le volte che vorrai; però mi raccomando, non una parola con le altre, sennò per gelosia faranno la spia e lo sapranno tutti, compresi i tuoi genitori. »
Da quel giorno stavamo sempre insieme (non nello sgabuzzino) e i nostri compagni, per prenderci in giro, cominciarono a chiamarci: « I due fidanzatini.»
Fiammetta dopo il primo assaggio, lo volle ripeterlo e dopo ogni volta metteva un assorbente che aveva rubato alla mamma per non sporcarsi le mutandine.
In quel periodo nei bagni delle ragazzine non c’erano i bidè, così Fiammetta non si poteva lavare, lo faceva solo quando tornava a casa.
Oltre al dito ci misi anche la lingua e una volta perfino il pisello.
Il pisello non lo misi completamente dentro, ma guidandolo con la mano, lo feci strofinare sul clitoride dandoci ambedue un immenso piacere.
Un giorno Fiammetta non venne a scuola e gli portai a casa i compiti da fare.
Una volta suonato alla porta e fattimi entrare dalla madre, mi presentai.
La madre mi conosceva (di nome) Fiammetta gli aveva parlato di me.
Anzitutto chiesi della salute di Fiammetta, poi mostrai i compiti che doveva fare, la madre mi accompagnò nella stanza di Fiammetta che come mi vide fu contenta di vedermi.
Mi chiese di quello che s’era fatto quel giorno e quando cominciai a parlare di un capitolo di storia, la madre ci lasciò soli.
Una volta soli, Fiammetta volle che mi sedessi sul letto e prendendomi una mano la mise sotto e in mezzo alle sue gambe e mentre recitavo a voce chiara, le accarezzavo la fichina e il clitoride.
Dalla storia passammo alla giografia e poi alle scenze.
Era già arrivata al piacere, quando sentimmo arrivare la madre.
Subito scesi dal letto e tornai a sedermi sulla sedia.
« Devo scendere a comprare le medicine e fare la spesa; vi posso lasciare soli, mi posso fidare? (quello lo disse rivolgendosi a me).
Come sentimmo chiudere la porta di casa; Fiammetta si tolse la camicia da notte e volle che mi spogliassi anchio.
Una volta nudo mi infilai nel letto e abbracciato a Fiammetta facemmo l’amore.
Non completamente, solo che io accarezzai la fichina di Fiammetta e lei accarezzo il mio pisellino.
Avevamo finito di godere entrambi, quando sentimmo a prire la porta di casa; in un lampo, io mi rivestii e Fiammetta si rimise la camicia da notte.
Quando la madre entrò in camera e vide le guance rosse di Fiammetta, pensò al ritorno della febbre e mi disse di lasciarla riposare; avevamo studiato abbastanza.
Alla fine dell’anno scolastico venimmo ambedue bocciati (era da prevederlo), Fiammetta ripetè l’anno e io nò.
Mio padre mi rimise in un altro collegio, anche lì venni bocciato.
Dopo un altro collegio (stesso risultato), mio padre mi disse: « Se non hai voglia di studiare, ti devi mettere a lavorare.
A tredici anni, a lavorare (questo si potrebbe chiamare, sfruttamento dei minori).
Il lavoro mi piaceva, tanto più quando scoprii che dalla cantina, attraverso una grada, si poteva vedere quello che stava sotto i vestiti delle donne.
Di notte, Rosa mi accarezzava il pisello e mi faceva giocare con tutto quello che aveva addosso
Mentre di giorno, quando vedevo qualcosa di più di una mutanda o mutandina, mi dovevo accarezzare il pisello da solo.
Tutto andò bene, fino a quando, per fare lo spavaldo, dissi alle compagnette, di che colore portavano le mutandine e quando non le portavano.
Apriti cielo; presi un sacco di botte da mio padre che poi mandò a incementare la grada.
Fine dello spettacolo gratuito.
Ma lo spettacolo, lo potevo vedere, basta pagarlo.
Così ogni tanto spariva qualcosa: un profumo, delle sigarette ecc. ecc.
Come era da prevederlo, alla fine, fui scoperto e dovetti cambiare mestiere.
Feci un pò di tutto, ma ogni volta che mettevo le mani sotto i vestiti delle donne, venivo mandato via.
Una volta lavorai in un caffè.
Il mio lavoro, oltre a lavare: tazzine, bicchieri e il pavimento, era di fare le consegne.
Per lo più, dovevo consegnare il latte.
Il latte a quell’epoca, si vendeva in bottiglie di vetro e molta gente preferiva farsi portare il latte a casa che, andare in giro per negozi con la bottiglia del latte; che poi, aveva un certo peso.
Da Rosa, in quel periodo avevo imparato molte cose, una delle quali era, di fare il timido.
Il timido non era quello che mi piaceva fare, ma a detta di Rosa, potevo fare più conquiste che non l’esuberante.
Fare l’esuberante, non sempre riuscivo ad arrivare dove volevo arrivare, più delle volte, prendevo solo botte.
Così facevo una fatica a controllarmi quando consegnavo il latte e chi veniva ad aprire la porta era una donna in vestaglia.
Un giorno consegnai il latte ad una casa; ad aprirmi fu una bella ragazzotta che mi invitò ad entrare in casa, con la scusa di cercare i soldi per il latte.
Poco dopo fui raggiunto da altre due ragazze più giovani della ragazzotta e insieme, cominciarono a tormentarmi con tante domande insidiose.
Volevano sapere, cosa c’era di differente tra il corpo di un maschio e quello di una femmina.
Come se non lo sapessero. Invece di andare subito al punto, come: il pisello e la fica, ci girai attorno, come mi aveva detto Rosa.
Più mi avvicinavo alla Cosa e più loro si eccitavano.
Alla fine non potendone più, mi saltarono addosso e in meno che si dica; eravamo tutti e quattro nudi.
A quel punto, si poteva vedere, la differenza.
Tornarono a tormentarmi con altre domande.
« A che serve quel coso che hai in mezzo alle gambe, e perché non ce l’abbiamo anche noi? ».
Mi volevo sottrarre, sapevo come sarebbe andata a finire.
Per accontentare loro, finivo di essere mandato via dal lavoro, cercai di rivestirmi ed andare via, ma loro, non volevano e minacciando di gettere i miei vestiti dalla finestra, mi costrinsero a fare con loro tante cose che, alla fine, finivano con l’introduzione del pisello nella loro fica e lasciarlo fino alla fine.
Come andò a finire con quelle ragazze non lo sò.
Come tornai al caffè oltre a una romanzina, fui cacciato dal lavoro e dovetti cambiare zona.
Rosa ogni notte mi diceva: « stai calmo; non prendere l’iniziativa, » ed io da buono alunno, lasciavo fosse Rosa a levarmi le mutande e indicare la strada dove dovevo entrare.
Con Rosa avevo imparato il nomi di tutti gli attributi: maschili e femminili.
Noi maschi ne abbiamo solo uno in particolare che ha tanti nomi.
Il più conosciuto è: Cazzo, poi a seconda della regione, a Sud lo chiamano Minghia, al Nord, Belino.
Poi c’erano altri nomi che nascondevano il significato reale; che poi era sempre lo stesso; come: Pene, membro, pisello, fava, banana, uccello, pesce.
Le donne avevano più attributi, come i seni, la vagina, il sedere e la bocca.
La vagina, si poteva chiamarla anche: Vagina, vulva, fica, cella, chiavica, sorca.
I seni: Mammelle, Zinne, Poppe, Tette.
Il gesto di fare l’amore era: Accoppiamento, Scopare, Chiavare, Copulare.
Noi maschi quando abbiamo voglia di scopare e non abbiamo una donna a portata di mano, ci tocca a strofinare energicamente il cazzo con la mano destra, pensando che, lo stia facendo la donna che si desidera scopare, fino a che, fuoriesce il liquido che è chiamato seme o sperma.
Anche le donne hanno i nostri stessi desideri e non sempre li possono soddisfare e, quando non trovano un pisello che si infila dentro la loro fica, o come la vogliamo chiamare, si devono accontentare di introdurre un dito o qualsiasi cosa che assomigli al pisello, come: una banana o una carota dentro la fica e strofinarla contro il clitoride fino a provocare la fuoriuscita del liquido ovvero arrivare all’orgasmo.
Da Rosa e da tante altre donne avevo appreso che: non si deve puntare subito sulla fica, ma girargli intorno, provocando degli stimoli erotici alla donna che, alla fine, non potendone più, mi diceva di introdurre il cazzo dentro la fica e farla finita.
D’estate, quando chiudevano i negozi, con i miei genitori andavamo in un paese in montagna.
Lì le ragazze non erano come quelle di città; più sfacciate o smaliziate, le ragazze pensavano alle cose serie; non alle porcherie che facevano le ragazze di città.
Ogni occasione era buona, quando a loro insaputa riuscivo a guardare sotto le loro gonne.
In quel periodo, non tutte le case avevano il bagno in casa.
La notte usavano il vaso da notte, il giorno andavano per cespugli.
Così non dovevo far altro che seguire una ragazza quando si allontanava dall’abitato e cercando di non farmi vedere, le spiavo mentre facevano i loro bisogni.
La maggior parte di loro non portava le mutande.
Un giorno ebbi l’impressione di essere stato scoperto perché la ragazza del momento, quando andò dietro al cespuglio, invece di stare con il culo rivolto al cespuglio, lo voltò verso la mia parte e tirandosi sù la gonna, mi mostrò un bel culetto e come si piegò per orinare, anche un ciuffo dei suoi peli.
Mi venne una voglia di uscire allo scoperto e saltagli addosso, e, se poi non ci stava...apriti cielo si sarebbe messa a strillare da far accorrere tutto il paese.
Così mi limitai a guardarla.
Un paesano (un cugino alla lontana), si sposò a Roma e portò la moglie a vivere al paese, accanto ai suoi genitori.
Lui faceva il camionista e dal Lunedì al Sabato andava a fare i trasporti, la notte del Sabato e quella della Domenica, la passava con la mogliettina, facendoci i suoi doveri coniugali.
Poi il Lunedì mattina ripartiva e la moglie restava sola tutta la settimana.
Pochi giorni dopo che si era sposata, mi trovai a passare nei pressi della sua casa.
Lei stava fuori a bagnare dei fiori.
La salutai, mi salutò, poi cominciammo a parlare di come era finita a quel paese sperduto in mezzo alle montagne.
Mi disse, si era sposata con uno del paese e lui per paura di chissà cosa, l’aveva portata al suo paese, lontano dalla tentazione della carne.
Mi invitò ad entrare, mi offrì un caffè, e mi chiese di parlare un pò di me.
Le dissi quello che voleva sapere e quando mi chiese, se avevo già avuto rapporti sessuali, le parlai di Rosa e di tutte quelle donne cui avevo avuto rapporto.
La cosa la doveva aver interessato.
Lo si vedeva da come muoveva le gambe.
Non me lo disse apertamente ma, me lo fece capire quando, dalla cucina, entrò in una stanza, da dove mi trovavo, vidi che si trattava di una camera da letto.
Aveva lasciata la porta accostata, la vidi togliersi le mutandine e si accovacciò sul vaso da notte a fare la pipì.
La cosa mi sembrò strana, perché in quella casa c’era il bagno.
La fece in modo che la vedessi; immaginando che l’avrei spiata.
Ci indovinò, tanto che, quando si sollevò, entrai in camera, chiedendole se potevo approfittare del vasetto, tirando fuori il mio rigidissimo pisello.
Rimase a guardarlo.
Non pisciai dentro il vasino, ma mi portai d’avanti a lei, spingendola sul letto.
Non aveva rimesso le mutandine, così non mi fu difficile trovare la porta già aperta e oliata, tanto che, il pisello entrò senza fatica e, fece quello che a fine settimana faceva il marito.
Come c’era da aspettarsi, il mio rapporto fu di suo gradimento, tanto che, mi invitò a passare tutte le mattine a prendere insieme un buon caffè, che preparava con le sue belle mani.
Sapendo pressapoco quando arrivavo, lasciava la porta di casa aperta e restava a letto.
Non dovevo fare altro che spogliarmi ed entrare nel letto, dove la trovavo nuda ad attendermi, con tanta voglia di sperimentare tutte le posizioni che venivano raffigurate nel libro “ Kamasutra “.
Un mese dopo il matrimonio rimase incinta.
Tornati a Roma, ripresi a lavorare di giorno e di notte apprendendo sempre cose nuove come; non prendere malattie veneree.
In quel periodo, si usava il preservativo solo quando si andava con le puttane, ma anche quelle che non lo facevano per denaro, potevano essere malate.
Come scoprire se una donna era sana o malata?
Me lo spiegò un amico infermiere.
Usando il succo di limone.
Il succo di limone sulla pelle sana non brucia, mentre su una ferita, brucia come l’alcool.
Non potendo prevedere quando mi sarebbe capitato di scopare, l’unica cosa da fare, era mettermi il succo di limone tutte le mattine sulla punta del pisello.
Se incontravo una donna che ci stava; ci andavo.
Se era sana, non succedeva niente, se era malata, al contatto gli provocava bruciore e gli passava la voglia di scopare.
Una notte mentre partecipavo ad una lezione: Teorica e Pratica con Rosa, fummo interrotti dall’entrata di mia sorella maggiore che si mise a strillare come una gallina, svegliando tutta la casa.
Ma dico io! Non si poteva fare i piselli suoi?
Sì perché, essendo donna, poteva ricevere solo piselli, mentre io come maschio, ricevevo solo fiche.
Probabilimente quel giorno non era rimasta tanto soddisfatta dal suo fidanzato, da non poter dormire e sentire quello che avveniva nella stanza accanto.
Come potete immaginare, Rosa fu mandata via.
Prima di lasciarmi, mi volle lasciare un libretto dicendomi di inpararlo a memoria, mi sarebbe servito in futuro.
Così fu.
Il libretto era: Guida intima delle relazioni sessuali.
Da questo libretto ho imparato a comportarmi con le donne, cercando di trarne profitto e piacere per entrambi.
Quando avevo sedici anni, passai quasi un anno al paese, mentre i miei genitori se ne andavano in giro per l’Italia a procura di una nuova abitazione dato che, nella casa di Roma ci era andata ad abitare la sorella maggiore dopo essersi sposata.
In quel periodo, se non andavo ad aiutare qualche parente nei campi, lo passavo a corteggiare le ragazze.
Quando non potevo andare da Paola (la romana sposata), lo passavo in giro a stuzzicare le ragazze, mettendomi a leggere il libretto che portavo sempre con me e che provocava la curiosità delle ragazze.
Quando leggevo, facevo in modo che mi sentissero e il più delle volte mi allontanavano con male parole o con sassi che mi tiravano.
Però c’erano quelle che mi acoltavano e poi commentavano che quelle cose non si facevano; che lo facevano quelle porche della città.
Io dicevo che i ragazzi del paese, se non si educavano ai rapporti sessuali, il loro rapporto, avrebbe dato piacere solo a loro, mentre alle mogli non rimaneva altro che aprire le gambe, lasciarlo entrare e non provare alcun piacere, mentre se avessero letto la guida ai rapporti sessuali, avrebbero fatto felice anche le loro mogli.
Alcune, senza farsi sentire dalle altre, mi dicevano che verso sera andavano alla stalla.
Senza farmi vedere, alla stalla ci andavo anche io e allora mostravo quello che avrebbero provato se il loro futuro marito fosse stato più esperto.
Stendendole sulla paglia, le sollevavo la ampia gonna e mettendo il viso a contatto con la fica, prendevo a leccare come mi aveva insegnato Rosa.
Se alle prime non fù facile convincerle, dopo vari tentativi, trovarono la cosa eccitante che da buone amiche, ne parlarono tra loro e spesso ricevevo inviti di andare alle stalle con una scusa o un’altra, ma nel finale era sempre la stessa cosa.
Volevano che leccassi la loro fica come avevo fatto con Angela, Carla, Maria, Giuseppina ecc.ecc.
Per me andava sempre bene, anche se invece di metterci la lingua, ci avrei volentieri messo il pisello.
Ma di quello, neanche parlarne, volevano arrivare vergini al matrimonio.
Quando mi chiedevano cosa facevo quando andavo a trovare Paola, rispondevo: « A prendere il caffè e giocare a carte; a Scopa ».
Ed era vero, prendevo il caffè e giocavo a Scopa; ma non con le carte, scopavo con il pisello; ma quello non l’ho mai detto.
Ci credevano o nò, erano affari loro; non mi volevo mica compromettere con il marito.
Un giorno potevo rimanere incastrato da una furbetta.
Angela mi disse che Antonella era sola in casa e voleva che l’andassi a trovare.
Non me lo feci ripetere.
Un conto era leccare nelle stalle, un conto era farlo in un letto.
Quando entrai (a quei tempi le porte venivano chiuse solo di notte; di giorno bastava tirare la cordicella e la porta si apriva.
Come entrai, chiamai Antonella, lei mi rispose e guidato dalla voce arrivai nella sua stanza.
Era al letto e come entrai, scostò le coperte e la potei vedere tutta nuda.
Mi disse di spogliarmi ed entrare nel letto a fare l’amore.
Se non avessi pensato che le ragazze di paese si fanno scopare solo dopo il matrimonio, mi sarei spogliato ed entrato dentro il letto a fare l’amore con Antonella.
Pensando a tutte le volte che avevo proposto ad Antonella di aiutarla nella stalla e che lei aveva sempre rifiutato, pensai: « Qui gatta ci cova. »
Me lo aveva detto Rosa delle trappole che alcune ragazze facevano quando rimanevano incinte e si volevano far sposare.
Si facevano trovare sole in casa e quando l’amico o il pollo entrava nel suo letto e cominciava a fare l’amore, uscivano dal nascondiglio i genitori e con le buone o con le cattive costringevano l’amante a sposare le loro figlie.
Dovetti capirlo, tanto che, dissi: « In questo momento non ne ho voglia, sarà per un’altra volta,» e me ne uscivo sano e salvo.
Il 20 Agosto come tutti gli anni precedenti, andavo in pellegrinaggio in un santuario di una Madonna che si trovava in mezzo alle montagne.
Ci andavo, non per fede, ma per stare con le ragazze che ci andavano.
La notte tra il 20 e il 21 e il 21 e il 22, pioveva sempre e pure con l’ombrello, mi bagnavo sempre.
Quell’anno oltre allo zaino con il vestito di ricambio e roba da mangiare, portavo anche una tenda chiamata “canadese “ dalla forma che aveva.
Il tutto pesava abbastanza, ma quando pensavo che quell’anno non mi sarei bagnato, stringevo i denti e sopportavo il peso.
Arrivati sul posto, dopo aver aiutato a raccogliere la legna per il fuoco, montai la tenda.
La tenda era fatta in un modo che: la parte di sotto era incollata a quella di sopra, così anche se l’acqua sarebbe passata di sotto, non sarebbe entrata e la tenda restava asciutta.
La tenda era per due posti (non si sà mai cosa poteva accadere durante la notte.
Avevo unito i due sacchi a pelo per stare più comodo e dopo aver cenato, mi ritirai nella tenda dando a tutti, la buona notte.
Come succedeva ogni anno, cominciò a piovere.
Sentivo la pioggia battere sul tetto della tenda.
Ad una certa ora sentii: « Lupo, possiamo entrare, ci stiamo bagnando tutti. »
Andai a tirare giù la cerniera di chiusura e poco dopo entrarono due ragazze.
Non vedevo chi erano, perchè era buio.
Pensavo che si sarebbero messe una da un lato e una dall’altro lato, mettendomi in mezzo a loro, invece una mi disse di mettermi vicino al bordo della tenda, nel lato più basso.
Dopo essersi levato qualcosa bagnato di dosso, si stesero una accanto all’altra.
La tenda era per due persone, in tre ci si stava un pó stretti.
Stavo di schiena alla tenda e con la schiena di una di loro stretta a me.
Anche se avevo i pantaloni, il pisello si irrigidì al contatto con il didietro della ragazza.
Ad un certo punto, lei mise la mano di dietro e mi sbottonò la patta, facendo uscire il pisello che fece passare tra le sue gambe.
Non lo mise nella fica, ma si limitò a strusciarlo sulle grandi labbra e il clitoride.
Allungai le mani per strigerla più a me, ma le mani trovarono la schiena dell’altra ragazza che stava viso a viso con (di certo) l’amica e quando feci scendere la mano verso il basso, strinsi una chiappa nuda, segno che si era levato le mutandine e stava con la fica appiccicata alla fica dell’altra e quando arrivai all’orgasmo, inzuppai tutte e due le fiche.
Anche loro godettero, lo capii dai gemiti che emettevano.
Quando mi svegliai la mattina dopo ero solo, le ragazze se ne erano andate.
Quel giorno cercai di scrutare le varie ragazze per vedere chi erano, ma non ci riuscii.
La notte successiva aspettai la pioggia e la loro visita.
Quella notte non piovve e loro non vennero.
Avevo lasciato la cerniera della tenda aperta, per non dovermi alzare.
Quella notte non portavo i pantaloni.
Mi ero addormentato e nel sonno, sognai di sentire una mano cercare il pisello.
Il pisello a contatto della mano si era irrigidito.
Sembrava tutto vero, solo che nei sogni ogni volta che avevo un rapporto con una donna, mi svegliavo prima di arrivare al piacere.
Sentii la donna salirmi sopra e portare il pisello nella fica, cominciando a muoversi su e giù.
Quando arrivammo al piacere, aprii gli occhi.
Non stavo sognando, avevo veramente una donna sopra di me.
Avevo ancora il pisello rigido e lei ricominciò a muoversi.
Allungai le mani e le poggiai sulle sue chiappe.
Non disse niente, lasciò che le portassi pure sui seni che presi a stringere.
Quando tornammo al piacere, si stese su di me, baciandomi e giocando con la mia lingua fino a quando ci addormentammo.
Come era successo la notte prima, quando mi svegliai, la donna non c’era e anche quel giorno non capii chi era la donna che entrò nella mia tenda.
Il pomeriggio smontai la tenda e caricandomi tutto sulle spalle, ripresi il cammino che avrebbe portato tutto il gruppo al paese, dove si svolgeva la festa.
Dopo i fuochi di artificio, tornammo a camminare e dopo varie soste (nel pomeriggio) arrivammo ai prati dove ci aspettava il camion che ci avrebbi riportati al nostro paese.
All’inizio del 1957 ci trasferimmo ad Imperia.
A Imperia mio padre mi iscrisse ad una scuola di Avviamento Professionale che tra l’altro c’era un corso di specializzazione come Metalmeccanico.
Mio fratello Renato, nel corso di “ Elettrotecnico ”.
A Imperia le ragazze erano meno smalizziate delle romane; quelle della mia età andavano con quelli di 20 o 21 anni, quelle più piccole, giocavano con le bambole.
Se volevo fare qualcosa, era solo durante le feste di ballo.
Quando c’era un lento, mi stringevo e facevo sentire il desiderio che avevo, spingendolo contro il loro pube e se ci stavano, era tutto uno struscio se nò, cercavano di scostarsi e allora nel ballo successivo non le andavo a prendere.
Purtroppo più di quello non potevo fare.
Alla fine della scuola avevo il mio diploma e quando mi fu offerto di lavorare in Svizzera, accettai subito.
Mio padre non si oppose che andavo a lavorare all’estero e mi aiutò a fare i documenti per il passaporto.
In Svizzera nel cantone tedesco in un paese vicino a Villinger (Olten), andai a lavorare in una fabbrica di pezzi di motori della Von Roll, oltre a lavorare, passavo il tempo a corteggiare le svizzerotte che però oltre a mostrare i loro attributi, non si facevano toccare.
Venni a sapere che negli anni passati, gli italiani avevano lasciato diverse ragazze incinte ed erano scappati per non sposarle.
Così quelle del mio tempo erano più accorte.
Non potevo fare altro; immaginavo quello che avrei fatto se ne avessi avuta una tra le mani.
Ogni domenica andavamo a pranzo in un ristorante dove c’era una cameriera del Canton Ticino che era uno schianto.
Tutti gli italiani le rivolgevano dei complimenti, a volte un pò spinti.
Lei non se la prendeva ma quando passava tra i tavoli, non si faceva toccare.
Io non le dissi mai nulla, mi limitavo a guardarla e puntare gli occhi lì, in mezzo alle gambe immagginando tante cose sconce.
Un sabato pomeriggio (era il suo giorno di riposo) ci venne a trovare in Casa Litz dove abitavamo.
La casa aveva delle stanze con due letti a castello, dove oltre a dormire, ci mangiavamo e giocavamo alle carte.
Io stavo sdraiato sul mio letto a leggere, quando la svizzerotta arrivò.
Senza tanti giri di parole disse: « È da quando siete arrivati che non mi lasciate in pace rivolgendomi delle proposte sconce, ora sono qui, fatemi vedere quello che sapete fare oltre che a parlare. » Si tirò sù la gonna.
Era senza mutande e si vedeva un bel cespuglio di peli neri.
Si mise in posa dicendo: « Avanti, sono qui , sotto a chi tocca ».
Quel gesto aveva bruciato tutti, nessuno si fece avanti.
Allora io dal letto la chiamai: « Tu ragazza come ti chiami ».
« Mi chiamo Gilda ».
« Io Lupo per gli amici, nel ristorante mi sono sempre limitato a guardari ora se sei venuta qui e a quanto pare i miei compagni oltre a parlare non sanno fare altro, vieni qui, difendo io l’onore degli italiani .
Gilda dopo aver guardato il mio rigidissimo pene, non si mosse dicendo: « Tu non sei invitato » e riabbassando la gonna se ne andò via.
Quando Gilda andò via, ci fù un gran da fare, ognuno diceva la sua, quello che
non era riuscito a fare quando c’era Gilda, lo disse. « Se ne ha approfittato che in quel momento non ci pensavo al sesso, voglio vedere se torna, io le faccio questo o quello ».
Stanco di sentire tutte quelle buffonate, mi alzai e uscii dalla casa.
Mi diressi al ristorante che trovai chiuso ma girando dalla porta di servizio, suonai il campanello per chiedere dove potevo trovare Gilda.
Non ci fu bisogno di domandare, perché fu proprio Gilda ad aprire e quando mi vide, non disse nulla, si girò e cominciò a salire le scale.
Non avendomi chiuso la porta in faccia, la seguii fino alla sua stanza.
Si cominciò a spogliare, io a spogliarmi fui più veloce del fulmine e quando lei aveva ancora le mutandine io ero già nudo e mi accostavo a lei.
Sul letto facemmo l’amore quattro volte di seguito.
Avrei continuato in eterno se Gilda non mi avesse fermato.
« Non puoi scaricarti tutto una volta, se vuoi, puoi venire da me tutte le sere, anzi, se Frau Heidi fosse d’accordo, puoi venire ad abitare qui; è vero che dovrai pagare qualcosa, ma tu con la tua esuberanza non ne risentiresti ».
Capii che, dovevo scopare pure Frau Heidi.
Il giorno dopo salutando i miei compagni di lavoro mi trasferii all’albergo ristorante Royal.
Frau Heidi come me la presentò Gilda, non mi piaque; era grassa e vecchia, poteva avere più di sessant’anni, pensai.
Lo dissi a Gilda che mi consigliò di chiudere gli occhi e pensare a lei.
Come ci andai la prima volta dovetti fare uno sforzo per concentrarmi.
Su di lei, mi sembrava di stare su un budino; con tutta quella ciccia.
E poi parlava tedesco e io non capivo una parola.
Quando parlava sembrava che fosse arrabbiata e parlando, sputava pure.
Fu un sacrificio che però durò poco, arrivai al piacere, aprii gli occhi e il pisello non si volle più addrizzare.
Alla fine fui mandato via con il mio più grande piacere.
All’albergo-ristorante c’erano altre due cameriere.
Una era rumena e si chiamava Olga e un’altra spagnola e si chiamava Carmen.
Anche a loro piaceva scopare.
Lo seppi, quando una sera mentre stavo a letto con Gilda, entrarono nella stanza e senza esitazione si spogliarono e s’infilarono dentro il letto.
Stavamo stretti l’uno agli altri, però a me fece piacere, tanto che una volta finito con Gilda, mi voltai e entrai dentro prima con Olga, poi con Carmen.
Ogni tanto Gilda era indisposta, così andavo a dormire con Olga o Carmen.
Come ogni mattina (salvo il sabato e la domenica) mi alzavo presto per andare in fabbrica a lavorare, una mattina dalla stanza di Gilda uscì un uomo e come se nulla fosse mi salutò con un Gut Morgen e se ne andò.
Non dissi niente, era inutile fare scene di gelosia; mi scocciava un pò, ma che ci potevo fare, non era mica mia moglie.
Venne Agosto e con Agosto cominciarono le ferie. Per le ferie tornai in Italia.
Nello scompartimento dove stavo, insieme ad altri ragazzi, c’era una signora che
avevo conosciuto nel 1954 a Genova, che però in quel momento non mi ricordavo di lei.
Stavamo parlando del più e del meno tra noi, quando quella signora ci interruppe facendoci una domanda.
Voleva sapere se avevamo già una ragazza.
Gli altri risposero di sì, io dissi che per me era troppo presto e non ci volevo ancora pensare.
La signora Maria Grazia (il nome della signora) disse di avere una nipote ancora selvatica.
Selvatica, che voleva dire?
Selvatica, voleva dire che ancora non era stata con un uomo.
Selvatica, voteva dire che la nipote era ancora vergine.
Le vergini erano rare da trovare, a meno che non erano neonate.
La cosa mi poteva interessare.
Le dissi che ero disponibile ma, prima dovevo fare il militare.
Mi disse se avevo una mia fotografia; appresso non ne avevo, ma se mi dava il suo indirizzo gliela avrei mandata.
Mi diede il suo indirizzo.
Abitava a Genova, nel quartiere di San Martino.
Non sapevo dov’era, le dissi che ero già stato a Genova, e che ora abitavo a Imperia, in via Bari.
La signora Grazia volle sapere come mai ero stato a Genova?
Le raccontai che: nel 1954 ero stato con mio padre per comprare degli appartamenti a Imperia.
La signora Grazia mi chiese il nome di mio padre; glielo dissi e lei si ricordò di noi per averci affittato una camera dove lei abitava.
Io non mi ricordavo di lei, ma lei si ricordava di noi.
Lei doveva scendere ad una stazione di Genova-Brignole, io in quella di Imperia.
Una volta a casa, dopo essere stato un pó con i miei genitori, andai nella mia camera e cercai una mia foto dove stavo meglio.
La trovai e la mandai a casa della signora Grazia.
Il mese di Agosto passò e con il mese, passarono anche le ferie e dovetti tornare in Svizzera.
Più in là venni a sapere che quell’albergo era un bordello e chi voleva scopare, ci portava l’amica o andava con una cameriera e Frau Heidi (sicuramente, una ex puttana, faceva la tenutaria e incassava la percentuale.
Io non pagavo nulla, ma dovevo pagare in natura a Frau Heidi con il mio disgusto.
Arrivò l’nverno, molti italiani, spagnoli o turchi andarono via; non erano abituati al freddo intenso.
Dato che avevo il sangue abbruzzese e non sentivo freddo e poi c’erano le ragazze a riscaldarmi oltre al cibo che mi avevano consigliato di mangiare.
Una notte dissi a Gilda che volevo andare via dall’albergo, non mi andava più di scopare Frau Heidi, lei mi disse che nella primavera ci avrebbe pensato lei a trovarmi una altra casa.
Così passò l’inverno.
All’inizio della primavera Gilda dopo tante richieste, mi trovò una casa in campagna.
Era grande e per me da solo era troppo grande, così convinsi due altri compagni Paolo e Federico a venire con me.
Insieme siamo stati bene; e poi il sabato ci venivano a trovare le tre cameriere dell’albergo.
Con la primavera, cominciarono le belle giornate e la domenica Paolo si era comprato una moto, Federico una Lambretta cominciarono ad andare in giro portando con loro le ragazze.
Io non avevo ne l’uno ne l’altra, passavo il sabato con Gilda e la domenica da solo o con gli altri italiani. Era una noia.
Mi sarebbe piaciuto avere pure io qualcosa, però oltre la bicicletta, non avevo altro e dire a una ragazza se voleva venire con me a passeggiare, nemmeno a pensarci.
La moto si poteva portare anche senza la patente se era una 125 di cilindrata come quella di Paolo, però la moto, anche se usata, costava soldi e io di soldi non ne avevo.
Ne parlai con Gilda che trovò una soluzione.
Conosceva un amico (forse di letto) che aveva una officina di moto, ne avrebbe parlato e chissà se mi trovava qualcosa.
Per pagarla, ci si pensava dopo.
Quando mi disse che c’era una moto da vendere, andammo insieme all’officina e quando vidi la moto, mi ci innamorai subito.
La moto si chiamava Rummy, era inglese e durante la seconda guerra era usata per il porta-messaggi.
Come la mise in moto, il rumore mi fece venire la pelle d’oca.
C’era però un contro, il meccanico disse che per me era troppo potente e pesante.
Non ero un ragazzo muscoloso; neanche un mingherlino, ma come il meccanico mise la moto per terra, gettata di fianco, non riuscii a tirarla sù.
Disse di ripassare più in là, poteva capitare che gli capitasse qualcosa più leggero.
Purtroppo i giorni passavano e non capitava nulla di nuovo.
Alla fine mi stufai e andai deciso a comprare quella moto.
Il meccanico mi chiese 25.000 Franchi Svizzeri; che al cambio erano più di 300.000 Lire, poi si dovevano aggiungere altri Franchi per l’equipaggiamento. L’equipaggiamento era necessario, perché per portare la moto; o mi ci legavo sopra o indossavo tutto quello che mi consigliò di comprare.
Potevo pagare tutto a rate; a 1.500 Franchi al mese.
Era quello che guadagnavo lavorando in fabbrica.
Se gli davo 1.500 Franchi, mi rimanevano si e nò 600
Franchi per mangiare tutto il mese.
Per la moto, sarei morto di fame.
Ci rinunciai parlandone con Gilda.
Gilda mi propose un secondo lavoro da fare la domenica pomeriggio.
Dovevo andare in albergo e scopare tutte le donne che lei mi procurava.
Avrei ricevuto 50 Franchi la volta.
Già pensando alla padrona dell’albergo, volevo rinunciare, ma poi pensando alla moto e a tutto l’equipaggiamento, accettai.
Facemmo un contratto con il padrone dell’officina e il meccanico mi portò la moto e tutti gli accessori alla casa di campagna.
Come arrivò la domenica, dopo aver fatto un bel bagno e pranzato, misi il vestito migliore che avevo e mi recai all’albergo.
Gilda mi disse di andare al piano di sopra, alla stanza 32.
Pensavo di trovare la padrona dell’albergo, ma non fu così.
C’era una signora di una certa età, non si poteva dire giovane e nemmeno vecchia; comunque meglio della padrona dell’albergo.
Dopo i primi approcci, mi stesi su di lei e, in meno di due minuti ero già venuto.
La donna non fu tanto soddisfatta ma, che ci potevo fare se lei era lenta a godere.
Comunque cominciai a guadagnare i miei primi 50 Franchi.
Come scesi al piano di sotto, Gilda mi richiamò dicendomi che non potevo fare come avevo fatto.
I 50 Franchi me li dovevo guadagnare, dovevo trattenermi di più.
Prima di godere, dovevo far godere lei, anche se per farlo ci avrei dovuto passare tutta la domenica.
Appresi la lezione e la domenica successiva (con un’altra donna), ci impiegai più di due ore; con le mani e con la lingua.
Quei 50 Franchi me li sudai veramente.
C’era una ragazza, si chiamava Ruth, lavorava in un negozio di elettrodomestici.
In quel negozio, pur di stare a guardare Ruth, comprai un mangiadischi, tanti dischi e un registratore.
Ruth aveva un bel seno e quando mi faceva sentire i dischi, si sporgeva sul bancone e io invece di ascoltare i dischi, gli guardavo il petto e quando lei diceva:« Gut! », io non pensavo ai dischi, ma ai seni e rispondevo: « Ia! ».
Alla fine mi ritrovavo con una decina di dischi che sinceramente non avrei comprato.
Si vedeva che mi provocava, come quando comprai il registratore.
Ce ne erano una decina di varie marche e modelli e si trovavano in cima ad uno scaffale.
Così ogni volta che me ne mostrava uno, doveva salire sulla scala ed io anche se
non gli stavo sotto, vedevo benissimo le sue mutandine.
Ruth si faceva guardare e non solo da me, ma anche da altri ragazzi che stavano nel negozio.
Non mi decisi alla prima occhiata.
O era caro o non era quello che volevo.
Così ogni volta che lo rimetteva sù o ne prendeva un altro, lasciava le sue cosce in mostra.
Più ci pensavo e più mi veniva la voglia.
Ruth me la dovevo scopare.
La mia voglia era tanto evidente, che lo capì pure Gilda
Gilda mi mise sull’avviso.
Ruth aveva una sorella di nome Rosmarie la quale era già rimasta incinta da un italiano ma poi lui era scappato e lei era rimasta con un figlio da crescere.
Ruth ci stava più attenta.
Se riuscivo a scoparla si sarebbe fatta sposare.
Lì in Svizzera le leggi sono severe specie quando si trattava di una minorenne e Ruth lo era, aveva solo 16 anni.
Che potevo fare?
Gilda mi suggerì di farmi sterilizzare.
Sterilizzare, che voleva dire?
Mi spiegò, di rendere gli spermatozoi sterili ovvero non fecondi.
Ma potevo continuare a scopare o diventavo inpotente? E i figli? Se un giorno mi avessi sposato, come avrei fatto?
Gilda mi spiegò che non si poteva aver tutto dalla vita.
Una volta sterile, potevo scopare chi volevo, senza il pericolo di mettere incinta nessuna ragazza, specialmente Ruth.
Accettai.
Ma poi domandai: « È un’operazione, chi la fa e quanto mi costerà? »
Gilda disse di conoscere un medico specializzato in questi interventi, ci avrebbe parlato lei e per i soldi, li avrebbe anticipati lei e glieli avrei ridati con il lavoro domenicale.
Così fu.
Un sabato mattina andai con Gilda a Zurigo e ad una clinica di sua conoscenza, fui operato.
Fu una cosa rapida, non me ne accorsi neanche, con l’anestesia locale, poche ore dopo potevo lasciare la clinica.
L’unica cosa che dovevo fare; per quindici giorni, mi dovevo tenere lontano dal sesso.
Furono quindici lunghi giorni.
Ricevetti due documenti; in uno diceva in: Tedesco, francese e italiano che ero stato sottoposto all’operazione di sterelizzazione; l’altro, che il mio seme era sterile e non atto alla procreazione.
In quei quindici giorni mi capitarono tante belle fiche pronte per farsi scopare, una delle quali era quella di Ruth.
Capitò la domenica seguente l’operazione.
Ruth mi invitò ad andare al cinema con lei.
Era una scusa.
Durante lo spettacolo, non facemmo altro che toccarci e quando alla fine Ruth mi invitò a casa sua dicendo che non c’era nessuno; rifiutai.
Rifiutai, pensa un pò; rifiutai una scopata con una bonissima ragazza, roba da matti.
Di certo mi prese per un’impotente.
E come si dice a Roma: « Ogni lasciata è persa », dopo quindici giorni Ruth non fu più disponibile.
Si era fatta scopare e fidanzata con un altro italiano.
Avendo saputo da Gilda (non sò come) che ero sterile, nella stanza n.32, alle volte trovavo pure delle donne giovani.
In Maggio mi successe una disgrazia.
Da qualche giorno, durante l’intervallo per il pranzo mentre mi lavavo le mani, mi si avvicinava un ragazzo e mi di ceva qualcosa che non sapevo tradurre.
Doveva essere un’offesa perché i suoi compagni ridevano.
Fissai bene la frase che spesso mi veniva ripetuta e un giorno andai da Antonio, un italiano che era in Svizzera da qualche anno e gli riferii la frase.
Antonio rimase bloccato e poi mi chiese, chi me l’aveva detto.
Gli raccontai quello che mi capitava da un pò di Antonio mi disse che quello che mi dicevano era:
« Figlio di una scrofa ».
« Cazzo, figlio di puttana », me la doveva pagare.
Così un giorno mi trattenni all’officina e quando la maggior parte era andata via, mi recai ai bagni per lavarmi.
Ai bagni trovai: il figlio di puttana con un compagno.
Feci finta di niente e cominciai a insaponarmi le mani.
Mentre mi stavo insaponando, mi si avvicinò e con un sorriso cominciò a dire: « Tu..» non finì la frase che gli mollai uno schiaffone con tanta forza, che volò di almeno tre metri; poi finito di lavarmi, me ne andai a pranzo.
Quando tornai a lavorare fui chiamato in direzione.
C’era pure Antonio che avrebbe tradutto quello che dicevano dal tedesco all’italiano.
Venni così a sapere, che il ragazzo da me aggredito si trovava in ospedale.
Dissi di tutte le volte che venivo insultato.
Mi chiesero, se avevo testimoni a mio favore.
Purtroppo i ragazzi erano furbi e quando mi insultava-no, lo facevano quando non c’era nessun italiano a sentire.
Così mi dissero che per quello che avevo fatto, o pagavo 5.000 Franchi per le spese (pare che con lo schiaffone, gli avevo fatto saltare due denti) o dovevo lasciare il lavoro.
Pensando che; perso il lavoro in quella fabbrica, ne avrei trovato un altro in un’altra fabbrica.
Non accettai di pagare e fui licenziato.
Una volta fuori, scoprii che quelli che comandavano, mi avevano chiuso tutte le porte, nessuno mi dava lavoro, sarei stato costretto a tornare in Italia.
Me ne sarei andato se, non avevo da finire di pagare la moto.
Lo dissi a Gilda raccontandogli quello che mi era accaduto.
Gilda mi disse che per il lavoro, potevo lavorare in albergo come tuttofare.
Di giorno oltre a lavare i piatti, scopavo il pavimento, di notte scopavo le donne.
Accettai, anche perché non potevo fare diversamente.
In più Gilda mi disse di stare in guardia con i compagni del ragazzo che avevo colpito, avrebbero cercato di farmela pagare.
Quello che dovevo fare, era di comprarmi una pistola giocattolo e portarla sempre con me, se mi fermava la polizia, non poteva farmi niente perché la pistola non era vera, se incontravo i compagni del ragazzo, mi dovevo mostrare deciso a usare la pistola senza dimostrare che era finta.
E fu proprio così.
Una sera quando tornavo a casa dal lavoro notturno trovai in una stada deserta due ragazzi con dei bastoni e quando mi voltare per fuggire, ne trovai altri due.
Senza mostrare di aver paura, tirai fuori la pistola e dopo aver fatto il gesto di mettere il proiettile in canna, la puntai contro uno di loro che sembrava il capo, dicendo: « Ic italiano faruc questa pistola ha sei colpi e voi siete in quattro, se non sparite subito, comincerò a spararti in fronte e poi sparerò ai tuoi compagni. Allora! Raus. »
Parlarono tra loro, se dissero che la pistola non fosse vera; ma sperimentarlo era meglio non provarci, sapevano che gli italiani erano tutti matti, c’erano stati dei precedenti scontri e o con il coltello o con la pistola, gli italiani, avevano già ammazzato più di uno svizzero, anche se poi, erano finiti in galera.
Preferirono andare via che essere quattro morti.
Da quella notte non fui più cercato e io non mi feci trovare più solo.
Una sera nella mia stanza (mi ero trasferito in albergo) e stavo nella stanza 32, trovai ad aspettarmi una donna, non poteva avere più di 40 anni (non glieli chiesi gli anni lo immagginai).
Non gli chiesi cosa voleva, perché tutte le donne che venivano nella mia stanza, venivano per scopare, non per chiacchierare.
Era seduta sulla sedia, cercai di farla alzare per abbracciarla e cominciare il mio lavoro; lei scosse la testa dicendo: « Nein ».
Pensai: « Forse mi vuole vedere nudo, per valutare, se valevo 50 Franchi ».
Cominciai a spogliarmi, lei mi guardava senza dire nulla.
Quando fui nudo, mi avvicinai mostrando il membro rigido per vedere se ne valeva la pena.
Lei lo guardò ma non disse niente.
Che dovevo fare?
Alla fine gli dissi, se non voleva scopare, per lo spogliarello mi doveva comunque dare 50 Franchi.
Lei aprì la borzetta e tirò fuori i 50 Franchi.
Si alzò e si diresse verso la porta.
Non potevo lasciarla andare perché rifiutando di fare l’amore, mi aveva fatto aumentare la voglia.
Era già vicino alla porta quando le cinsi la vita con un braccio e la sbattei sul letto.
Cercò di opporsi, cercando di liberarsi del mio braccio.
Mentre la tenevo premuta sul letto, con l’altra mano le tirai sù la gonna.
Sotto non portava le normali mutandine ma, dei mutandoni che gli arrivavano al ginocchio.
I mutandoni non avevano l’elastico ma dei lacci che le tenevano sù.
Cominciai a slacciare i lacci.
Lei lasciò il mio braccio e cercò di bloccare la mano che stava slacciandogli i mutandoni dicendo: « Nein, nein », e altre parole che non capivo.
Le dicevo: « Warum nicht? (Perché no?), se sei venuta era per scopare e ora ci ai ripensato; mbe è troppo tardi. »
Vedendo di non riusciva a farmi desistere, accavallò le gambe stringendole fortemente.
Non cercai di forzare la stretta delle gambe ma afferrai i peli del pube tirandoli con forza.
« Ah! Ah! ».
« Senti o allarghi le gambe e ti strappo tutti i peli del pube ».
Capendo di non poter vincere, si abbandonò.
Simase inerte come se fosse una bambola di pezza.
Non lasciandogli i peli, le tolsi i mutandoni e le misi una gamba tra le sue gambe, lasciandogli i peli.
Non lottava più, così, sempre tenendo una gamba tra le sue, cominciai a spogliarla.
Era come spogliare una bambola.
Solo che la bambola non piange.
E lei invece piangeva.
Silenziosamente, ma piangeva.
Gli vedevo i lacrimoni scendere sul viso continuamente.
Non mi lasciai impietosire.
Una volta nuda, presi ad accarezzarle i seni come avevo appreso dal manuale delle relazioni intime.
I tessuti erettili dei seni, così come quelli che stanno situati nella metà inferiore del seno, contengono nervi molto sensibili, che inviano, immediatamente, al sistema nervoso centrale informazioni di natura erotica, della medesima maniera che una carezza diretta sopra le proprie parti genitali.
Fosse per la prima volta, cominciò a sentire quelle sensazioni di piacere, tanto, che, smise di piangere, asciugandosi il viso con il lenzuolo.
Alcune donne si sentono eccitate con una carezza larga e appoggiata nella zona inferiore del seno, carezza questa fatta con la base del polpastrello o con tutta la superficie della palma della mano.
Questa carezza può essere energica (senza farle male), poi le terminazioni nervose stanno ben protette dal grasso che avvolge le ghiandole mammarie.
In seguito il capezzolo può suscitare l’interesse.
Ed era quello che stava succedendo.
I capezzole si erano eretti come due piccoli peni.
Lasciando i capezzoli alla mano (che fu sostituita dalla bocca); scesi ad accarezzarle il bacino e i peli del pube.
A lei, quello che stava facendo la bocca e più precisamente la lingua, doveva piacerle perche mi premeva la testa sul suo seno; quasi, togliendomi il respiro.
Non portai subito la mano in mezzo alle sue gambe (non erano tenute più aperte con la mia gamba), lo erano volontariamente.
Dopo delle ripetute carezze nelle cosce, nelle sue anche e nel suo ventre, secondo una evoluzione evidente, le dita finiscono per posarsi nel pube, per giocare con i peli.
Poi la mano partì alla scoperta del sesso femminile.
Prima di più nulla, mi convennì ricordare che, nella regione genitoanale, tutte le zone partecipano nella eccitazione sessuale e che non avrei dovuto trascurarne nessuna di loro.
Con tutte e due le mani, mi occupai dei due sessi.
Mentre una mano continuava ad accarezzare tutta la vagina, l’altra si era portata dietro sotto le sue chiappe e passando il dito medio tra la vaglina e l’ano.
Con le due carezze contemporanee, non riuscì a frenare l’orgasmo accumulatosi da chissà quanti anni.
Sollevando il bacino e scuotendo la testa, arrivò al piacere.
Fù un piacere enorme.
Gli umori fouriuscivano a getti ininterrotti.
Ormai la mia testa non le interessava più, cercava qualcos’altro.
E questo qualcos’altro venne, quando mi portai sopra di lei e introdussi il membro nella sua vagina.
Sentirlo entrare fu una sorpresa per lei, tanto che, spalancò gli occhi e aprì la bocca (per strillare o dire qualcosa).
L’unica cosa che disse fu un: «Ahi! » quando gli ruppi l’imene e penetrai in profondità.
Sulle prime, lasciai che assaporasse l’intruso, poi mi mossi lentamente per non farle male, poi non potento frenarmi, accellerai la corsa e arrivai al piacere.
Continuai a stare su di lei fino a quando sentii il membro afflosciarsi poi lo tirai fuori e mi distesi accanto per riprendere il fiato.
Mentre stavo sdraiato con gli occhi chiusi, la sentii alzarsi.
Non aprii gli occhi fino a quando non mi sentii toccare il pene; allora aprii gli occhi.
Era già vestita e prima di andare via, volle vedere ciò che le aveva dato piacere.
Il pene da moscio, al suo tocco, cominciò a ridestarsi.
Lei non mi vedeva perché mi voltava le spalle.
Sentivo la sua mano sopra il pene, gli faceva scivolare la pelle del glande, passava la mano sulle palline tastandone la consistenza.
Mi era ritornata la voglia di farmi un’altra scopata, sia pure gratis.
Sollevandomi con il busto l’abbracciai e la ridistesi sul letto.
Non disse « Nein » quando gli tolsi i mutandoni.
Non voltai a spogliarla, una volta senza mutandoni, mi posi su di lei e portai il membro in prossimità dell’apertura della vagina.
Fu lei a divaricare le ginocchia e sollevare il bacino per venire incontro al mio pene; non potevo rifiutare l’invito, tanto fu che sprofondai di nuovo dentro di lei e cominciai a muovermi su e giù.
Anche lei mi accompagnava muovendo i fianchi.
Ancora una volta, al suo orgasmo, seguì il mio.
Quando tutto finì di nuovo, mi tolsi da sopra e le dissi di lavarsi nel bidè; lei scuotendo la testa, riindossò i mutandoni e dandomi un bacio sulla bocca, uscì dalla stanza.
Anche quel giorno avevo guadagnato i miei 50 Franchi svizzeri.
Il tempo continuò a passare.
Volevo tornare in Italia in moto, ma chi me l’aveva venduta, me l’aveva messa sotto lucchetto e lo avrebbe tolto solo quando avrei finito di pagarla.
Per questo mi davo da fare, lavorando giorno e notte.
Una sera dopo aver finito le pulizie al ristorante, Gilda mi disse che c’erano due donne ad aspettarmi in camera.
« Cavolo, ora arrivano due la volta, doppio lavoro, doppio compenso », pensai salendo al piano di sopra.
Entrando nella mia camera, trovai Helen con una amica.
Helen era quella donna che avevo dovuto prendere per i peli per poterla scopare.
Le salutai con un Gut Abent (Buona sera).
Helen mi presentò l’amica, che poi non era un’amica ma la sorella.
A vederla era più giovane di Helen anche se non di molto.
Spingendola verso di me, voleva che facessi quello che avevo fatto a lei.
Gisela (nome della sorella) cercava di tirarsi indietro, non voleva, diceva « Nein ».
Helen rivolgendosi a me disse qualcosa che non capii, poi cominciò a spogliarsi.
Feci lo stesso; probabilmente mi aveva detto di cominciare noi.
Una volta nudi, Helen si sdraiò sul letto con le cosce aperte.
Io accanto a lei, presi accarezzarle i seni, per poi scendere sul basso-ventre.
Mentre facevo questo, Helen parlava con la sorella; probabilmente spiegava le sensazioni che sentiva.
Avevo portato le due mani, come la volta scorsa; una dietro di lei accarezzando sia l’ano che la vagina, l’altra sul pube e la vagina, mentre con la bocca le succhiavo un capezzolo.
Helen sempre parlando con la sorella, tardava ad arrivare all’orgasmo.
Ad un certo punto mi stufai di perdere tempo e dissi a Helen: « Schweigen und konzentrien ( Silenzio e concentrati ) ».
Dicendo così, il massaggio fu più breve e poco dopo Helen arrivò al piacere e potei portarmi sopra di lei e penetrare la vagina con il mio ridido pene.
Tutto questo, lo facemmo, sotto lo sguardo di Gisela.
Terminato il rapporto con Helen, dissi a Gisela di prendere il posto della sorella.
Gisela scosse il capo e fece l’atto di dirigersi verso la porta.
Balzai dal letto e l’agguantai per la vita, gettandola sul letto e mentre Helen la teneva ferma, mi portai verso le sue gambe e dopo averle slacciato i mutandoni, glieli sfilai.
Gisela muoveva le gambe, cercava di tirarmi calci ma io portandomi dalla parte di basso, le bloccai le gambe e tuffai la testa in mezzo alle sue cosce.
Mentre stavo in quella posizione, dissi a Helen di lasciare la sorella.
Con la lingua cominciai a leccarle tutta la vagina, Gisela cercava di ostacolarmi il compito, tirandomi i capelli, ma poi quando passai e ripassai la lingua sul clitoride e i nervi inviarono al sistema nervoso informazioni di carattere erotiche, Gisela smise di tirarmi i capelli e me li cominciò ad accarezzare.
Le mani si erano portate sui suoi glutei e glieli stringevano con forza, Gisela non si lamentava, anzi doveva farle piacere, tantoché sollevava il bacino per facilitarmi il compito.
Ad un certo punto la sentii irrigidirsi per poi cominciarsi a muoversi disordinatamente, capii che stava per arrivare l’orgasmo e cominciai a leccare più velocemente fino a quando cominciai a sentire gli umori fuoriuscire.
Rimasi con la testa in mezzo alle sue cosce fino a quando gli umori rallentarono ad uscire poi sollevandomi, mi portai sopra di lei e la penetrai.
Anche Gisela era vergine e poco dopo, non lo era più.
Arrivato al piacere, mi sdraiai accanto a lei.
Mentre stavo in quella posizione, Helen si sdraiò accanto a me e mentre loro due cercavano di ridestare il mio pene in stato di riposo, io tenevo le due mani sopra le loro vagine e le accarezzavo.
Con la bocca, una volta una, una volta l’altra, le baciavo.
Purtroppo, non ci stavo con il pensiero o non volevo ricominciare a scoparle, tantoché lo dovettero capire pure loro e lasciandomi riposare, si rivestirono.
Dopo aver lasciato i 100 Franchi, mi salutarono augurandomi la buona notte, se ne andarono.
Qualche giorno dopo, Gilda mi disse che dovevo andare ad una certa fattoria a fare non mi ricordo, cosa.
Non potendo usare la moto, ci andai in bicicletta.
La fattoria si trovava a qualche chilometri fuori città.
Fu una bella petalata.
Quando giunsi, trovai ad aspettarmi, quattro persone.
Due le conoscevo, erano Helen e Gisela.
Fui presentato alle altre due.
Un ragazzone di nome Adolf (aveva tutta l’aria di non essere tanto sano di mente; rideva sempre), era un fratello.
L’altra; una donna (pensai fosse la madre) si chiamava Anne, era la sorella maggiore.
Capivo un pò di tedesco (anche se non tutto), comunque capii che erano orfani ed erano loro a mandare avanti la fattoria.
Mi invitarono a cena e senza volerlo, bevvi abbastanza birra da non poter tornare indietro.
Per farla breve, mi ritrovai a letto, nudo come un verme e con una donna la volta a farsi scopare da me.
La birra doveva aver fatto da afrosodiaco, tantoché, finito di scopare una, ero pronto a scopare un’altra.
La mattina dopo mi svegliai con un gran male di testa e come feci l’atto di alzarmi, non ci riuscii, vedevo la stanza girare come una trottola.
Venne Anne, le feci capire che dovevo orinare.
Mi prese in braccio, aveva una tale forza da non sembrare una donna; sempre tenendomi in braccio, mi accompagnò al bagno.
Fece tutto lei, mi sostenne il pene, mentre orinavo, e me lo continuò a sostenere, perché s’era irrigidito.
Portandomi in braccio mi riportò a letto e mentre stavo sdraiato, si spogliò e mi montò sopra.
Non si sdraiò sopra di me, (mi avrebbe schiacciato) ma si impalò sopra il pene e muovendosi, arrivammo al piacere.
Mentre Anne stava sopra di me e si impalava, vidi Adolf entrare in stanza e guardare quello che stava succedendo tra me e Anne, poi tirò fuori il suo pene e si cominciò a basturbare.
Mi portarono da mangiare al letto e con mio grande piacere, mi imboccarono, lasciando che le mie mani potessero posare sui loro corpi.
Avevo l’imbarazzo della scelta.
Avevo i loro corpi a mia disposizione.
Quello che però mi dava fastidio, era la presenza costante di Adolf.
Era già una settimana che stavo alla fattoria e cominciai a preoccuparmi per la mia prolungata assenza dall’albergo.
Della padrona, di Gilda, delle altre donne che venivano all’albergo per farsi scopare da me.
Era di sabato quando arrivò alla fattoria Gilda.
Cominciò a parlare con le tre donne.
Parlavano tanto in fretta che, non capii una parola.
Alla fine di tante parole, Gilda mi disse in italiano: « A queste tre, il piacere del pene ha fatto bene, tantoché, non vogliono che tu vada via, sono pronte a pagarti, tutto quello che vuoi, purché, le continui a scopare. In albergo ti aspettano più di cento donne; che vuoi fare? ».
« Sinceramente, devo dire che, di queste tre, mi comincio a stufare, sai a me piace cambiare, non potrei stare sempre con la stessa donna, fossero pure tre. Se tanto vogliono scopare, perché non si fanno scopare da Adolf ? ».
Gilda disse che Adolf era il loro fratello e mai lo avrebbero fatto con lui.
Le spiegai che, il pene e la vagina non hanno viso, perciò, se avessero chiuso gli occhi e avessero pensato a me, ogni volta che Adolf saliva sopra di loro, avrebbero goduto senza pensare che quello che stavano facendo, lo stavano a fare con il loro fratello.
Gilda tornò a parlare con loro, quelle scuotevano la testa.
Alla fine dissi a Gisela di venire con me.
La condussi in camera e dopo averla accarezzata e fatto sentire il pene rigido le dissi di spogliasi.
Mentre si spogliava, mi portai dietro di lei e senza farmene accorgere le posi una sciarpa sugli occhi.
Gisella si irrigidì, ma le spiegai che: al buio era più bello.
Mentre stava sdaiata sul letto, vidi Adolf entrare dentro la stanza e sempre parlando con Gisela, mi avvicinai a Adolf e tirandogli giù i pantaloni gli feci capire che, si doveva spogliare.
Anche se non era tanto sano di cervello, quello lo dovette capire, tantoché in un attimo era nudo e si avvicinava al letto.
Dissi a Gisela: « Adesso salgo sul letto e metto “ der erbse” ( il pisello) dentro la tua “ weibliche” (vagina). »
Non fui io a salire sul letto, ma fu Adolf, e fu Adolf a mettere il pene dentro la vagina di Gisela.
Adolf cominciò a muoversi come tante volte aveva visto fare a me e dai mugolii che emetteva Gisela, doveva farle un gran piacere, tantoché, poco dopo godette e godette ancora prima che lo facesse Adolf.
Qualdo tutto finì, con un gesto rapido, tolsi la sciarpa dagli occhi di Gisela per farle vedere che, non ero io a stare su di lei, ma era suo fratello Adolf.
In un attimo la sorpresa la lasciò con gli occhi spalancati, ma quando Adolf, non ancora stanco cominciò a muoversi su e giù, non lo allontanò ma prese a stringerlo a sé, chiudendo gli occhi.
« Dankchen Lupo, aufiderchen (Grazie Lupo, arivederci) ».
Con quelle parole li lasciai soli e me ne andai via.
Salutando le altre due, montai sulla bicicletta e seguii Gilda sulla strada di ritorno.
In una settimana avevo guadagnato 1.050 Franchi Svizzeri.
Per la fine di luglio avevo finito di pagare la moto, il giubbotto appesantito con strisce di piombo, gli stivalono chiodati, i guantoni di pelle, gli occhialoni e il casco (elmetto svizzero).
Il primo agosto dopo aver salutato Gilda e le altre, montai in moto e partii per l’Italia.
Il viaggio fino a Imperia durò due giorni, perché non correvo e me la prendevo con calma.
Ad ogni sosta, quando entravo in un bar ad una stazione di servizio, facevo impressione da come mi guardavano, con quel giubbone (due volte più grande della mia misura) sembravo un muscoloso.
Anche gli altri motociclisti che alle volte mi si affiancavano, dopo avermi rivolto un saluto a cui rispondevo in un tedesco arrabbiato, mi lasciavano in pace.
Arrivato a Genova, mi attendeva una sgradita sorpresa.
I miei genitori erano ritornati a Roma.
Non sapevo nulla, perciò non sapevo dove stavano.
Il viaggio durò un altro giorno.
Arrivato a Roma mi diressi verso il Tufello (una borgata di Roma, dopo Monte Sacro) a casa di mia sorella che ci abitava dopo sposata.
Come mi vide, sia lei che il marito e i figli credettero che non ero io, ma quando mi tolsi il casco e il giubbotto, mi riconobbero.
Mi dissero dove si erano trasferiti i miei genitori.
Non conoscevo la zona, ma dopo aver domandato più volte, giunsi a Via Crispi.
Stazionai la moto in piazza e dopo averla assicurata con quel catenone che mi portavo a tracolla, mi diressi alla porta dello stabile dove abitavano.
La portiera non mi voleva far salire, ma dopo che ebbe telefonato e mio fratello Renato scese giù, potei salire all’appartamento dove abitavano i miei.
Anche loro rimasero meravigliati dal mio aspetto.
Quando mi tolsi il giubbotto e lo diedi a Renato, non si aspettava che pesasse tanto; gli spiegai del perché pesava così.
Quando dissi che ero venuto in moto e dove l’avevo parcheggiata, corsero alla finestra a vederla e poi mio fratello scese giù a vederla da vicino.
Essendo agosto e faceva molto caldo, non potevo andare in giro con quel giubbotto.
Risolsi il problema (a mio rischio), incatenandomi alla moto.
Comunque per la velocità a cui andavo, dopo un pò non mi incatenai; stando però ben assicurato al manubio.
Gli stivali li tenni, perché senza quelli, c’era pericolo che mi potevo scottare con il motore.
Il casco non era obbligatorio e i miei capelli biondi attiravano le ragazze che mi chiedevano di portarle a fare un giro.
Per togliermele di torno, ogni volta che una mi chiedeva se la potevo portare in moto a fare un giretto, le facevo sapere quanto costava il giretto., e, dato che loro, il giretto lo volevano fare gratis, dicevo loro di andare a piedi a fare il giretto.
Un giorno fui invitato ad una festa fuori Roma.
Non ci andai in moto per non stropicciare il vestito.
La festa corse bene, senza volerlo, conobbi il figlio del mio compare di battesimo.
Era accompagnato da una ragazza un pó strana.
Quando la invitai a ballare, mi si appiccicò come un francobollo ad una busta.
Mi prese di contropiede, non me l’aspettavo; di solito ero io a cercare di stringere una ragazza.
Cercai di controllare il pisello che con il suo strusciare, si stava irrigidendo.
Meno male che il disco finì e ci potemmo separare.
Nel ballo seguente non la invitai e lei ballò con un altro ragazzo a cui si appiccicò come aveva fatto con me. Dato che non ballavo, andai a prendermi qualcosa da bere.
Mentre bevevo mi si avvicinò il figlio del mio compare che era il ragazzo di Annamaria (il nome della ragazza francobollo), cercai di scusarmi per quello che era successo tra me e la sua ragazza.
Mi disse che s’era stufato di Annmaria e di quel modo in cui lei si comportava con tutti.
Parlammo un pó e quando dissi che avevo la moto con cui ero venuto dalla Svizzera, mi disse che quello era il mezzo per sganciarsi di Annamaria. Combinammo tutto.
Il giorno dopo sarei andato a casa di Annamaria a prenderla per fare un giro.
La dovevo portare in un posto combinato e comportarmi come se non sapessi che era la sua ragazza.
Andò come avevamo parlato.
Portai Annamaria a fare un giretto e poco dopo, la portai alla pineta di Fregene.
Non si fece pregare per stendersi sopra il pleid.
Mentre stavamo scopando apparve Bruno.
Fece una scenata.
A me diede un pugno in faccia (non mi fece male) anche se quel pugno mi stese a terra (tutto combinato) a lei diede uno schiaffone e poi andò via come era venuto.
Feci lo svenuto fino a che Annamaria mi mise sotto il naso del profumo.
Mi scusai per quello che era successo, mi disse che non c’era niente da scusare, tanto doveva capitare prima o poi.
Mi disse che, non riusciva a conservare un ragazzo perché gli piaceva tanto scopare e un ragazzo dopo un pó la stancava.
Parlammo un pó dopo aver finito quello che avevamo cominciato prima che apparisse Bruno.
Mi raccontò del suo passato.
Quando a quattordici anni aveva avuto il suo primo contatto sessuale, non le era piaciuto.
Ma dopo il secondo o il terzo, ci aveva preso gusto che, non ne poteva fare a meno.
Mi disse che si era fatta scopare pure da suo padre e da suo fratello.
Non le credetti; come poteva aver fatto quello, con suo padre e suo fratello.
Mi disse che: quello non era il suo vero padre e che quello non era il suo fratello.
Raccontò così:
« Quello che sempre avevo pensato fosse mio padre, si sposò mia madre che era incinta di me. Lui era vedovo e aveva un figlio di quattro anni. A mia madre convenne farsi sposare perché a quell’epoca una ragazza incinta, nessuno l’avrebbe sposata. Quando ero piccola, mio padre (quello che conobbi quando sono nata), con la scusa di vedere se mi avevo fatto la piscia sotto, mi passava la mano in mezzo alle gambe e se mi ero bagnata, senza sentire lamentele né mie né quelle di mia madre, mi metteva sulle sue ginocchia e mi sculacciava. Finché ero piccola, non ci facevo caso, ma quando ebbi dodici o tredici anni, seppi che ai ragazzi, piaceva mettere le mani sotto le gonne delle compagne e sopratutto, sotto le mutandine per accarezzare la vagina e l’ano. Questo mi fece pensare a quello che tutti i giorni, prima che andassi a scuola, mi faceva mio padre. Una mattina, non volli farmi toccare. Mio padre si arrabbiò, mi accusò di avermi fatto la piscia sotto. Io negai, ma lui, testardo come un mulo, volle sincerarsi, mettendomi la mano in mezzo alle gambe e poi sempre tenendo la mano lì, mi rimproverò: « Se non ti sei fatta la piscia sotto, perché ai fatto tante storie, se da quando sei nata, ti sei lasciata toccare? Rossa come un pomodoro maturo e con i lacrimoni, non gli risposi ma scappai tra le braccia di mia madre che, vedendomi in quello stato volle sapere quello che mi era successo. Raccontai, dissi tutto, anche di quello che avevo sentito a scuola. Lei mi consolò dicendomi: « Quello che ti è capitato, non è poi tanto grave; lui non ti voleva toccare come avrebbe fatto un ragazzo, come sempre ti ha messo la mano sulle mutandine per sincerarsi che non ti eri bagnata, senza altro scopo. Ora vai a scuola e non pensarci, parlerò a tuo padre, gli dirò che ormai sei grande e la piscia sotto, non la fai più, gli dirò di non toccarti più ». Così fu, fino a quando ebbi il primo rapporto sessuale. Dopo che mi vennero le mesturazioni, mia madre mi consigliò di prendere la pillola, per prevenire quello che gli era capitata a lei quando aveva fatto l’amore ed era rimasta incinta. Ci pensò lei a comprarmi le pillole e tutte le mattine prima di andare a scuola, me ne faceva prendere una. Dai discorsi con le compagne, che si vantavano di avere già avuto il loro contatto sessuale e che le aveva piaciuto, mi misero una gran voglia di provare quello che avevano provato loro e quando un ragazzo mi chiese se volevo fare un giro in moto, accettai. Mi condusse in un posto isolato e poi in mezzo all’erba, mi saltò addosso (mi saltò, fu proprio quello che fece). Io lo lasciavo fare, senza provare quello che dicevano le mie compagne, avevano provato; per me, fu solo un gran dolore. Quando ebbe scaricato il seme dentro di me, si rialzò tirando sù la lampo dei suoi jnes. Vedendo che stavo ancora in terra con le gambe aperte, mi disse: « Rimettiti le mutande che ti riaccompagno a casa, spicciati che mi devo incontrare con gli amici al Bar.» Come una sonnambola, mi rimisi le mutandine e salii dietro a lui sulla moto. Quando entrai in casa, mio padre mi guardò un pó strano, poi mi disse: « Da come cammini, sembra che ti sei pisciata sotto, vieni qua, che mi voglio sincerare ». Cercai di sfuggirgli, per andarmi a rinchiudere nella mia stanza, ma lui fu più veloce di me, afferrandomi per un braccio. Strillai, mi agitai, chiamai mia madre, mio fratello, fu invano, non venne nessuno in mio aiuto. Più tardi seppi che erano usciti e non erano ancora tornati. Mio padre portò la mano sotto la gonne e toccando le mutandine, le trovò bagnate. « Così ti sei di nuovo fatta la piscia sotto, ora sai cosa ti aspetta ». Cercavo di spiegargli che, non mi ero fatta la piscia sotto, anche se non potevo dirgli di aver fatto l’amore con un ragazzo. Stando seduto in poltrona, mi sdraiò di traverso sulle sue ginocchia e sollevandomi la gonna, mi calò le mutandine. Dopo la prima sculacciata si fermò, portò la mano al naso e aspirò; poi delicatamente riportò la mano in mezzo alle mie cosce e toccò il bagnato, riportò la mano in avanti, la guardò, fece strusciare le dita tra loro e poi ritirandomi sù le mutandine mi disse: « Così ti sei fatta la tua prima scopata, spero ti sia piaciuta, ora vai al bagno a lavarti ». Non mi disse più nulla e non mi importunò più quando tornavo più tardi del solito. Dopo quel primo rapporto, ne ho avuti altri; con alcuni ho goduto pure, con altri, a godere erano solo loro. Con quelli che riuscivano a farmi godere, ci uscivo di nuovo, con gli altri, dopo la prima scopata, non c’era seguito. Una notte d’estate, non riuscivo a dormire per il caldo, ero a letto ed ero nuda, mi copriva solo il lenzuolo; quando sentii la porta aprirsi. Le tapparelle erano un pó sollevate per fare entrare un pó d’aria fresca che di mattina presto entrava nella stanza. Pensai, a mia madre che ogni tanto quando mi sentiva parlare nel sonno, mi veniva a trovare, ma quando la persona passò davanti la finestra, vidi che non era mia madre ma, mio padre. Che era venuto a fare nella mia stanza. Restò a guardarmi. Mi ricordai che ero nuda e il lenzuolo mi era scivolato via, lasciandomi scoperta. Mi prese una curiosità di vedere come sarebbe finita. I pensieri si accumulavano nella mia mente. Avevo sentito che, dei padri avevano approfittato delle figlie per avere con loro i stessi rapporti che di solito facevano con i ragazzi della loro età. Mi ero coperta il viso con il lenzuolo per non far vedere che ero sveglia. Per un pò rimase a guardarmi senza fare niente, poi prese il lenzuolo e cominciò a coprirmi, parlandomi, poi vedendo che non gli rispondevo, pensò che dormissi e prese a accarezzarmi le gambe, poi piano piano cominciò a risalire, senpre più sù fino ad arrivare al pube, cominciò a giocare con i riccioli, poi fece scivolare la mano in mezzo alle cosce che, come se non lo fosse di proposito, si erano dischiuse. A sentire la sua mano in mezzo alle mie gambe, mi fece piacere, di più di quando ero piccola, quando lo faceva tutti i giorni per vedere se mi ero fatta la piscia sotto. Solo che quella volta, l’effetto fu diverso. A sentire la sua mano, sentii gli umori fuoriuscire. Lui ne approfittò portanto il dito medio dentro la vagina e muovendolo come fosse un pene. Ogni volta che toccava il clitoride, mi faceva sentire una scossa. Le carezze si fecero più intense fino a quando sollevando il bacino in alto arrivai allo orgasmo. Lui smise di accarezzarmi e prima di lasciarmi, mi posò un baciò sulla fronte dicendomi: « Grazie, sei un amore ». Veramente mi aspettavo che mi portasse il suo grosso pisello (un giorno glielo avevo visto mentre era al bagno a orinare) dentro la mia vagina; se non lo aveva fatto, pensai che, non lo aveva fatto per non svegliarmi. Un giorno ero sola con mia madre e mi confidai con lei senza pensare alla sua reazione di quello che quasi ogni notte mi faceva mio padre. Lei non si arrabbiò e mi parlò del suo passato: « Quando conobbi Luigi (il nome di mio padre) avevo la tua età ed ero incinta di te; nò, non di Luigi, lui era vedovo e aveva già Franco che aveva quattro anni. Avevo letto il suo annuncio sul giornale “ Porta Portese “ diceva che era vedovo e cercava una donna da sposare, non gli importava se la donna avesse dei figli, li avrebbe accettati come se fossero i suoi. Gli telefonai, ci incontrammo, parlammo di noi, gli dissi del mio stato, mi rispose che, se fosse un maschio, sarebbe stato un fratello per Franco e se fosse una femmina, una sorella, non avrebbe detto niente né a suo figlio, né a mio/a figlio/a, lo avrebbe accettato come se lo avesse concepito lui. Mi innamorai subito di lui, facemmo in fretta le carte e ci sposammo. Con lui sono stata felice fino a quando ogni tanto lo sentivo alzarsi dal letto, una volta vedendo che tardava a tornare mi alzai e non trovandolo per tutta casa, capii che era nella tua stanza e quello che sempre avevo temuto, si stava avverando. Lui non essendo tuo padre, vede in te solo una donna da scopare. Chissà se un giorno non lo faccia pure tuo fratello; che poi veramente non lo è, a fare quello che ti sta facendo Luigi ».Gli dissi che, fino a quel momento si era limitato ad accarezzarmi. Mi dispiaceva per mia madre, ma ora che sapevo che mio padre, non era mio padre e che mio fratello non era mio fratello, chissà come sarebbe stato bello farmi scopare da loro due. Cominciai quella sera a cena dicendo che da un pò di notti non riuscivo a dormire e chiesi a mia madre se aveva qualche pasticca che mi facesse dormire. Lei mi capì al volo e con un sorriso si alzò da tavola, tornando dopo con un flaccone. Dopo cena e dopo aver visto un film alla televisione, presi la pasticca che mi aveva dato mia madre e dando la buona notte a tutti, mi ritirai nella mia stanza, mettendomi a letto. Aspettavo che l’effetto della pasticca facesse effetto per dare a mio padre, quello che per tante notti, aveva solo accarezzato. Le ore passavano e il sonno non arrivava. Arrivò mio padre. Chiusi gli occhi aspettando tutto quello che mi sarebbe successo. Fu bellissimo. Quella volta, non mi accarezzò con la mano e non restò in pigiama. Si spogliò e si stese vicino a me. Cominciò col baciarmi. La sua bocca sapeva di dentifricio “ Acquafrech “. Facendo finta di stare a sognare il mio ultimo ragazzo, cominciai a chiamarlo Stefano. Lui accettò la parte di Stefano, ma non fece quello che di solito faceva Stefano. Fu molto delicato. Dopo avermi baciato tutto il viso, scese ai seni che poco prima aveva accarazzato e mentre la bocca scendeva sempre più giù, le mani precedevano la bocca fino a quando la bocca si trovò sopra la vagina. Quando stava lì sotto, non mi poteva vedere che lo guardavo e sempre chiamandolo Stefano, lo guidavo. Quando raggiunsi l’orgasmo gli dissi: « Presto penetrami, fammi sentire il tuo grosso pisello ». E mentre lui stava dentro di me, gli dicevo: « Lo sai che hai il pisello come quello di mio padre, della stessa misura, mi da l’impressione che a scopare non sei tu, ma mio padre, nò, stò scherzando, mio padre non lo farebbe mai. Ti amo, vorrei scopare sempre solo con te, ma adesso smettiamo di parlare e concentriamoci. Sì così, più veloce, stò rigodendo ancora, sento che anche tu sei prossimo. Sì, vieni innondami con il tuo sperma. Ah! Ah! Ah! È stato bello e, questa sera, chissà perche, è stato più bello del solito. Adesso lasciami, devo tornare a casa, ciao amore, a domani. » dicendo così, sentii che il pisello di mio padre si stava ritirando, uscendo dal mio nido; poco dopo, lo sentii rivestire il pigiama e salutandomi con un bacio, mi disse: « Ciao amore, sogni d’oro fino a domani notte, quando tornerò a trovarti ». Una notte mentre mi stava leccando la vagina, sempre parlando, rivolgendomi a Stefano dissi: « Lo sai, ho scoperto che, mio padre non è il mio vero padre, si sposò mia madre quando era incinta di me, e anche mio fratello, non è mio fratello ». Continuò a venire anche quando mi trovò sveglia ad apettarlo. Mentre facevamo l’amore, gli confessai di essere sempre stata sveglia già dalla prima volta che mi aveva posseduta e che quando parlavo con Stefano, mi rivolgevo a lui. Non mi rimproverò per quello che avevo fatto, anche perché gli dissi che non avevo più Stefano ma Luigi e quel Luigi era lui e che solo da lui mi sarei fatta scopare. Non fu così. Un giorno ero a fare una gita con mio fratello in macchina, quando stavamo per tornare a casa, la macchina si fermò. Era sera e a quell’ora era difficile trovare una officina aperta, decidemmo di fermarci in un Hotel per la notte. Avevano solo una stanza libera, l’Hotel era stato tutto prenotato per un convegno e solo uno non era venuto. La stanza aveva il letto matrimoniale e noi non eravamo preparati per passare una notte fuori casa. Restai con la sottoveste, il reggiseno e le mutandine mettendomi a letto. Non riuscivo a dormire e non dormii più quando sentii il pisello di mio fratello poggiarsi sul mio fianco. La sua mano dopo avermi sollevato la sottoveste, si inserì sotto l’elastico delle mutandine e cominciò ad accarezzarmi il pube e vedendo che non lo respingevo, si fece più ardito, mettendo la mano in mezzo alle gambe e cercare di entrare dentro la vagina. « Non lo fare, siamo fratello e sorella, sarebbe un incesto », gli dissi. « Non è vero, non lo siamo, me lo ha detto mio padre quando l’ho rimproverato, vedendolo una notte entrare nella tua stanza e andandolo a spiare, l’ho visto fare l’amore con te ». Vedendo che non dicevo nulla, mi scoprì dal lenzuolo e mi tolse la sottogonna, il reggiseno e le mutandine. Cominciammo a scopare e alla fine, quando gli dissi che, scopava meglio di suo padre, mi rispose: « Sì, me l’ha detto anche tua madre ». « Mia madre! Ti sei scopata mia madre, come è successo? »« Una notte quando ho visto mio padre entrare nella tua stanza, sono entrato nella sua e mi sono infilato nel letto di tua madre. Lei dormiva e non si è accorta che non era mio padre a scopare, gli è piaciuto e nel dormiveglia mi disse: « Luigi da come scopi, sembra essere tornato indietro di quando eravamo giovani. » e quando una notte ci tornai, tua madre era sveglia e mi accolse tra le sue braccia e le sue gambe. » Scoppiammo a ridere e ci addormentammo come due angioletti o diavoletti ».
Mentre mi raccontava quelle cose mi rivenne voglia di scopare di nuovo; poi mi venne un’idea.
« Hai mai scopato stando su una moto? »
« Nò mai, comè? »
« Stando a quello che mi hanno detto le donne che ho portato, è stato bello. »
Lo volle fare.
La feci montare d’avanti a me e dopo avergli introdotto il pisello nella fica, misi in moto.
Per guidare ero costretto a stare appoggiato a lei e presi (di proposito) i sentieri di campagna, così ad ogni sobbalzo, il pisello andava su e giù nella fica, fino a quando godemmo tutte e due.
Annamaria era una grande scopatrice e a me anche se mi andava, non mi piaceva spartirla con gli altri, così alla prima occasione la scaricai sulle spalle di mio fratello.
Verso la fine di Agosto vendetti la moto con tutto l’equipaggiamento a Maurizio, figlio del vicino di casa che abitava alla porta accanto, dove abitavano i miei genitori; ci feci il doppio.
Non avendo tanti soldi in contanti, incaricai mia madre a prenderli, un pó la volta.
Quei soldi servirono per il restauro della vecchia casa del paese.
Invece di tornare in Svizzera, andai a Torino ed entrai a lavorare alla Lancia di Mirafiore.
Tre mesi dopo, mi feci trasferire a Genova-Sampierdarena, perché non mi
adattai al clima umido di Torino.
A maggio ebbi una discussione con il Capo officina che mi voleva fare un lavoro che non era di mia competenza.
Rifiutandomi di fare quello che voleva lui, mi fece licenziare.
Tornai in Svizzera in un posto vicino Basilea, in una fabbrica di cioccolato.
Era destino che la Svizzera non era fatta per me.
Come un altro operaio svizzero cominciò a darmi fastidio e il capo officina non gli diceva niente, finì che gli diedi una martellata sulla mano e fui licenziato.
Volevo affogare la delusione ed entrato in un caffè, cominciai a bere, quando cercai di allungare le mani su una cameriera, lei mi disse: « Se vuoi scopare,vai in Francia, lì le cameriere sono sempre disponibili.
Basilea (Svizzera) confinava con S. Luis (Francia).
Alla frontiera mi fu chiesto, cosa andavo a fare in Francia; risposi che, andavo a cercare una ragazza da scopare.
Il doganiere dopo aver visto il passaporto, si mise a ridere, dicendo in cattivo italiano: « Italiani sempre voglia di scopare. » e mi indicò un bistrou (Bar), lì vicino.
Come entrai nel Bar, vidi che chi stava nel locale era attratta da quello che trasmettevano alla televisione.
Era un programma sulla Legione Straniera in cui si vedevano i legionari entrare in un caffe e le ragazze sedersi sulle loro ginocchia e si lasciavano palpare.
Fui attratto da quella notizia.
Come mi sedetti ad un tavolo, una ragazza si avvicinò chiedendomi cosa volevo.
Lei mi aveva chiesto cosa volevo (ordinare), ma io lo capii a modo mio.
Spostando la sedia, le misi una mano intorno alla via e me la misi a sedere sulle mie ginocchia.
La ragazza, forse ancora presa dall’annuncio, si mise a ridere e rimase lì seduta, facendo segno ad un’altra collega che si affrettò a portare una bottiglia e due
bicchieri sul nostro tavolo.
Sempre tenendole una mano attorno alla vita, con l’altra, o prendevo il bicchiere o la mettevo sotto la gonna della ragazza.
La ragazza doveva aver sentito il rigonfiamento del pisello, capì cosa volevo da lei.
Si alzò e presomi per la mano mi guidò al piano di sopra dove c’erano le camere.
Una volta dentro, si spogliò e mi disse di fare altrettanto.
Una volta nudi, ci rotolammo sul letto e facemmo tante cose sessuali.
Alla fine mi lasciò, la mattina dopo: spompato e senza un Franco svizzero.
Non mi preoccupai, alla Legione oltre all’ingaggio, si guadagnava bene.
Dopo essermi lavato e rivestito, andai a procura di una guardia che mi indicasse la strada per raggiungere la Legione Straniera.
La guardia mi disse di seguirlo e mi portò alla Gendarmeria (posto di polizia).
Un superiore mi chiese perché volevo andare alla Legione Straniera.
Per i soldi e per le donne.
Lui mi prese il passaporto e mi fece accomodare un una stanza.
Di pomeriggio, con una macchina mi accompagnarono ad un’altra città di nome Mulhouse ad un’altra Gendarmeria.
Lì trovai un altro italiano (del Nord) e quattro tedeschi.
Da Mulhouse, con un camion fummo portati a Strasbourg alla caserma della Legione Straniera.
A Strasbourg ci rimasi quindici giorni.
In quei quindici giorni, mi fecero delle visite mediche e visite attitudinali.
Alle domande: se ero ricercato dalla polizia italiana o straniera, rispondevo di no, e alla domanda di cosa mi aveva portato alla Legione Straniera, rispondevo: L’avventura, i soldi e le donne.
Non pensavo che; entrare nella Legione Straniera fosse tanto difficile.
In quei quindici giorni mi successero tante cose.
I quattro tedeschi odiavano gli italiani e non mancavano di farmi i dispetti e provocarmi alla lotta.
Solo che; loro erano in quattro e io da solo.
Non tanto da solo, perché ogni volta che mi trovavo nei guai, interveniva Bruno (l’atro italiano) che, tra l’altro prima di andare alla Legione faceva il boscaiolo, perciò pieno di muscoli.
Un giorno mi avevano messo di servizio in cucina a lavare: piatti e pentole; quando nella cucina entrò Franz (il capo dei quattro tedeschi) con gli immancabili compagni.
Cominciò ad insultarmi e quando non ce la feci più a stare calmo, reagendo alla provocazione, tirò fuori dalla tasca un coltello e mi disse: « Italienik caput » (italiano morto).
Guardandomi attorno alla ricerca di un’arma per difendermi, vidi un coltellaccio che avevo appena lavato.
Lo presi e servendomi di un coperchio come scudo, aspettai l’attacco di Franz.
Anche gli altri tedeschi avevano seguito il mio esempio.
Cercarono di circondarmi.
Non lasciai loro di fare l’accerchiamento, dicendo ad alta voce: « Bruno, sei arrivato a proposito. »
Loro guardarono verso la porta e io attaccai colpendo un tedesco ad una spalla, mettendolo fuori combattimento.
Gli altri tre, reagirono saltandomi addosso tutt’insieme.
Cominciò la battaglia.
Se non fosse intervenuto un legionario, di certo sarei morto.
Impugnato il fucile disse: « Alt, fermi o sparo, giù le armi. »
I tedeschi ubbidirono subito, io lo feci solo dopo aver colpito Franz sulla faccia con il piatto del coltello.
Il tedesco colpito alla spalla fu portato in ospedale, noialtri fummo portati dal comandante.
Tramite un interprete corso (della Corsica), capii che quello che avevamo fatto era molto grave.
Mi giustificai dicendo che da quando ero arrivato alla Legione, i tedeschi non avevano fatto altro che provocarmi.
Il comandante non sentì ragione e fummo condannati a passare il resto dei giorni in prigione (celle separate) e ai lavori forzati.
I lavori forzati, consistevano in spalare la terra di una collina, caricarla sulle carriole e scaricarla cento metri più in là.
Venni a sapere, dal Corso, che quella collina in cinque anni che era alla Legione, era stata spostata da un posto all’altro.
Gli chiesi, quale era lo scopo. Disse che serviva per tenere in esercizio i nuovi legionari e non farli annoiare.
Anche lì, i tedeschi non mi lasciarono in pace.
O mi buttavano la terra addosso, o mi rovesciavano la cariola appena riempita.
Nonostante le proteste rivolte alla guardia che ci osservava, i dispetti continuavano.
Alla fine non ce la feci più e colpii Franz con una palata, spaccandogli la testa e mandandolo all’ospedale.
Fui portato dal comandante e nonostante le mie scuse, mi disse che; così non poteva andare, di quel passo, in Algeria non ci arrivava nessuno.
Mi isolarono dai tedeschi e continuai a spalare la terra e dormire in cella per il resto dei giorni.
Una mattina ci fecero inquadrare in cortile.
Tutti quelli chi chiamavano, dovevano portarsi ad un altro lato.
Alla fine del gruppo ne rimasero solo sei: due italiani, due tedeschi, uno svizzero e un fracese.
Ci dissero che noi non eravamo stati accettati e dovevamo lasciare la caserma.
Non ci dissero del perché non ci avevano accettati.
Con me, fu scartato anche Bruno.
Quei quindici giorni ci furono pagati e con quei soldi tornai in Svizzera a riprendere la mia valigia (lasciata nell’Hotel) e con il treno tornai in Italia.
Ai miei genitori raccontai quello che mi era successo, meno quello di essere andato in Francia a cercare qualche ragazza da scopare.
Dopo essere tornato dalla Francia, seppi che dovevo andare a fare il militare.
Ad agosto partii con gli altri ragazzi della mia età alla volta di Cuneo dove ci
aspettava il C.A.R. (Centro Addestramento Reclute).
Prima di salire sul treno, mio padre mi diede un sacco di carta con sei panini (ciriole) ripiene e un fiasco di vino, dicendomi: « Così sentirai meno la nostalgia. »
Lo presi sulla parola.
Una volta partito il treno e tornato l’appetito (quello non l’ho mai perso), attaccai i panini e bevendo il vino.
Quando finì, mi misi comodo e cercai di dormire.
Non riuscendo ad addormentarmi per il chiasso che facevano i miei compagni, cambiai carrozza.
Quando mi svegliai e tornato dove c’erano gli altri, non li trovai.
Domandai a chi c’era, venni a sapere che erano scesi alla stazione di Genova-Brignole.
Non me la presi nemmeno, avevo il biglietto e la cartolina per la destinazione Cuneo in cui mi dovevo presentare prima della mezzanotte di quel giorno.
Così me ne andai a Imperia, a trovare il mio amico Paolo, che avevo conosciuto quando lavoravo in Svizzera.
La sera verso le ore 22, presi il treno per Torino.
Alla stazione ferroviaria di Torino, mentre aspettavo il treno per Cuneo vidi un folto gruppo di giovani e un graduato che li sorvegliava.
Mi avvicinai e mostrai il documento. Lui lo guardò e poi guardò me e in malo modo mi disse di unirmi al gruppo.
Da Torino a Cuneo il tragitto è corto.
Una volta arrivati trovammo fuori ad aspettarci dei camion.
Ci fecero salire e ci condussero alla caserma a noi destinata.
Arrivati ci accompagnarono al magazzino a prendere le coperte e le lenzuola e ci mandarono a dormire.
La mattina dopo, nel cortile ci fecero inquadrare; poi cominciò l’appello.
Quando chiamarono tutti, feci presente che a me non avevano chiamato.
Dicendo il mio nome e mostrando la cartolina di richiamo, non sapendo cosa fare, mi aggiunsero all’elenco.
Una volta eseguiti i vari compiti come: la rasatura dei capelli, la puntura al petto e lo zaino con con tutti gli indumenti, una volta sistemati vicino al mio letto, telefonai a mio padre.
Quando mio padre sentì la mia voce, disse: « Dove stai? »
« Nella Caserma Giuseppe Garibaldi a Cuneo, perché? »
« Ti sono venuti a cercare i carabinieri, dicendo che avevi disertato. »
« Disertato? Ma se mi sono presentato come diceva la cartolina, prima di mezzanotte a Cuneo. »
« Adesso mi farò accompagnare alla stazione dei carabinieri e mi farò sentire...dare del disertore a mio figlio; mi sentiranno. »
Qualche giorno dopo venni a sapere che: a Cuneo c’erano due carerme, una dentro la città, una fuori.
Il gruppo in cui facevo parte alla partenza da Roma, fu destinato alla caserma fuori città e quando fecero l’appello, io non risposi, così pensarono che ero scappato per non fare il militare.
Il primo giorno che andammo a mangiare alla mensa, l’unica cosa che avevamo era: la gavetta di alluminio.
Chi non voleva mangiare nella gavetta, si poteva comprare i piatti di porcellana e il bicchiere di vetro.
Non mi comprai niente (con la paga che ci davano e a me chiedere i soldi a mio padre, non mi andava) e continuai a prendere il rancio con la gavetta.
Un giorno venne a farci visita, mentre mangiavamo, un tenente.
Quando vide che tutti mangiavano nei piatti, meno io, mi chiamò: « Tu soldato, perché mangi nella gavetta, invece del piatto? »
Educatamente risposi: « La gavetta fa parte dell’equipaggiamento che ci ha fornito lo Stato, i piatti e il bicchiere ce lo dobbiamo comprare noi; e io i soldi non li ho. »
Il tenente non sapendo con chi aveva da fare, mi disse: « Se i piatti e il bicchiere te li compro io, ci mangerai?»
« Sissignore; finché non si rompono. ».
Ci fu una risata generale.
Il tenente per non fare una brutta figura, mi comprò i piatti e il bicchiere, raccomandandomi di farci attenzione.
A Cuneo città, ci restai quattro mesi.
Alla prima libera uscita, dopo aver fatto un giro per Cuneo, andammo ad una osteria a berci un bicchiere di vino.
Il vino era buono e ne dovevo aver bevuto più di un bicchiere.
A un dato momento, uno del gruppo prese una chitarra che stava poggiata su una sedia e prese a pizzicarla.
« Ah! Giggé (Luigi), toccami un re maggiore. » dissi io.
Come cominciò a toccarlo, presi a cantare (un pó stonato), per via del vino (bella scusa), i stornellacci romaneschi.
Tipo: « Daie de tacco, daie de punta, quantè bona la sora Assunta; tira lo spago, spingi la sega; bona sera, bona sera eccetera eccetera »
S’era radunata un pó di gente, e quando qualcuno disse che era ora di rientrare in caserma, il gestore ci fece una proposta.
« Se ogni sera venite qui e fate quello che avete fatto oggi, vi offro da bere e mangiare gratis. »
Noi accettammo.
Così ogni sera, cantavo tutte le canzoni romane che conoscevo, compreso i stornelli maliziosi.
Quando non cantavo e raccontavo qualcosa in dialetto romanesco, venivo applaudito e bevevamo e mangiavamo gratis.
Per di più avevamo la compagnia delle ragazze che si facevano toccare.
Quando sono andato a fare il militare era il mese di Agosto; e il mese di Agosto fa caldo e la prima marcia (con tutto l’equipaggiamento) la facemmo risalendo il letto di un fiume in secca.
« Avete mai provato a camminare con gli scarponi su un letto di un fiume? Provateci e poi me lo racconterete. »
Quando rientrammo in caserma, avevamo tutti le vesciche ai piedi.
In questi quattro mesi, imparai tante cose, tra cui, quello: gli ordini ricevuti da un superione non si discutono.
Successe così: mentre eravamo al campo dove facevamo le esercitazioni, il sergente che istruiva il mio plotone, dopo averci detto che; gli ordini si eseguivano, non si discutevano, chiamò un soldato e gli disse di prendere un masso, che indicò e tirarlo addosso ad un suo compagno; questo si rifiutò, poi ne chiamò un altro; e anche questo si rifiutò. Ne chiamò dieci e tutti si rifiutarono.
Quando mi chiamò e ripeté l’ordine, presi il masso e sollevatolo, lo tirai al compagno indicatomi, cercando di non prenderlo.
« A matto! Se mi prendevi, mi potevi ammazzare. »
« Se ti ammazzavo, la colpa non era mia, ma del sergente, io ho eseguito l’ordine; come ha detto il sergente, gli ordini non si discutono. »
« Bravo! Meriti una licenza » disse il sergente.
La licenza, la passai al paese natio, per le feste di settembre..
Prima di ripartire, il mio compare di cresima mi diede una scatoletta (di plastica), di cacio marcetto (formaggio con i vermi), che conoscevo e lo avevo già mangiato.
Una volta tornato in caserma, offrii a fine pranzo il formaggio ai miei amici, facendo una sceneggiata.
« Dal mio paese, ho portato una specialità che vi voglio fare assaggiare. Però dovete fare quello che vi dico io: ognuno di voi prende un pezzo di pane e sta pronto ad immergerlo, nella specialità, ma cercate di farlo in fretta, sennò la specialità, scappa. »
Tutti gli amici, prima mi guardarono seri, meno uno che sorrideva.
Si chiamava Turi ed era sardo della (Sardegna) poi presero il pane.
Facendo piano piano, svitai il coperchio e una volta aperta la scatoletta, i vermicelli bianchi, cominciarono a saltare fuori.
« Prendilo, prendilo, non lo fare scappare. »
Mentre con il mio pezzo di pane, prendevo i vermicelli e li mettevo in bocca.
Tutti i compagni si alzarono da tavola, dandomi del matto, se ne andarono via, e il formaggio lo mangiammo solo io e Turi.
Una mattina, dopo una notte di pioggia, uscimmo dalla caserma per andare al campo delle esercitazioni.
Quel giorno, dovevamo strisciare sotto i reticolati di filo spinato.
Quando fummo schierati, il sergente diede l’ordine.
Dove non c’era l’acqua, i soldati si mettevano a terra e cominciavano a strisciare.
Dove c’era l’acqua, i soldati si rifiutavano.
Quando il sergente (muscoloso), cominciò a prendere i soldati per il fondo dei pantaloni e gettarli nelle pozzanghere, non aspettai che arrivasse a me, perché lo anticipai, tuffandomici dentro.
Finita l’esercitazione e rientrati in caserma a passo di marcia, tutta la gente si era fermata a vederci passare. tanto eravamo infangati.
Rientrati in camerata, ci dissero di farci la doccia.
Tutto vestito, mi ci infilai sotto, seguito da altri soldati.
Un’altra volta ci fecero correre, con tutto l’equipaggiamento (cinquanta kg), compreso il fucile Garant che pesava cinque kg.
C’era una licenza ai primi tre arrivati alla fine del percorso di venti chilometri.
Come diedero il via; tutti cominciarono a correre. Io me la presi con comodo, più camminando, che correndo.
Dopo dieci km, ne avevo superati una metà, altri cinque, ancora altri, l’ultimo chilometro, lo feci di corsa, superando gli ultimi due.
Oltre alla licenza, guadagnai un eloggio dal sergente.
« Avete visto cosa ha fatto il soldato Plinio. Quando c’è da fare molta strada, non vale la pena sfiancarvi subito correndo came avete fatto voi. Lui ha fatto come la tartaruga che in una corsa, battè una lepre. »
Oltre a fare le marce o le esercitazioni al campo (piazza d’armi), dovevamo anche montare di guardia.
Eravamo armati, solo che, il fucile era scarico.
Una sera mentre ero di guardia alla porta Carraia (non Centrale), vidi un militare venire verso di me.
Levai il fucile dalla spalla e dopo aver fatto l’atto di mettre la cartuccia in canna, lo puntai: « Alto là, fermo o sparo. »
Quel soldato una volta entrato nel luogo illuminato, vidi che era un graduato.
« Fermo, non mi costringete a sparare. »
« E come mi spari? Lo sò bene, il fucile è scarico, voi non avete l’autorizzazione di usare le pallottole. » disse il graduato.
« È vero, però io non ho rispettato l’ordine e ho caricato il fucile. »
« Questa è una insubordinazione, la dichiaro in arresto, le ordino di darmi il fucile. »
« Se non si ferma, prima le sparo, poi le do il fucile. »
Vedendo che facevo sul serio, si fermò, dicendomi: « Mi chiami il Capo Posto (che era il sergente). »
Sempre tenendolo sotto tiro, mi avvicinai alla garitta e premuto un pulsante, feci squillare il campanello al Comando di Guardia.
Arrivò il sergente accompagnato da altri due soldati
« Che è successo, perché hai suonato? »
Indicandogli il graduato: « Voleva entrare ed io l´ho fermato. »
Come vide di chi si trattava, il sergente scattò sull’attenti salutando il superiore.
« Arresti quel soldato, ha armato il fucile senza avere l’autorizzazione. »
Il sergente mi guardò e poi mi ordinò di dargli il fucile.
Glielo diedi e lui dopo aver controllato disse: « Ma questo fucile è scarico. »
Il graduato dopo essersi fatto una risata disse: « Mi aveva messo paura, credevo fosse carico e pronto a spararmi. Bravo soldato, non fare mai sapere al nemico che non hai pallottole. Come ti chiami. »
Dissi il mio nome e il reparto.
Il giorno dopo fui chiamato dal Comandante che trovai insieme al Maggiore della sera prima.
Dopo aver ricevuto un encomio, ricevetti una licenza premio.
Al poligono di tiro, guadagnai un’altra licenza di dieci giorni per essere stato il migliore tiratore.
Avevo fatto dieci centri con otto pallottole (lo fu grazie a chi mi stava ai fianchi).
Così oltre a dieci giorni di licenza fui nominato “Tiratore scelto”.
I dieci giorni non li passai a Roma a casa, ma in Sardegna a conoscere la ragazza selvatica (vergine) di nome Gavina.
Per prima cosa andai a Genova a casa della signora Grazia, poi con lei mi imbarcai su una nave diretto a Porto Torres.
Da Porto Torres, in treno verso Sassari e con un altro verso Nulvi e con il pulman verso Laerru.
Arrivammo a Laerru di sera.
Ad aspettarci c’era una macchina.
Una vecchia Fiat 1300.
C’erano due uomini ad aspettarci.
Loro salutarono la signora Grazia in un linguaggio incomprensibile.
Sistemati i bagagli, lasciammo la cittadella e poco dopo eravamo in mezzo ai boschi, già non ci si vedeva più.
Non conoscendo la zona, mi lasciai trasportare; sicuro della signora Grazia, non mi avrebbero rapito e chiesto un riscatto a mio padre.
Mi ero addormentato quando arrivammo.
Quando mi svegliai eravamo in un cortile ed eravamo circondati da un sacco di gente.
Loro parlavano, ma io non capivo una parola.
Seguendo la signora Grazia arrivai in una stanza dove c’era un letto già pronto.
Il bagno non c’era, salvo un foro nel pavimento, chiuso con un coperchio di legno.
Per lavarmi c’era una bacinella di ferro smaltato e una brocca con l’acqua.
Mi rinfrescai la faccia per scacciare il sonno.
Bussarono alla porta; era la signora Grazia, mi disse di seguirla, che la cena era pronta.
Arrivati in una sala da pranzo vidi che c’era gente intorno alla tavola.
Era una tavola enorme, ci potevano mangiare una trentina di persone.
Mi fecero sedere a capotavola.
Feci per rifiutare, ma la signora Grazia prendendomi per il gomito mi disse tra i denti di sedere.
Sedetti, mi venne servito del cibo.
Non ricordo che mangiai, mi ricordo che c’era della carne.
Sulla nave eravamo rimasti d’accordo: se la ragazza mi piaceva, dovevo dire che, la carne era buona, se non mi piaceva, dovevo dire che la carne era dura, non la potevo mangiare.
Mentre mangiavamo, mi guardai attorno.
C’erano delle donne accanto ad uomini, di certo le loro mogli, in fondo alla tavola c’erano due donne.
Una ragazza e una ragazzina.
Mentre mangiavamo, loro non smettevano di parlare, ogni tanto capivo qualcosa, parlavano di me.
Alla fine della cena in cui avevo più bevuto che mangiato (avevo sempre il bicchiere pieno di vino e ad ogni salute, lo dovevo bere) e i saluti furono molti.
Alla fine ci furono le presentazioni.
A cominciare da una coppia di vecchi e via via fino ad arrivare alla ragazza.
La miseria! Era sposata e il marito non c’era, lavorava a Genova.
Restava la ragazzina.
Si chiamava Gavina ed era bruttarella.
La signora Grazia mi chiese: « Come era la carne che hai mangiato? »
Non potevo dire che era buona, ma non potevo dire che era cattiva.
Con quegli sguardi omicidi, non sarei uscito da li vivo.
Dissi che la carne non era poi tanto tenera, era mangiabile.
Fu una risposta accettabile.
Fece contenti tutti, meno me.
Di nuovo i brindisi.
Mi svegliai a letto. Come c’ero arrivato non me lo ricordavo.
Mi svegliai con un tremendo mal di testa.
Ero in mutande e canottiera.
I miei vestiti non c’erano.
Avevo portato un altro paio di pantaloni e una camicia (militari).
Dopo aver svuotato la vescica e le budella nel foro che serviva da gabinetto, mi lavai la faccia.
Traballando uscii dalla stanza e l’odore mi guidò verso la cucina.
Cercando di farmi capire dissi di avere mal di testa.
Dopo delle risatelle mi fecero bere un uovo in un bicchiere con succo di limone, sale e pepe.
Poco dopo sentii l’effetto miracoloso.
Gli effetti della sbornia era scomparso e sentivo una gran fame.
Mangiai un tazzone di latte e caffè con il dolce della sera prima.
Finita la colazione tornai in camera a lavarmi i denti.
Avevo finito e stavo rifacendo il letto, quando entrò la signora Grazia.
Dopo averla salutata, le chiesi cosa mi era successo la sera prima.
Mi disse che mi ero sentito male e avevo vomitato sporcandomi il vestito; ma di non preoccuparmi, le donne me lo avevano lavato e appeso ad asciugare.
Chiesi di Gavina.
Era in cortile e, mi stava aspettando.
Come la vidi da vicino, non era poi tanto brutta di come l’avevo vista da lontano a tavola.
Mi scusai del comportamento della sera prima, le dissi che non ero abituato a bere.
Con la presenza (sempre costante) della signora Grazia, girammo per la fattoria e parlammo di noi.
Lei aveva quattordici anni, io ventuno, parlava bene l’taliano appreso a scuola.
La fattoria sembrava una fortezza, a parte due porte, non c’erano finestre esterne, ne altre uscite.
Le case erano di pietra, i tetti oltre che di tavole erano in lastre di cisto.
I pavimenti erano di legno.
L’interno della fattoria era di terra e quando pioveva era tutta una pozzanghera.
Nella fattoria oltre alle persone, ci vivevano anche gli animali.
Oltre al profumo del pane cotto o aromi delle varie cucine, c’era la puzza delle varie stalle.
Alla fattoria si allevavano per lo più capre.
La mattina ci si svegliava con le campanelle che avevano al collo le capre mentre uscivano per andare al pascolo, la sera si assistiva al rientro.
La gente andava tutta scalza, salvo i vecchi e nelle occasioni di festa.
Anche Gavina andava scalza.
Dopo la scuola d’obbligo (l’elementari), aiutava la famiglia come capraia.
Alla fattoria ci vivevano i suoi nonni, i fratelli di suo padre con le mogli e i figli, salvo quelli che erano a lavorare in America, in Canadà, in Australia e sparsi per l’Europa.
Mentre stavo lì, si sposò una sua cugina.
Fu una cerimonia che non avevo mai pensato di assistere.
Furono agghindati vari carri, poi la cugina a cavallo; ma non a cavallo come un uomo ma, di traverso sulla sella con il suo vestito bianco, seguita dai fratelli a cavallo e dai parenti uscimmo con una carovana di carri diretti a Ispiridu Santu.
Io ero seduto in un carro vicino a Gavina (che a detta di loro), era la mia fidanzata, la signora Grazia che era la zia, sua sorella (quella carina ma sposata) e la madre.
Avevo indossato la divisa e stando seduto potevo sentire la gamba di Gaviva.
Ad ogni scossone, mi veniva addosso (non só se lo faceva apposta) comunque mi faceva piacere sentirla.
« Quando mi sposerò, voglio un cavallo tutto bianco. »
« Prima di venire a chiedere la tua mano a tuo padre, cercherò per tutta Sardegna un cavallo tutto bianco e se non lo troverò, lo cercherò nel Continente.»
Lei tutta contenta mi si strinse contro, ma si scostò subito dopo aver visto lo sguardo severo che gli aveva rivolto la madre.
All’entrata di Laerru, la sposa fu accolta da un lancio di piatti.
I piatti non erano quelli comuni in cui si mangiava, erano colorati, fatti apposta per quelle occasioni.
A detta di Gavina, anche lo sposo era accolto dal lancio dei piatti.
A me quella cosa non piaque, se a qualcuno gli ero antipatico, il piatto mi arrivava in testa.
Dopo la cerimonia religiosa e il lancio di confetti, ci ritrovammo tutti al ristorante.
Mangiai con parsimonia e bevvi ancora meno.
Dopo il pranzo, si cominciò a ballare.
I balli, oltre una specie di valzer erano per lo più dei saltarelli.
Non ci fu un solo ballo lento.
Col permesso del padre, ballai con Gavina.
Ballando, dovevo mantenere la distanza.
Quando andai in Sardegna, avevo portato con me, la macchina fotografica; così feci delle foto, sia in chiesa, che durante la festa.
Anche a Gavina feci tante foto, sia lì, che nella fattoria.
Comunque, tutto quello per me era cosa nuova, mi divertii molto.
Dopo la festa, la cugina con il marito tornarono alla fattoria.
La mattina dopo alla finestra della camera dove avevano dormito gli sposi, venne appeso un lenzuolo bianco, con una macchia rossa.
Era il segno che la cugina si era sposata vergine.
Alla fattoria non c’era l’elettricità, così oltre alla luce, non c’erano gli elettrodomestici, si faceva tutto a mano.
Dato che non c’era l’elettricità, non c’era la televisione, così la sera, dopo cena, si andava subito a dormire.
Dato che non c’era la televisione, non c’era distrazione e le coppie sposate non facevano altro che fare l’amore e mettere al mondo i figli.
Gli uomini lavoravano quasi tutti nel Continente o all’estero.
Tornavano per le ferie, per vedere le mogli e i figli e ingravidare di nuovo le mogli e ripartire.
Nella fattoria c’erano un sacco di bambini.
Una mattina promisi a Gavina che la prossima volta che l’andavo a trovare, le avrei portato un giradischi a batteria.
A Gavina piaceva la musica.
L’uniche volte che alla fattoria si sentiva un pó di musica era quando c’era festa e veniva qualcuno a suonare la fisarmonica.
La mia licenza finì e dovetti tornare a Cuneo in Caserma.
Il C.A.R. aveva la durata di due mesi, io ne feci quattro, per la bella idea di voler fare la carriera di sottufficiale.
Finito il C.A.R. con il grado di caporale, fui mandato a Roma alla Cecchignola per frequentare la scuola di Autista Meccanico.
Ci restai altri quattro mesi, poi fui distaccato alla caserma di Pietralata, aggregato con i Granatieri di Sardegna.
Avevo promesso a Gavina che le avrei scritto tutti i giorni. E così feci.
Per lo più erano cartoline e quando c’era qualcosa da raccontare, le scrivevo una lettera.
Le mie lettere non furono mai d’amore.
Alla caserma di Pietralata c’erano due cucine; nella nostra si mangiava male, invece a quella dei granatieri si mangiava bene.
Nella nostra cucina, ci lavoravano i napoletani, come anche lo era il maresciallo addetto ai rifornimenti viveri.
Tanto il maresciallo che i cuochi, rubavano i viveri.
D’inverno nel caffé ci doveva essere il liquore all’anice, invece il caffè (annacquato), l’anice non si sentiva, perché lo scoprii (mettevano l’anice con la bottiglia chiusa) così il caffè non prendeva il sapore dell’anice.
Una volta il maresciallo mi mandò con il camion a fare rifornimenti viveri.
Una volta fatto il carico, una parte del carico era lasciato in un magazzino e le bottiglie dell’anice, la maggior parte in casa (fuori della caserma) del maresciallo.
La portai io la scatola delle bottiglie che: una volta riempite le nostre borraccie, feci cadere la scatola (fu un incidente) e con la caduta, si ruppero diverse bottiglie.
Con gli altri soldati come testimoni, feci rapporto al maresciallo.
Anche se non mi credette, non mi poteva denunciare.
Un giorno invece di mangiare alla mensa degli autisti-meccanici, me ne andai alla mensa dei granatieri.
Fu facile, conoscevo un granatiere di nome Angelo, lui mi prestava un suo giubbino e io passavo inosservato quando andavo a prendere il rancio.
Ad Angelo feci un favore, che se mi scoprivano, mi avrebbero messo in prigione.
A lui gli mancavano molti denti, tanto che faceva fatica a mangiare.
Quando aveva fatto la domanda per non fare il militare, alla visita medica, il tenente medico scoprì due denti (uno sopra e uno sotto, erano ancora buoni), per causa di quei due denti, doveva fare il militare.
Una volta mentre parlavamo, gli chiesi di farmi vedere quei due denti.
Quello di sotto era come quello cariato che avevo io.
Dopo averci pensato un pó, mi venne un’idea.
Angelo avrebbe fatto richiesta all’infermeria del suo regimento per farsi estrarre un dente cariato che gli faceva male, io dovevo fare lo stesso alla mia infermeria.
Partimmo per il Celio (Ospedale Militare).
Una volta giunti, trovammo un posto dove scambiarci i giubbini.
Una volta scambiati, mi presentai dal dentista facendomi passare per Angelo e facendomi estrarre il dente cariato.
Meno male che non mi chiese un documento.
Una volta estratto, ci scambiammo i giubbini e tornammo alla nostra caserma.
Quando uscimmo per la libera uscita, andammo a casa mia e ci mettemmo in abiti borghesi e poi ci recammo da un dentista e pagandolo, lui gli tolse il dente che stava nella stessa posizione del dente che mi ero fatto levare.
Passati quindici giorni; Angelo fece domanda per essere riformato perché non poteva mangiare.
Nella sua scheda medica che stava nell’archivio al Comando, videro che lui si era fatto levare con una scusa, un dente buono.
Invece della riforma, Angelo rischiava di andare in prigione.
Angelo disse al tenente medico, di chiederlo al tenente Giusi del Celio, se gli aveva levato un dente buono.
Quando il tenente medico andò al Celio, il tenente dentista, gli fece vedere il registro: Estratto il giorno 15 Maggio c.a. il secondo dente molare, perché fortemente cariato.
Il tenente medico diceva che era buono, il tenente dentista diceva che era cariato.
Finì che Angelo invece di fare dodici mesi di ferma, ne fece solo cinque.
Per quel dente, diventammo: Fratelli del dente cariato.
Oltre all’officina di riparazione macchine o camion, avevamo anche un parcheggio dei nostri camion e il deposito del carburante e noi eravamo responsabili quando facevamo la guardia.
Una notte ero di guardia al deposito, quando vedo una testa affacciarsi da dietro un albero che stava sopra una collina che divideva le camerate dei soldati, dalle officine, parcheggio camion e deposito carburante.
« Alto là, fermo o sparo. »
E quello niente, ogni tanto si affacciava e poi si nascodeva.
Non potevo sparargli.
Facendo finta di niente, rimisi il fucile in spalla e continuai il mio giro di ronda.
Appena svoltato da dietro un camion, nascosto dal camion, mi affacciai con il fucile puntato e guardando l’albero.
Chi stava nascosto, si affacciava ma non usciva dal nascondiglio per andare a prendere quello che voleva o fare un sabotaggio.
Vedendo che lui non usciva, ma si limitava a guardare, mi arrampicai sulla collina, sempre tenendo d’occhio l’albero.
Quando gli arrivai vicino, feci un salto e fui dall’altra parte dell’albero; ma non vidi nessuno fuggire.
Dove era andato a finire?
Dall’atra parte della collina c’erano dei cipressi e il vento muoveva le loro cime.
Camminando a ritroso, scesi dalla collina, sempre guardando l’albero.
Ad un dato momento sentii il vento e quello che credevo fosse un uomo, era solo la cima di un cipresso.
Quando ebbi un’altra licenza, tornai in Sardegna.
Avevo imparato la strada.
Da Laerru c’era un servizio di taxi che andavano per le farie fattorie.
In quella occasione, oltre al mangia-dischi a batteria (comprato in Svizzera), le portai tanti dischi: di Claudio Villa, Nilla Pizzi, Luciano Tajoli e altri cantanti di quell’epoca e dischi ballabili.
Gavina ne fu tanto contenta che, sicuramente mi avrebbe baciato, se non ci fosse stata la presenza di una zia.
Oltre al giradischi e dischi, le portai una scorta di batterie; raccomandandole di non tenerle in luoghi umidi.
Ogni mese le mandavo dei pacchi.
Oltre a dolciumi, c’erano le batterie.
Un’altra volta al nonno, regalai una radio (sempre a batteria).
Avendomi dato il grado di Caporale, quando mi toccava, ero di Giornata ovvero ero addetto a tutti i servizi della gionata.
Comandavo dieci soldati e davo gli ordini di quello che dovevano fare.
Uno di questi compiti era: dopo che era stata suonata la sveglia, andare per le varie camerate e gridare: « Giu dalle brande, dormiglioni eccetera eccetera. » e chi non si voleva azare, lo potevamo gettare giu dal letto.
Una mattina mentre entravo in una camerata, vengo accolto da male parole e quando mi avvicino dicendo: « Per quello che state dicendo vi posso far mettere in prigione.
Tutti si zittirono, meno un napoletano che, mi mandò a ...offendendo mia madre.
Guardandomi attorno chiamai due soldati di turno: « Avete sentito quello che ha detto? », loro non poterono negare, così andai a chiamare il sergente e dissi che mi aveva detto il soldato Gennaro.
Il sergente accompagnato da due soldati armati entrarono nella camerata e arrestarono Gennaro.
Mentre lo portavano via lui mi minacciò di morte.
Potevo fargli aumentare la pena per quella minaccia, non lo feci.
Quando uscì dopo una settimana di prigione mi venne a cercare mentre mangiavo e mostrandomi un coltello a molla, me lo aprì davanti: « Per quello che hai fatto, meriti la morte. » e guardandosi attorno disse: « E guai a voi se fate la spia. »
Uscendo in libera uscita, andai a casa e raccontai a mio padre, quello che mi aveva detto Gennaro.
Mio padre mi raccontò quello che aveva fatto lui quando stava in Spagna, chiamai Lorenzo mio nipote e gli domandai se aveva una pistola giocattolo; ce l’aveva.
Era simile a una luger tedesca a 12 colpi, solo che, invece di sparare 12 colpi, ne sparava un centinaio, perché schiacciando una molla, si alzava la parte di sopra e ci si metteva un rotolino di cartucce.
Prendendola in mano, si capiva che era finta, ma da una certa distanza, poteva passare per una pistola vera.
Me la feci prestare e me la misi in tasca del giubbino (militare) e poi tornai in caserma.
Come entrai nella mia camerata, un amico mi disse: « Ti sta cercando Gennaro e ha con se altri due compagni; stai attento che quello è matto. »
« Non ti preoccupare, ho qualcosa per lui. »
E me ne andai verso la mia branda.
Mi preparavo a spogliare quando mi sentii chiamare: « Dove sta quel figlio di una zoccola. »
« Zoccola sarà tua madre e tutte le donne della tua famiglia. »
Detto questo uscii da accanto alla mia branda e rimasi in mezzo al corridoio tra le due file di brande.
Avevo ancora il giubbino che presi a sbottonare.
« Che vuoi da me, pezzo di merda come tutti i napoletani (i due che erano con lui erano napoletani).
Gennaro tirò fuori il coltello e disse: « Io taccido » e venne verso di me.
Spostai il lato sinistro del giubbino, mostrandogli il calcio della pistola che avevo messo nella cintura.
« Fermo, non fare un altro passo, sai cosa ho qui; una pistola tedesca dell’ultima guerra, che conservava mio padre, spara 12 colpi, prima che tu mi arrivi vicino, ti trasformo in un colabrobo. »
« Chi mi dice che è vera? »
« Nessuno, puoi sperimentarlo da te. Vedi quanti testimoni ho che: con il coltello che hai in mano, mi vuoi uccidere, se ti ucciderò sarà per leggittima difesa. Coraggio, fai un altro passo. »
Tirata fuori la pistola feci l’atto di mettere la pallottola in canna e gliela puntai addosso.
« Conto fino a tre, poi comincio a sparare e ammazzo anche i tuoi amici. »
« E noi che c’entramo. » disse uno di loro.
« Quando uno è amico, lo deve essere, fino alla morte, sennó che amico è? Uno, due »
Non terminai di dire due che loro Gennaro e i suoi amici scapparono via.
« Cercate di non farvi più vedere, perché non conterò fino a tre, appena vi vedo, vi sparo. »
Poi andai alla mia branda e messa la pistola sotto il cuscino, mi spogliai e mi misi a letto.
I soldati che dormivano nelle brande accanto e quelli sopra, dissero: « Ma è proprio vera? »
« Perché la volete provare? Zitti e a nanna. »
Mettendomi sotto le coperte mi misi a dormire.
Ma non dormii.
Guardando l’orologio con la luce incorporata, alle tre mi alzai senza fare rumore, una volta semi vestito andai alla camerata dei granatieri e arrivato alla branda di Angelo, lo svegliai e dandogli la pistola gli dissi:
« Tienimila tu, per un pó. » poi tornai nella mia camerata e mi rimisi a letto.
La mattina dopo, come se non fosse successo niente, mi alzai, mi lavai, mi vestii e andai a far colazione e poi andai all’officina.
Ad una data ora, arrivò il sergente con due soldati, dicendomi: « Tira fuori la pistola e non fare scherzi. »
« Che pistola? Noi autieri non abbiamo le pistole d’ordinanza, abbiamo solo il fucile e la baionetta. »
« Non fare il furbo, lo hanno visto tutti che hai una pistola, tirala fuori, è un ordine. »
« Potete perquisirmi, io non ho nessuna pistola. »
Mi perquisirono, come perquisirono il camion a mia dotazione, poi tutta l’officina, anche dentro i bidoni dell’olio usato; ma non trovarono niente.
« Dove l’hai messa? Abbiamo guardato nella tua branda e nel tuo armadio. »
« Non sò di cosa state cercando, io non ho nessuna pistola. »
« Sarà meglio che la tiri fuori, perché se te la troviamo addosso, andrai alla Gorgona per diversi anni. »
Ogni tanto venivo fermato e perquisito, ma non mi trovarono mai niente.
La pistola con l’aiuto di Angelo era tornata a casa a mio nipote Lorenzo.
Però ogni volta che mi incontravo con Gennaro o qualche suo amico, cominciavo a sbottonarmi il giubbino e quello scappava come un coniglio.
Il Servizio Militare durò 18 Mesi.
Mentre facevo il militare a Pietralata, feci (su consiglio di mio padre) un concorso al Ministero dei Trasporti.
Quando feci l’esame; era talmente semplice, che non credetti di essere assunto; tanti erano i concorrenti.
Dopo diciotto mesi, con il grado di Caporale Maggio-re, finii il servizio Militare.
Era dicembre, così congedandomi rimasi in divisa invernale (cappotto compreso).
A casa i pantaloni non mi entravano più, mentre facevo il militare mi ero ingrassato.
Passate le feste di Natale, andai a lavorare in Germania.
Gavina voleva che andassi dove stavano i suoi parenti, ma io con una scusa, andai nel lato opposto, anche perché mio padre, mi volle mandare dove lavorava u mio cugino.
Prima di partire per la Germania passai a trovarla.
Era cresciuta.
Aveva quindici anni, quasi sedici e si vedeva che era cresciuta.
Non era più la ragazzina che avevo conosciuto.
Lo si vedeva dal petto.
Gli erano cresciuti i seni.
Si intravedeva il gonfiore sotto il vestito.
La sorella aveva avuto un figlio ed io per regalo le avevo portato un completino.
Gavina diceva che quando si sarebbe sposata, ne voleva almeno dieci di figli.
Io pensavo: « Con lo stato in cui mi trovo, i figli te li puoi anche scordare. »
Lì alla fattoria, (non sò a Laerru), non usavano né la pillola, né il preservativo; per questo c’erano tanti bambini.
L’ultima notte che passai alla fattoria, mi venne a trovare.
Stavo a letto, ma non riuscivo a prendere sonno.
Nella mente, vedevo Gavina, come l’avevo vista quando ero arrivato.
La forma dei seni che s’intravedevano sotto il vestito.
Mi era venuta la voglia di accarezzarli.
Ad un dato momento sentii la porta aprirsi e un’ombra bianca entrare nella stanza.
Avevo sentito parlare di fantasmi che si aggirvano per la fattoria.
Io non ho mai creduto ai fantasmi.
Quell’ombra bianca si stava avvicinando al mio letto.
Essendo la stanza al buio, oltre il camice bianco, non vedevo nient’altro.
Il “ fantasma “ arrivato accanto al letto, scostò il lenzuolo e entrò nel mio letto.
Di solito i fantasmi sono incorporei (spirituale).
Ma quel “ fantasma ” era corporeo, si sentiva bene.
Non avevo mai fatto l’amore con un “ fantasma “, sperimentai come era, poggiando una mano sopra il camice, all’altezza dei seni.
I seni c’erano e si sentivano bene.
« Chi sei? » domandai.
Il “ fantasma ” non rispose.
Essendo un fantasma donna, ne approfittai, sollevandole il camicione.
Sotto era nuda.
Feci uscire il membro dagli slip e glielo misi in mezzo alle gambe; che lei aprì e richiuse trattenendo il pisello.
La strinsi a me.
Lei mi sollevò la canottiera ed io me la sfilai.
In quel modo i nostri petti poggiavano gli uni agli altri.
Presi a baciarla, quando cercai di mettere la lingua tra le sue labbra, le strinse, impedendomi di entrare.
Mi accontentai di baciarla sulle labbra.
Mentre la baciavo, le accarezzavo un seno.
Il seno era piccolino, stava tutto dentro la mia mano.
Accarezzando la mammella e il capezzolo, gli provocai l’orgasmo.
Quando ebbe l’orgasmo, allargò le gambe, ed io ne stavo approfittando per fare entrare il pisello nella vagina.
Ma il “ fantasma “ disse: « Non farlo, devo arrivare vergine al matrimonio. »
Quando parlò, riconobbi la sua voce...era Gavina.
Uscì dal letto e come era venuta, sparì.
Fu l’ltima volta che la vidi.
Mi arrabiai con lei quando seppi che le mie lettere erano lette in pubblico e le sue erano dettate.
Mi scocciò la mancanza di privacità.
In Germania a Kempten andai a lavorare in una vetreria.
Non essendo il ramo in cui ero specializzato, dopo quattro mesi mi licenziai e andai a Friedrichshafen, dopo aver domandato all’Arbaitzan (ufficio del lavoro) dove precisavano metalmeccanici, fui mandato ad una fabbrica.
Quando mi chiesero dove avevo lavorato prima, risposi: prima in Svizzera e poi a Kempten, alla vetreria Kaf Kaf.
Mi fecero accomodare in sala di attesa, quando mi chiamarono, dissero di non avere lavoro per me.
Andai in un’altra citta, a Ulm; successe la stessa cosa.
Capii l’antifona: chi si licenziava da un posto in Germania, non gli davano lavoro.
Presi il treno per Basilea e da Basilea, per Freiburg.
Andai all’Oumbiroun e quando mi chiese se avevo già lavorato in Germania, dissi di nò, prima di fare il Militare avevo lavorato in Svizzera, ma non mi ricordavo il posto, aveva un nome tedesco.
Venni assunto alla Braun; una fabbrica di rasoi elettrici.
A Freiburg, un giorno per due casse di birra, mi feci radere tutti i capelli.
Un’altra volta quando dissi di aver mangiato un gatto, per dimostrarlo, fui costretto a mangiarne uno.
Mi fu rilasciato il sopranome di Kazfrez (mangia gatti).
Quando la fabbrica festeggiò cento anni, ci fu una festa, abbiamo avuto un giorno festivo pagato, da passare al lago di Kostanz.
Durante il giorno, oltre al lago, fui ad un istmo di nome Mainau, lì c’era una torre e nell’interno era stata costruita una birreria.
Con 2 marchi, comprai: aine gross brotchen (un grosso panino) con un wursten (salsiccia), crauti e senape, più: aine gross bacchen von bier (un grosso boccale da 2 litri di birra).
Finito di mangiare e bere, feci un volo con un aereo biplano della 1ª guerra mondiale, condotto da un pazzo pilota della Lufwater.
Quello che fece, era da far paura, io non ne avevo perché pensavo: « Per quanto matto, e un esperto pilota, non rischierebbe la vita per 5 marchi. »
Quando rientrammo all’aereporto, venne vicino a me, annusandomi, per vedere se me l’ero fatta sotta per la paura.
La sera cenammo in un ristorante.
Potevamo chiedere quello che volevamo (a spese della ditta).
Quando la cameriera arrivò al tavolo dove c’ero io, alla sua domanda, risposi:
« Aine kaz mit kartofels (un gatto con le patate). » La cameriera non capì, e allora ripetei: « Ia! Aine kaz mit kartofels. » lei andò via dandomi del pazzo, tra le risate dei compagni (misti) di lavoro.
Durante il carnevale (il sabato e la domenica) ci si mascherava; io da pirata e Kuki (un ragazzo spagnolo) da ragazza spagnola.
Le donne durante in carnevale; se sposate, andavano in un’altra città e con la maschera al viso, si lasciavano toccare e a volte facevano anche l’amore con chi capitava.
Avevo sentito dire che; durante il carnevale, ogni anno, nascevano molti figli illeggittimi.
Con Kuki ci rivertivamo, specie quando c’era qualcuno che voleva far l’amore con quella ragazza spagnola.
La invitava a ballare e quando gli metteva la mano sotto il vestito, invece di trovare il sesso femminile, ci trovava quello maschile; allora si staccava bruscamente, tra le risate di chi conosceva quella ragazza.
Un giorno ci fu una festa e nel campo dello stadio avevano montato una fiera, non mi ricordo di cosa, e dei capannoni dove la sera, si mangiava, si beveva (birra), si ascoltava la musica di un complesso e si ballava.
Stavo in un tavolo con altri compagni: italiani, spagnoli e turchi.
Eravamo senza ragazze e ogni tanto ci si alzava e si invitava qualche ragazza a ballare.
Le più dicevano di nò, ma poi ballavano con altri ragazzi tedeschi e questo ci dava fastidio: « Ma che avevamo di differenza noi con i tedeschi, non siamo maschi anche noi? » dicevano tutti gli altri, meno che io.
« È che voi non siete come me, che oltre ad essere italiano, sono romano. »
« Con questo che vuoi dire? »
« Che io conosco il Papa e alle ragazze piace uno che conosce il Papa. »
« Per me, sei solo uno sbruffone. » disse Antonio (un italiano calabrese).
« Facciamo una scommessa; scommettiamo una cena, voi siete in sei e io sono solo, se perdo pago la cena a voi sei, se vinco, la pagate voi a me. Ci state? »
A loro conveniva, così fissammo la scommessa con una stretta di mano.
« Vedete quelle quattro ragazze, ora vado al loro tavolo e le invito a ballare. »
« E chi dice che quelle non ballano anche con noi? »
« Allora, andatele a inviare, io resto qui a guardare. »
Loro si alzarono e a turno le andarono a invitare.
Come prevedevo, tutte e quattro rifiutarono, tornando al tavolo.
« Non avete lo scharme, non conoscete nemmeno il Papa, ora vi faccio vedere come si fà. » mi alzai e una volta giunto vicino al tavolo, battendo i tacchi dissi: « Bitte tanz (vuole ballare? »
La ragazza a cui avevo rivolto l’invito mi disse in tedesco: « Italienisch? »
« Nain, ic bin franzosisch von S. Luis (no, io sono francese di S. Luigi). » e la ragazza si alzò e venne con me alla pista a ballare.
Mentre ballavamo, Rosy mi domandò come mi chiamavo.
Mi ricordai di un attore francese e dissi: « Der maine name is Jan Gabin (il mio nome è Jan Gabin).
Mi rivolse varie domande a cui rispondevo in francese e in tedesco.
Tornati al tavolo mi invitarono a sedere con loro, chiedendomi, come mai sedevo nel tavolo con gli italiani, risposi che; non trovando nessun altro francese, mi ero seduto ad un tavolo qualsiasi.
Tornai a ballare con Annet, poi con Margareth e infine con Marie.
Mi vollero pagare da bere, ma io feci l’offeso, allora Margareth disse: « Fai come gli italiani. »
Allora sputando in terra dissi: « Italienisch schaise. » loro si misero a ridere dandomi delle manate sulle spalle.
Ballammo, mangiammo e bevemmo.
Quelle quattro, essendo belle ragazze, me le volevo scopare ma, non sapevo come dirlo.
Mi ricordai dell’insegnamento di Rosa (la mia insegnante di sesso).
Cominciai a fare il triste, rispondendo a mono sillabe.
« Che hia Jan, tutto ad un tratto sei cambiato, che ti succede? »
« È che, sono un disgraziato, da quando mi sono operato, le ragazze non mi vogliono con loro. »
« Ti sei operato, dove? »
Cercando di fare il vergognoso, dissi: « Due anni fa, fui operato al pene per curare una malattia venerea, nell’operazione mi tolsero la possibilità di procreare. »
« Allora sei impotente? »
« Nò! Solo che il mio seme è sterile, serve solo per dare piacere e a molte ragazze, questo non piace, perché loro vogliono sposarsi e avere figli. »
« Se è per questo, con noi puoi stare tranquillo, a noi piace solo divertirci. Te lo posso dimostrare. »
Tornando a ballare, mi si strinse addosso, facendo strusciare il pube sul mio rigido pene.
Tornando al tavolo Rosy si mise a parlare con le altre, tanto svelto che ci capii poco.
Poi mi invitò Annet e anche lei si strinse a me facendosi toccare.
Finito il ballo e tornati al tavolo, Margareth mi diede un biglietto.
« Se domani vieni a questo indirizzo, ci sarà da divertirci. »
Accettai con gioia.
Tornando a ballare con le altre due, feci la stessa cosa.
Rimanemmo fino a tarda notte, poi Rosy guadando l’orologio disse: « È tardi dobbiamo tornare a casa. »
« Vi posso accompagnare? »
« Nain, tanch (No, grazie) abbiamo la macchina qui fuori. »
Allora salutandole, baciai ad ognuna di loro la mano, poi una volta uscite, tornai al tavolo dove stavano gli altri.
« Che vi ho detto? Quando mi sono messo a parlare del Papa, si sono squagliate come il burro, ho promesso loro di presentarle al Papa di persona, perché io sono amico del Papa; io e lui siamo come: (pappa e ciccia), loro non capirono la battuta e una di loro mi invitò per domani a casa sua; di certo per scopare.
La sera dopo, a cena al migliore ristorante feci pagare una cena con i fiocchi bevendo solo schampagne.
Poi andai all’indirizzo che Margareth mi aveva dato.
Arrivato sul posto, vidi che era un villino.
Suonai alla porta e mi aprì Rosy.
Come entrai vidi che era nuda e così anche le altre.
Margareth accompagnandomi in una camera, mi disse di mettermi comodo; ed io mi spogliai.
Una volta nudo, presi Margareth e la misi di traverso nel letto e presi a leccarle la vagina.
Dopo che arrivò a due orgasmi, le montai sopra introducendo il pene nella vagina.
Dopo un paio di colpi, ero già arrivato.
Uscita Margareth, entrò Rosy e anche a lei feci lo stesso servizio.
Poi fu la volta di Annet.
Per arrivare al mio orgasmo, ci volle più tempo.
Per Marie, la cosa fu più lunga.
Dopo averle leccato la vagina e provocato due orgasmi, non potevo entrare dentro di lei dato che il pene non si era ancora ripreso dalle altre tre scopate.
Ci volle la sua bocca per rianimarlo e una volta rigido, arrivò solo dopo che lei ebbe altri due orgasmi.
Essendo il periodo di carnevale, Margareth aveva la casa libera per quattro sabati e quattro domeniche.
I suoi genitori passavano quei giorni fuori, lasciando la loro figlia in casa ad arrangiarsi da sola.
Margareth essendo etereo sessuale, andava sia con le altre donne, che con gli uomini e così per le altre tre amiche.
Mi invitarono a passare il sabato e la domenica con loro a fare sesso.
Finito il carnevale, non ci furono più inviti.
Qualche giorno dopo, mi ammalai (fu una cosa semplice).
Quando tornai al lavoro, fui preso dai rimproveri del capo reparto.
Al quale risposi (in tedesco): « Ghèstern sein kank (ieri stavo male).»
Lui continuò (in tedesco): « Tutte scuse, voi italiani non avete voglia di lavorare, siete degli zingari. » eccetera eccetera.
Lo fermai dicendo: « Aine moment (un momento), noi italiani lavoriamo più di voi tedeschi, non siamo zingari o per lo meno non io, non un morto di fame, come Giovanni o Paolo, (indicandoli), ic bin aine specialist, fertic arbeit (io sono uno specialista, finito di lavorare). » mi levai il grembiule di lavoro.
Lui dopo aver continuato a strillare, andò a chiamare il direktor (direttore).
Quando il direttore mi invitò nel suo ufficio, dissi di sentimi offeso e non voler più lavorare lì alla Braun.
Lui mi disse, se mi volevo licenziare, dovevo dare 15 giorni di preavviso.
« Nain (nò) neanche un giorno. »
« Allora perderai 15 giorni della liquidazione. »
Vedendomi irrimovibile, mi disse: « Se vai via da qui, non troverai nessun posto di lavoro in Germania. »
Non me ne importò niente e preso quello che mi spettava, me ne andai via.
Andai in un’altra città e lavorai in una fabbrica di televisori.
Ero nel reparto imballaggio e spedizioni.
Dopo essermi fatto tutte le donne della fabbrica, dovetti andare via.
Quando lavoravo alla Braun, conobbi Kuki, uno spagnolo.
Diventammo amici e un’estate mi invitò a passarlo in Spagna in una terra vicino Murcia, mi divertii molto e feci altre amicizie (specie femminili) per la mia collezione di francobolli e cartoline.
L’unica cosa che non mi ci abituai, fu quando andammo al cinema e durante lo spettacolo, mangiammo i semi di girasole tostati.
Durante tutto il film, non si sentiva altro che: Spu! Spu, spu.
Erano i semi che venivano messi in bocca diecine la volta e poi veniva sputata la buccia vuota.
Dopo ogni spettacolo, si usciva tutti ed entravano le addette alla pulizia della sala.
Quando sono andato a vedere la corrida, io tifavo per il toro, gridando: « Alè toro ».
L’estate seguente lo invitai a venire in Italia.
Ci fermammo ad Imperia per far visita a Paolo (conosciuto in Svizzera), i genitori dissero che stava in spiaggia a Diano Marina.
Prima di andarci, ci fermammo a mangiare in un piccolo ristorante vicino al mare.
Mentre mangiavamo, parlavamo spagnolo-tedesco e quando chiesi il conto, da un tavolo vicino, qualcuno disse: « Enrico, aumenta il conto, questi sono stranieri e hanno un sacco di soldi. », al che risposi in romano: « A rigé nun ce provà, io non so straniero ma italiano di Roma e non ciavemo na lira. »
Dopo il pranzo andammo alla spiaggia e dopo avergli presentato Paolo, lui ci presentò i suoi amici e lì conobbi Loredana.
Dopo Diano Marina siamo andati a Pisa e poi a Firenze e a Firenze abbiamo mangiato la famosa bistecca alla fiorentina.
Dopo siamo andati a Roma a casa dei miei genitori.
Eravamo a visitare il Castel Sant’Angelo, quando un ragazzo ci diede un biglietto dicendo: « Andate li a mangiare, si mangia bene e si spende poco ».
Finita la visita, invece di tornare a casa, andammo a quel ristorante.
Il piatto del giorno era: Coniglio alla cacciatora.
Sapendo che Roma è ricca di gatti, io mangiai il pollo e Kuki il gatto (volevo dire Coniglio).
Dopo aver visitato la maggior parte di Roma, siamo andati a Pompei a vedere le rovine.
Quando sono andato via da Freiburg, mi sono spostato verso Frankfurt (Francoforte) a St. Georgenn, dove mi sono presentato all’ufficio del lavoro, non dicendo che avevo già lavorato in Germania, ma in Svizzera di cui non mi ricordavo la località.
Fui mandato alla Geber Heinemann.
Quando dissi: « Ich spezialist frek machine (io sono specializzato come fresatore) e mostrai il diploma; il capo officina mostrandomi la macchina fresatrice disse: « Provalo! »
Presi il disegno del pezzo che dovevo lavorare, poi andai al magazzino e chiesi le frese che mi servivano, presi un pezzo appena fuso, ma ancora grezzo, lo montai nella morza e cominciai a lavorarlo.
Quando finii, lo mostrai al capo dicendogli: « Zó! Fertich. »
Lui lo prese e poi cominciò a misurarlo, dicendo spesso:« Gut (buono), Undebach (perbacco), Der herr Plinio es aine gut spezialist (Il signor Plinio è un buon specialista).
Andammo dal direttore che mi fece firmare il contratto; non prima che ci accordammo per la paga base.
Di solito ai operai semplici davano 145 marchi al giorno, ne chiesi 600, ci accordammo a 357.
Andai ad abitare con una famiglia tedesca che abitava in Luisen Strasse 16 che avevano una camera da affittare.
Era una coppia e avevano due figli maschi di 15 e 16 anni.
Lui non mi piaceva, stava sempre con una bottiglia di birra in mano e strillava sempre e sia la moglie, che i figli avevano paura di lui.
Se non fosse che volevo imparare a parlare il tedesco, non ci sarei restato.
Herr Franz era del 1914 e la moglie Frau Hellen del 1924.
In presenza del marito o dei figli la chiamavo Frau Hellen (Signora Elena), quando era sola, la chiamavo Mama Hellen.
Lei non voleva che la chiamassi mamma, la potevo chiamare Hellen, ma io per rispetto, continuavo a chiamarla Frau alla presenza del marito e dei figli.
Quando volevo dire qualcosa e non la sapevo dire, chiedevo: «Bitte Frau Hellen (Scusi Signora Hellen) » e mostravo quello che volevo dire e la signora Hellen con un sorriso, me lo diceva.
Quando la signora Hellen rimare incinta, il marito fece una scenata, accusandola di essere venuta a letto con me.
Lei negò ma lui andò a prendere una pistola e me la puntò alla fronte, dicendo: « Ich caput chaise der italinich (Ti uccido merda di un italiano). »
Senza far vedere che avevo paura gli dissi mischiando parole di italiano e tedesco: « Aine moment. »
Andai nella mia camera e presi il certificato che mi avevano rilasciato a Zurigo.
Tornato in sala da pranzo, gli mostrai il documento (fotocopia) di quello che avevo fatto in Svizzera.
Lui rimase a bocca aperta, non sapendo cosa dire.
Abbassando la pistola disse: « Vai via, vai via dalla mia casa. »
Lasciai la casa e mi trasferii a casa di una amica di Hellen e qualche giorno dopo, seppi che la signora Hellen era andata via di casa e era andata dai suoi genitori a Brema.
Un giorno, tramite la sua amica, mi invitò a Brema.
Ci andai una domenica.
Me la scopai, non come mamma Helen, ma come Frau Helen.
Come tornò l’estate, me ne tornai a Roma a casa dei miei genitori.
Finite le ferie, tornai in Germania.
Avevo cambiato treno a Milano e preso un treno tedesco.
Nello scompartimento c’erano due italiani di un paese del sud.
Sul sedile vicino al finestrino c’era un giornale tedesco, lo presi e lo cominciai a leggerlo (più che leggerlo, lo guardavo).
Quando arrivammo alla frontiera con la Germania, salirono i doganieri e oltre a chiedere il passaporto, chiedevano cosa trasportavamo.
Ero preso a leggere, che non risposi alla domanda in cattivo italiano.
Quando il doganiere si rivolse a me parlandomi tedesco, dicendomi: « Der herr is deutsch (il signore è tedesco)? » guardandolo come di solito i tedeschi guardano i camerieri, con un tono secco, risposi: « Ia! » e tornai a leggere.
Il doganiere non si azzardò, né a chiedermi il passaporto, né a dirmi se avevo qualcosa da dichiarare.
Lo chiese ai due italiani e fatto aprire le loro valigie, oltre ai loro vestiti, portavano: prosciutti, salami, formaggi e...patate.
Il doganiere vedendo le patate escamò: « Kartoffeln! Kartoffeln, ma voi andate in un paese che è pieno di patate e portate patate? »
Per quello che portavano gli fece pagare la dogana, a me che portavo due bottiglie di liquore e tre di vino, non mi fece pagare niente (perché non le videro).
Quado lavoravo a St. Georghen, un giorno con gli amici tedeschi, sono andato ad una cittadella tra Kalzerue e Baden Baden.
Era un posto, dove l’ottanta per cento della popolazione, erano naturalisti
(nudisti), e d’estate, giravano nudi, con appena una cintura con la borsa dei documenti e soldi.
La strada che passa da Baden Baden per Kalzerue, attraversa la cittadella di Bad (poi non me lo ricordo) e gli abitanti non mostrano vergogna di chi passa con la macchina o a piedi.
Per loro: uomini, donne, giovani e vecchi era come se ci fossero solo loro.
Ci siamo fermati un giorno, trasformandoci in (naturalisti).
Prima di spogliarmi in un hotel, avevo visto una bella e formosa ragazza.
Mentre mi spogliavo pensavo: « Quando esco e mi vede con il pisello in erezione, non farà altro che aprire le gambe. » invece quando uscii dall’hotel, l’entusiasmo mi era passato e il pisello si era ammosciato, come tutti i piselli che vedevo dagli altri uomini.
Lavorai e insegnai a lavorare ad altri italiani, fino a quando mio padre mi mandò il telegramma per tornare in Italia a Roma per prendere servizio al Ministero dei Trasporti.
E pensare che il giorno prima mi avevano offerto di trasferirmi in Sud Africa; per andare a lavorare a una filiale della Geber.Heinemann, presso Jannesbourg con un contratto di cinque anni a una paga superiore dieci volte quello che prendevo in Germania.
Era scritto che il procacciatore, non aveva quel giorno un contratto in bianco, se lo avesse avuto e io firmato (la Storia sarebbe stata diversa).
Quando lo dissi al Direttore, lui non mi trattenne i quindici giorni di preavviso, ma mi disse: mi avrebbe tenuto il posto per sei mesi, se non mi fossi trovato bene al Ministero, potevo tornare, il posto era sempre mio.
Il primo luglio del 1965 tornai dalla Germania e presi servizio al Ministero dei
Trasporti di Roma.
Un mese dopo mi arrivò una lettera di una ragazza di nome Helena Costa.
Non ricordo da quando avevo cominciato a scrivere in italiano a tutto il mondo.
Era un modo come un altro per conoscere gente, scambiarci notizie, cartoline e francobolli.
Alcune ragazze mi invitarono a passare ferie nel loro paese.
Sono stato, in Romania, Cecoslovacchia e in Ungheria, alcune le ho pure scopate, altre nò.
Come accadde con Helena.
Helena Costa era brasilera, di padre brasiliano e di madre giapponese.
Ci conoscemmo per lettera e ci eravamo scambiati le foto.
Scrivendoci, oltre a scambiarci: cartoline e francobolli, parlavamo di noi.
Helena aveva 17 anni e io 25.
Mi invitò a passare qualche giorno in Brasile, a Pelotas, una cittadella della provincia di Porto Alegre, situata quasi a confine con l’Uraguay.
In quel periodo lavoravo a Roma, presso il Ministero dei Trasporti, così dopo aver chiesto il visto, presi 15 giorni di ferie.
A Fiumicino presi l’aereo per il Brasile.
Feci scalo a San Paulo e da lì con un altro aereo per Porto Alegre.
All’aereoporto trovai ad attendermi Helena e il padre Costa Rodrigo.
A Helena avevo portato dei dolci italiani, per la madre, dei fiori.
In macchina, strada facendo, Helena non smetteva un attimo di parlare.
Non sempre capivo quello che diceva.
Quando ci scrivevamo, lei lo faceva in italiano, anche se...con qualche errore, a voce parlava portoghese-brasiliano; che era una mistura.
Mi aveva scritto che i genitori avevano una Fazenda (Fattoria) dove producevano un pó di tutto; dal caffè alla canna da zucchero.
La fattoria si trovava fuori di Pelotas.
Quando giungemmo, fummo accolti da tanta gente; per lo più ragazzi e ragazze, alcune erano nere, altre castane, altre bianche dipendeva dal miscuglio di razze.
Passai dieci giorni in cui quasi tutte le sere ero invitato a feste, mentre il giorno quando non faceva molto caldo, a fare delle escursioni per le montagne che circondavano Pelotas o al mare.
Una mattina fui svegliato da Helena. « Che c’è, non si può neanche dormire in questa casa. »
« Scusa per averti svegliato, a parte che sono già le 10, solo che...volevo chiederti una cosa. »
« Se è per fare l’amore, la risposta è sì. »
Le guance di Helena si erano arrossate.
« No! Non volevo dirti questo. »
« Che pena. Mi sarebbe piaciuto farlo. »
« Ti volevo chiedere, cosa ne pensi di una ragazza vergine e di una che non lo è.»
« Essere il primo è bello, essere l’ultimo è meglio. »
« Che vuoi dire? »
« Una ragazza vergine, dopo averlo fatto, può avere la curiosità di rifarlo con un altro per vedere quale è la differenza. Con una che non è più vergine si può esse-re il secondo o il...numero imprecisato, che però finsce con me. »
« Ma se una ragazza vergine ama il ragazzo con cui si è data, non lo farà con gli altri. »
« Come sei ingenua. Non capisci la differenza tra Amore e Sesso. Ti faccio un esempio: Tu sei vergine e ti sei innamorata di me come io lo sono di te. Facciamo l’amore, ci sposiamo o restiamo insieme. Incontro tua cugina Manuela a una festa da ballo e ballando, capisco che lei ci sta a fare l’amore con me.»
« Come fai a sapere che ci sta a fare l’amore con te?»
« Semplice. Ti sarà capitato, ballando, di sentire il tuo compagno stringerti e premere il pene contro il tuo pube. »
« Sì alle volte e alle volte mi dà anche fastidio. »
« Se ti da fastidio cerchi di scostarti, se non ci riesci, lasci perdere e fai finta di niente. Se invece ti piace e ci vuoi fare l’amore, glielo fai capire, strusciando il pube contro il suo sesso. »
« Tu l’hai già fatto da quando sei arrivato? »
« Nò, perché non mi è piaciuta nessuna. »
« Con me pure non ti sei stretto, segno che non ti piaccio. »
« Non è vero! Tu mi piaci, te lo posso dimostrare se ti infili dentro il letto. Helena diventò ancora più rossa e si alzò dal letto.
« E se vedi che una ci stà, che fai? »
« Troviamo una scappatoia e facciamo sesso. Io non l’amo, amo te, però faccio sesso con tua cugina. Questo potrebbe capitare anche a te. Ma perché mi stai facendo queste domande, non sarai per caso vergine? »
Tornò a diventare rossa e poi balbuziando disse: « Nò non lo sono, l’ho già fatto più di una volta. »
« E ti è piaciuto, hai goduto, quante volte? »
« Ma queste non sono domande da farsi, sono affari miei. »
« Scusami, non volevo offenderti. Vedi ci sono persone che pensano solo per sé, quando stanno con una donna non interessa loro che la donna gode o no, l’importante e che lei faccia godere lui. Io per esempio, non arrivo al piacere se la donna che sta con me, non gode almeno due volte. »
« Come fai a sapere che lei ha goduto, te lo dice lei? »
« Non occorre che me lo dica a parole, me lo dice il suo corpo. »
« Il suo corpo, e come? »
« Questo lo sai pure te, visto che hai già avuto dei ragazzi. »
« Sì, lo sò, volevo solo sapere se è quello che è successo a me. »
« Se la stò accarezzando; in questa posizione, » e imito la posizione di fianco e la mano destra ad accarezzarle la vagina; « Me lo dice la bocca. La bocca al momento del piacere, si apre come se gli mancasse l’aria, la lingua esce fuori e vuole che la baci incrociando la mia lingua con la sua. Se invece le stò baciando i piedi, le gambe o la vagina, me lo dice il bacino che si solleva ad arco. Ci sono i gelosi che...vogliono fare quello che vogliono, ma non vogliono che sia anche l’altro a farlo. Io non sono un geloso. Per me dire tu sei la mia ragazza o la mia moglie, non esiste, così pure io per te. Dire Mia o Mio e dire Questa o Quello mi appartiene; e questo non è Amore ma Possesso e l’uomo o la donna non si comprano. Ora però è meglio che esci che mi devo alzare per andare al bagno.
« Se hai il pigiama, non ci sono problemi, ti ho già visto più di una volta. »
Contenta lei, misi giù i piedi e mi alzai.
Sapevo già che sarebbe successo.
Parlando di sesso, mi era venuta l’erezione e non volevo che me la vedesse, così come mi alzai, il suo sguardo andò al rigonfiamento che si notava dai pantaloncini del pigiama, rimase a bocca aperta.
« Ma...deve essere enorme! »
« Cresce con l’età, a cinquantanni smette di crescere. Comunque non ti dovrebbe scandalizzare, lo avrai visto più di una volta nei tuoi incontri. »
« Si...ma mai così grande. »
« Si vede che i tuoi compagni avevano più o meno la tua età. »
E senza rendermene conto, il pene mi era uscito dall’apertura d’avanti e stava ben in resta, pronto per l’azione.
Non rimase ad attendere le consequenze, ma corse via dalla stanza.
Fatta la barba e il bagno, mi vestii e andai in cucina a fare colazione.
Helena non si vide fino all’ora del pranzo.
Mangiò tenendo gli occhi bassi e finito, tornò a scomparire.
Come tutti i giorni, dopo il pranzo, prendevo la macchina che avevo noleggiato e facevo il giro per prendere gli amici per andare al mare.
Helena stava dalla cugina Manuela; così con loro due e Tomas (il ragazzo di Manuela) ci dirigemmo incontro agli altri e poi, tutti al mare.
Al mare facemmo il bagno, giocammo a palla al volo fino a quando l’aria cominciò a rinfrescare, poi tornammo a casa per la cena e di nuovo all’incontro per andare a ballare.
Quella sera andammo a casa di Susana.
I suoi genitori non c’eramo e aveva la casa tutta per se e per gli amici.
Solo che i ragazzi non c’erano.
Manuela disse che sarebbero venuti più tardi.
Cominciammo a scaldarci con della musica forte, poi stanchi di muoverci come forzennati, ci rilasciammo con dei lenti (quelli che in Italia si chiamano: Il ballo del mattone).
Ad ogni ballo mi strusciavo con una ragazza.
Ci stavano tutte, da come si strusciavano a loro volta, fino a quando ballai con Helena. Con lei cercai di controllarmi, tanto cercavo di non accostarmi a lei, tanto si accostava a me; per non parlare poi degli urtoni tra le altre coppie fatte di donne.
Ormai non potevo cercare di non avere l’erezione, ogni volta che mi scontravo con il suo pube, mi si irrigidiva il pene, tanto da farmi male da quanto era duro.
Ad ogni intervallo, si andava a bere qualcosa.
A me sembrava che più bevevo e più mi veniva voglia di scopare.
Mentre ballavo con Manuela, non ricordo come... (colpa della bevanda) mi trovai con il pene tra le sue gambe.
La cosa dovette piacere anche alle altre, perché ad ogni ballo, mettevo il pene in mezzo alle gambe della ragazza di turno.
Prima che mi addormentai, mi ricondo dell’ammucciata sul tappeto della sala.
Non sò come finì perché mi svegliai a letto con un gran mal di testa.
Chi mi ci aveva portato, chi mi aveva spogliato, messo il pigiama e messo a letto, non me lo ricordo.
Come mi alzai per andare al bagno sentii la testa girarmi.
Non per quello che avevo bevuto, ma per quello che doveva essere successo.
Facendomi forza, riuscii ad andare in bagno a svuotare la vescica, poi tornai a letto.
Dovevo essermi riaddormentato, fui svegliato da Helena che portava un vasoio con tanta roba da mangiare.
« Ieri sera era tutto combinato con le tue amiche, altro che i ragazzi sarebbero venuti più tardi, mi volevate tutte per voi e dato che non prendevo l’iniziativa, mi avete drogato e approfittato di me. »
« Non è vero, hai bevuto troppo. »
« Che ho bevuto, ho bevuto, ma non tanto da ubriacarmi, avete messo qualcosa e da come mi sento, devo avervi scopato tutte e quattro. »
« Non è successo niente. »
« Senti ragazzina, a me questo non me lo puoi dire, io di esperienze con le donne ne ho avute tante che ho perso il conto. »
« A quanto pare tu hai avuto diverse esperienze. »
« Ho cominciato a undici anni e avevo per maestra una prostituta e se dico che avete approfittato tutte e quattro, vuol dire che avete approfittato tutte e quattro. Mi è già capitato una volta a scopare quattro ragazze e sò come ci si sente dopo.»
« Io non l’ho fatto. »
« Sarà, ma non ci credo. »
Mentre parlavo, mangiavo e sentivo le forze ritornarmi e lo sentivo anche dal membro che s’era irrigidito.
« Come ti dicevo ieri mattina, prima di arrivare alla fine, le donne le faccio godere. »
« E come? »
« Le donne hanno dei punti del corpo sensibile al tatto. Se non si conosce la donna, questi punti bisogna trovarli. Ci sono donne che arrivano al piacere se si sentono leccare le dita dei piedi, altre il lobo delle orecchie, i seno, i capezzoli, la vagina, l’ano eccetera eccetera.»
Da come Helena si muoveva, si capiva che gli era venuta la voglia di scopare.
Mi alzai dal letto e mi avvicinai a lei.
Ponendole un braccio intorno alla vita, gli sollevai la minigonna e portai il membro verso l’incrocio delle gambe.
Al tocco, avevo sentito le mutandine bagnate, segno che aveva goduto.
« Non qui, non qui! »
La lasciai perdere e mi ne andai al bagno a fare la barba e a lavarmi, poi tornai in camera a vestirmi.
Quel giorno in spiaggia, ricevetti una strana proposta da Helena.
Eravamo sulla spiaggia quando Helena mi disse:
« Quer ficare? »
Con il fatto che in italiano, la parola Fica, vuol dire Vagina; Ficare, sicuramente voleva dire: Scopare.
Sentirmi dire: « Vuoi scopare » in quel momento, non me lo aspettavo.
Per un pó rimasi perplesso, poi risposi: « Dove? »
« Aqui! »
« Qui? Sulla spiaggia, in mezzo a tanta gente ».
« Si! Si! Aqui! »
Bbo! Se in Brasile ci si scopa in pubblico, non lo sapevo, però non me la sentivo di farlo in mezzo a tanta gente.
Guardandomi in torno alla ricerca di un posto isolato.
Non ce n’erano, ovunque c’era gente.
« Allora, quer ficare? »
Presi l’asciugamano e avvolgendolo intorno a noi, tirai fuori dal costume il pene e avvicinandolo al costume di Helena, presi a slacciare i lacci che reggevano il costume.
Invece di scopare, presi uno schiaffone e come un allocco, con il pene di fuori, in mezzo a tanta gente, rimasi solo a guardarmi intorno.
Accorgendomi che mi stavano guardando, riportai il pene dentro il costume e me ne tornai a casa di Helena.
Non la vidi per tutto il giorno e il giorno seguente, vedendo l’aria che tirava, rifeci la valigia e dopo aver salutato la madre e il padre, presi la corriera per Porto Alegre e alla biglietteria dell’aereoporto chiesi se potevo tornare in Italia prima della data di rientro.
La ragazza della bigletteria mi chiese: « Não gostó do Brazil? »
Le chiesi se capiva l’italiano, lei mi disse: « Un poco. »
« Da questo lato del Brasile mi è piaciuto, delle ragazze nò. »
« Perché? »
Le raccontai quello che mi era successo il giorno prima e lei dopo essere scoppiata a ridere, mi disse: « La tua amica Helena non ti aveva detto se volevi fare l’amore, ma se volevi restare. In portoghese Ficare vuol dire Restare. »
Alzando le spalle dissi: « Ormai la frittata è fatta, è meglio che me ne torni in Italia, almeno lì: Restare, vuol dire restare, Ficare vuol dire scopare. »
Così presi l’aereo e me ne tornai in Italia.
Ero appena tornato dal Brasile, stavo all’aereoporto di Roma-Fiumicino e mi dirigevo con i miei bagagli, verso il parcheggio, dove avevo lasciato la macchina.
All’uscita dell’aereoporto, vidi una gran confusione di persone che si agitavano.
Mi avvicinai e domandai: « Che sta succedendo? »
« È che c’è lo sciopero generale e non c’è modo di andare a Roma a parte gli strozzini che con le loro macchine chiedono somme astronomiche. »
In mezzo alla folla vidi una donna e una ragazzina.
La donna era tutta agitata e diceva verso non sò chi, un sacco di parolacce.
Mi avvicinai e chiesi: « Posso esserle d’aiuto? »
« Devo andare a Sutri e quel disgraziato, vuole centomila lire, per chi mi ha preso, centomila lire, dove le prendo, centomila lire. »
« Senta, ho la macchina nel parcheggio, se vuole vi ci porto io a Sutri. »
Guardandomi in malo modo, mi disse: « E quanto vuole? »
« Niente, sono in ferie, sono appena tornato dal Brasile, ho ancora cinque giorni e non conosco Sutri, vorrà dire che terminerò le ferie a Sutri. »
« Vieni Santina, il signore ci accompagna a Sutri. »
« Innanzitutto, non sono un signore, il mio nome è solo Ilo ma mi potete chiamare Lupo.»
« Lupo; sembra il nome di un animale. »
« È vero, sono nato in un paese dove c’erano tanti lupi, così che mio padre volle chiamarmi Lupo. Però fui battezzato con il nome Ilo »
Giunti al parcheggio caricammo i bagagli in macchina.
Santina salì di dietro e la madre davanti.
Lasciammo l’aereoporto e ci dirigemmo verso il Raccordo Anulare e da lì prendemmo la Cassia in direzione Sutri.
Strada facendo, la signora che si chiamava Marzia, mi domandò:
« Perché sei andato in Brasile? »
« Mi aveva invitato una ragazza, poi abbiamo litigato e sono andato via prima del previsto. »
S’intromise Santina, dicendo: « Non si voleva far scopare, la tua ragazza? »
« Santina! È questo il modo di parlare, non si faccia caso, è solo una bambina, pensa, dorme ancora con l’orsacchiotto. »
« Non sono una bambina, ho dodici anni e sò quello che dico. »
« Non ci faccia caso. »
Arrivammo a Sutri e dietro le indicazioni di Marzia, mi diressi verso un quartiere di villini.
Marzia abitava in un villino geminato.
Scese ad aprire il cancello e mi fece entrare con la retromarcia.
Una volta fermo, cominciammo a scaricare i bagagli.
« Conoscete qualche albergo in cui possa andare? »
« In albergo? A parte il fatto che siamo in alta stagione ed è tutto caro, e poi,
perché dovrebbe andare in albergo, sei stato tanto gentile ad accompagnarci, resterai qui da noi, dormirai nella stanza di Santina e lei dormirà con me. »
« Non vorrei incomodare. »
« Nessuno incomodo, in questa casa ci viviamo solo noi due. Mio marito lavora in Germania, si siamo andati la settimana scorsa, siamo appena tornati. »
Così scaricai anche i miei bagagli e li portai nella stanza di Santina.
Mentre ero intento a sistemare le mie cose, Santina tirò da sotto il letto, un orsacchiotto di peluche.
L’orsacchiotto, in piedi, aveva la stessa altezza di Santina.
Santina lo mise sul letto e da una scatola, tirò fuori qualcosa che prese ad avvitare sull’orsacchiotto.
Quando si spostò, potei vedere che, quello che aveva posto sull’orsacchiotto era un pene.
Sembrava vero, solo che, era di plastica.
Marzia stava venendo e Santina nascose l’orsacchiotto sotto il letto.
« Ora scendo a fare un pò di spesa. »
Mettendo la mano al portafoglio, dissi: « Vorrei contribuire alla spesa! »
« Ma non ci pensi nemmeno, se si accontenta di quello che possiamo offrire. Una cosa sola vorrei. Se qualcuno ti domandasse chi sei, dì che sei mio fratello. È per le male lingue. Mi sono intesa? »
« Sì, certo, sono tuo fratello e ti sono venuto a trovare. »
Poco dopo Marzia uscì chiudendo la porta di casa.
Ad un certo punto mi venne voglia di orinare ed andai al bagno.
Nell’interno non c’era modo di chiudere la porta, così pensando di non essere disturbato, mi misi ad orinare.
Avevo appena cominciato, quando la porta si aprì ed entrò Santina.
« Scusami, è che mi scappa. »
Si mise sul bidè e potei sentire lo scroscio.
Stavo con il pene in mano, che per di più era in erezione; forse al pensiero dell’orsacchiotto nel letto con Santina. Stavo orinando e non lo potevo mettere via.
Santina mi stava guardando il pene e disse: « Come è grosso, mi farà male ad entrare? »
Avevo finito e rimesso nella patta dei calzoni.
« Non ci pensare nemmeno, accontentati dell’orsacchiotto. »
« Guarda che, dall’età di dieci anni non sono più vergine. »
« Hai cominciato presto, a quando pare, come è stato? »
« Dopo che mio padre andò a lavorare in Germania, mia madre cominciò a ricevere degli uomini, diceva che erano suoi fratelli. Una notte mi sono alzata per andare al bagno e passando d’avanti alla camera di mia madre sentii mia madre lamentarsi. Aprii la porta e vidi, quello che doveva essere suo fratello, stare su di lei e fare quello che faceva mio padre. Stavo per andare via quando l’uomo mi vide e mi sorrise. Più tardi venne in camera mia e mi prese. Mi fece male, ma poi mi fece piacere. Così ogni volta che veniva qualche fratello a trovare mia madre, facevo capire che anche io ero disponibile. Di peni ne ho avuti tanti, di tutti i fratelli che sono venuti a trovare mia madre e ti posso dire che di fratelli mia madre ne ha tanti. Poi ci fu l’ggressione che subii. Stavo tornando da scuola quando fui presa e messa dentro un furgone. Erano in quattro e mi violentarono, forse mi avrebbero ucciso se non fosse arrivato un poliziotto che vedendo il furgone agitarsi, aprì lo sportello e mi salvò. Loro furono in carcere, io in ospedale. Mia madre credette che avevo perso la veginità in quell’occasione. Quando andammo a trovare mio padre mi fece promettere di non dire niente a proposito dei fratelli che riceveva in casa. Io promisi alla condizione che mi lasciasse fare il sesso con alcuni dei suoi fratelli. »
« Anche io se è per questo, ho tante sorelle. Sono il primo di dodici figli. Mio padre dopo di me, ha avuto solo femmine e si è fermato quando è nata l’undicesima figlia. »
« Ma è vero o mi stai prendendo in giro? »
« Se non ci credi, telefona a mio padre e domandaglielo. » e gli mostrai il mio biglietto da visita.
Meno male che non lo prese.
Sentimmo la chiave girare nella serratura e andammo in cucina.
Mentre aiutavo Marzia e sistemare le cose che aveva comprato, Santina disse:
« Mamma, posso andare a giocare con i miei amici? »
« Sì! Però non ti allontanare, tra non molto si cena. »
Avevamo finito di sistemare la roba.
« Oggi fa molto caldo, sono tutta sudata, mi vado a fare una doccia. »
Stavo vedendo la televisione che mi sentii chiamare.
« Lupo! Lupo!, ti dispiace lavarmi la schiena? »
Non potevo rifiutare.
Andai al bagno. Marzia mi voltava la schiena. Mi passò la spugna insaponata e io presi a passarla sulla schiena, poi passai più in basso, poi sulle natiche e tra le natiche.
Marzia per facilitarmi il compito aveva aperte le gambe e chinata la schiena, così potei lavargli sia l’ano che la vagina.
Era tanto sporca, che dovetti passare la spugna più volte.
« Non senti caldo, perché non ti spogli? Si sta tanto bene sotto l’acqua fredda. »
Non me lo feci ripetere, mi spogliai lasciando i panni dove stavo, poi nudo entrai sotto il getto.
L’acqua era fredda, ma ci pensò Marzia a riscaldarmi insaponandomi la schiena e il pene che ben insaponato entrò nella vagina lavandola ben in fondo e lasciandole poi una bella crema.
Dopo esserci asciugati andammo a sdraiarci sul letto e completare l’opera.
« Se non mi avesse scaricato i suoi umori mio marito, non te lo avrei permesso.»
« Anche se non lo avesse fatto tuo marito, con me puoi stare tranquilla, quando ~
avevo venti anni e lavoravo in Svizzera, mi sono fatto operare. Così posso scopare come tutti gli uomini, solo che il mio sperma è sterile. »
« Perché lo hai fatto? »
« Quando lavoravo in Svizzera conobbi una puttana che mi disse che potevo guadagnare più con il pene che con le mani. Solo bisognava farmi operare. L’operazione la pagò lei e io gli restituii i soldi in natura. Di giorno scopavo l’albergo dove Gilda lavorava come cameriera e di notte scopavo tutte le donne che venivano nella mia camera. Guadagnavo Centomila lire al mese per le pulizie e cinquemila lire ogni scopata che facevo. Feci un sacco di soldi, scopando tutte le donne: giovani e vecchie. »
Quella notte scopai anche Santina.
La cosa le piaque tanto, che, mi preferì all’orsacchiotto.
Finiti i cinque giorni dovetti tornare a Roma per riprendere a lavorare.
Non potete immaginare le risate che mi sono fatto con i colleghi, quando raccontavo la mia avventura.
A Helena scrissi, scusandomi del comportamento poco corretto verso di lei, spiegandogli il significato doppio della parola Ficare.
Continuammo a scriverci per un pó, ma non ci vedemmo più.
Al Ministero dove lavoravo, un giorno qualcuno mi disse, se dopo essermi sposato avrei fatto fare tanti figli a mia moglie, mostrai il certificato medico e quando seppe che non potevo procreare (lo avevo detto ad un collega); lo seppe tutto il Ministero.
Nunziatina (Tina per gli amici); era una ragazza di ventisei anni (che poi seppi era stata sposata due anni, non aveva figli ed era separata).
Mi chiese se volevo comprare una casa di campagna?
« Mi è sempre piaciuto avere una casa in campagna, se mi piace, la posso comprare. »
La casa si trovava in Umbria nel paese di Amelia.
Ci arrivammo in macchina.
Mi fece vedere la casa e poi il campo.
C’erano vari alberi da frutta e c’era un grosso albero di fichi, con i fichi già maturi.
I fichi bassi li avevano già colti, restavano solo quelli in alto e per prenderli era possibile solo con una scala.
Una volta posta al tronco mi disse di salirci sopra e io: « Veramente non posso, soffro delle vertigini ».
Così fu lei a salire sulla scala e io le regevo la scala.
Mentre lei coglieva i fichi e io reggendo la scala guardavo in alto, alla ricerca di fichi e altro.
Questo altro la dovette incomodare perché si voltò in giù dicendomi: « Mi stai guardando le gambe? »
« Le gambe? Ti giuro non le stavo guardandole, cercavo di guardare due meloni e una prugna. Quella però non sono riuscito a vederla ».
« Che prugna non sei riuscito a vedere? »
« La fessura in cui tu fai la piscia ».
Lei si fece rossa e sempre cogliendo i fichi strinse le gambe.
« Così non vale, riuscivo solo a vedere il colore delle tue mutandine e niente altro ».
Poco dopo la vidi rilassarsi e scostò leggermente le gambe e dovendo cogliere dei fichi posti più in là, dovette essere costretta ad allungare una gamba per portarla al ramo vicino; così, con, o nò, fu costretta a mostrarmi il nido che si trovava sotto le mutandine.
Una volta riempito il cesto scese dalla scala e lo portò dentro casa invitandomi a mangiarne qualcuno.
Rifiutai dicendo: « A me i fichi non piacciono, preferisco le fiche ».
Ancora una volta si fece rossa come un papavero.
Poi come se non si fosse offesa mi chiese se mi piaceva la casa.
Le dissi che mi piaceva più la padrona.
Ridivenne rossa ancora una volta.
« La casa e il campo mi piacciono, il prezzo non tanto, dovresti convincermi che è un buon’affare? »
Mi portò in camera da letto e una volta dentro di lei, dissi: « La casa mi piace, è comoda, fatta sulla mia misura ed è calda e accogliente ».
« Ma di che casa stai parlando? »
« Di questa. » e le misi una mano sopra.
Nonostante avessimo fatto l’amore, divenne ancora rossa.
Da dopo essersi separata, doveva essere rimasta a digiuno da chissà quanto tempo.
Non si stancava mai; e quando vedeva che non ce la facevo più mi diceva: «Mangia qualche fico, danno la ricarica ».
I fichi li mangiai tutti, anche con la buccia, quando finirono, finì pure la ricarica.
Quando mi chiese se volevo comprare la casa, le dissi: « Dipende quale casa intendi, questa la prendo se con la casa ci rimane la padrona? »
Non accettò, così non facemmo l’affare; anche se l’affare me lo ripropose la domenica successiva tornando in Umbria.
Questa volta quando salì sulla scala lo fece lentamente e con più libertà, lasciandomi godere delle sue gambe e dei peli che s’intravedevano sotto la gonna.
Non portava le mutandine, se le era tolte, probabilmente quando era andata al bagno.
Una volta sull’albero, mise i piedi tra due rami, i quali non essendo vicini tra loro, la costringevano ad allargare le gambe e contemporaneamente la vagina.
« Se vuoi scopare, devi salire sull’albero. »
Quella vista mi provocò tanto, che non ce la feci più a stare a guardare e salendo sull’albero, la presi tra una biforcazione di due grossi rami.
Di certo se l’aspettava perché aveva appeso il cesto e come le fui accanto si era messa comoda, lasciando che le sollevassi la gonna.
Una volta sollevata, mi feci passare le gambe intorno al collo e le leccai la fica.
Dopo l’orgasmo la penetrai e anch’io venni dentro di lei.
Poi entrammo dentro casa.
Una volta dentro, i fichi non li mangiammo ma cominciammo le contrattazione al letto.
Ancora una volta non raggiungemmo l’accordo e fummo costretti a ritornare.
Una volta le dissi che volevo vedere bene la casa e dopo averla vista da cima a fondo, le chiesi di farmi vedere l’altra casa.
Ormai aveva capito di quale casa intendevo, così si spogliò e una volta nuda, si stese sul tavolo, le allargai le grandi labbra e ispezionai bene la sua casa, e dove non si vedeva, lo vidi con l’aiuto di una torcia.
« Hai una bella casa, peccato sia umida, ma ho io un prodotto per eliminare l’umidità. »
Salito sul tavolo, la penetrai.
Ripetemmo la contrattazione della casa varie volte, sempre cercando varie posizioni per invogliarrmi a comprarla.
Annunziatina era una venditrice istancabile; pur di vendermi la casa, partecipava volentieri alle contrattazione, mettendosi a pecorone su di me e leccandomi il membro, mentre io le leccavo sia la fica che il buco dell’ano.
Peccato che in tutto c’è un limite e quando non riuscì a vendermi la casa, ci provò con un altro probabbile aquirente.
Quando ero tornato dalla Germania, avevo portato una Mercedes la quale era stata fatta apposta per chi soleva conservare la sua privacy.
I vetri lasciavano vedere fuori, ma non lasciavano vedere dentro.
La leva del cambio era sotto il volante, come anche il freno a mano.
Il sedile anteriore era tutto di un pezzo, ci potevano stare tre persone.
Aveva una leva, sul lato sinistro, accanto alla porta che, faceva abbassare lo schienale, fino al sedile posteriore, trasformandolo in un letto.
Il tessuto dei sedili era di stoffa, non dava fastidio alla pelle nuda.
In macchina ci portai tante donne che mi chiedevano un passaggio per tornare a casa; una di queste fu Samanta.
Samanta era un’impiegata di basso livello che lavorava nella mia stessa sezione.
Avendo saputo della mia (chiamamola) malattia, non mancava di tormentarmi.
Mi chiamava spesso nella stanza dove lavorava come segretaria di un Direttore e se lui non c’ era, mi chiedeva se gli potevo raccogliere delle carte che gli erano cadute e mentre le raccoglievo, i miei occhi andavano in mezzo alle sue gambe che si schiudevano, lasciandomi vedere le mutandine semi-trasparenti, i suoi peli e se era eccitata, l’apertura della vagina.
Quando mi rialzavo, con i fogli, Samanta vedeva che avevo il viso arrossato per quello che avevo visto, mi diceva: « L’hai vista, ti piace? Peccato che non la puoi avere. Vederla sì, possederla nò. »
« Perché? »
« Perché sei brutto e poi non sei al mio livello. »
Quelle parole mi facevano restare male.
Cosa avrei dato per poterla possedere.
Avrei venduto pure l’anima al Diavolo per averla.
Ogni mattina quando arrivava; per me era sempre più bella e sexi che mai.
Si fermava d’avanti alla mia scrivania, che stava nel corridoio, si fermava, mi guardava e se nessuno l’ascoltava, mi diceva: « Questa mattina, quando mi sono alzata, ho pensato a te e ho indossato un paio di mutandine speciali, le vuoi vedere? »
Come al solito, diventavo rosso e lei sculettando, riprendeva il cammino diretta alla sua stanza e io come ipnotizzato, la seguivo.
Una volta giunta, non mi lasciava entrare, con la scusa che...poteva arrivare il suo capo.
Samanta piaceva a tutti e tutti (sicuramente) la volevano scopare.
Come pure il suo capo.
Una sera mentre facevo gli straordinari, la sentii gemere e quando abbassai la maniglia della porta, la trovai chiusa a chiave.
Rimasi nel corridoio (silenzioso); a quell’ora non c’era più nessuno, ad ascoltare i gemiti che Samanta emetteva e pensando a chi sà cosa stesse facendo con il suo superiore, me ne andavo al gabinetto a masturbarmi, pensando di essere io al
posto del suo capo.
Un’altra sera disse; alla presenza di altre impiegate:
« Mi si è guastata la macchina, questa sera, (rivolgendosi a me) signor Plinio, mi può accompagnare a casa? »
Era certa che le avrei detto di si.
« Volentieri, con molto piacere. »
Quel giorno mi tormentò più del solito.
Quando era sola nella stanza, suonava il campanello e dal quadro di fronte alla mia scrivania, si illuminava il numero 49.
In servizio in quella Sezione eravamo in quattro; gli altri miei colleghi, conoscendo il mio debole verso Samanta, non si muovevano dalle loro scrivanie, così ero io ad andare al suo richiamo.
Una volta in stanza, oltre a farmi raccogliere le carte che (sicuramente) faceva cadere, mi faceva vedere le gambe e...quella volta senza mutandine, la vagina.
Quando mi rialzavo, più rosso che mai, mi diceva: « L’hai vista? Mi piacerebbe vedere il tuo membroo. Vorrei vedere se è più grosso di quello di Roberto. »
Roberto era il nome del suo Capo.
Feci l’atto di tirare giù la lampo dei calzoni.
« Ma che sta facendo? Qui, in questo ufficio, di giorno per di più, è diventato matto per caso? Semmai, me lo farà vedere quando mi riaccompagnerà a casa.»
Il giorno non passò mai.
Le ore, i minuti, andavano avanti con una tale lentitudine.
Poi piano, piano, si arrivò alla sera e dopo aver salutato il suo Capo, mi seguì nel parcheggio e dopo che le aprii lo sportello, si dedette.
Prendendo posto al volante, misi in moto e partii.
Samanta abitava ad Albano Laziale e la strada, dopo aver lasciato la città, si incerpicava per le colline boscose.
Eravamo giunti in mezzo ai boschi, quando Samanta mi fece fermare.
Cercai un punto adatto (appartato) da chi avrebbe percorso quella strada e mi fermai spegnendo il motore e le luci.
Samanta, conoscendo (tramite Giulia, una sua amica), l’interno della macchina, strada facendo, si era spogliata restando nuda.
Una volta fermata la macchina, accesi la luce del cruscotto e feci per spogliarmi.
« Fermo! Non vale la pena, quello che voglio vedere è il tuo pene, i resto del corpo non mi interessa. »
L’accontentai, tirandolo fuori dai pantaloni.
Vedendo Samanta nuda, mi ero eccitato e il membro fece fatica ad uscire dai pantaloni.
Dopo averlo visto, lo prese in mano stringendolo tra il pollice e l’indice della mano destra.
« È più piccolo di quello di Roberto. »
« Anche se è più piccolo di quello di Roberto, fa la stessa funzione; lo vuoi provare?
E senza aspettare la sua risposta, spostai la leva del sedile facendolo inclinare tutto, poi mettendomi su di lei, cercai di penetrarla.
Samanta però aveva stretto le gambe, difficoltandomi l’azione.
« Non voglio! Non voglio fare l’amore con te. »
« Ma è che io, voglio fare l’amore con te. Da quando ti ho conosciuta, da come mi ha (dall’inizio) provocato, mi è venuta la voglia di fare l’amore con te. Perciò dopo questa ultima provocazione, o apri le gambe volontariamente, o te le farò aprire con la forza. »
« Puoi anche farlo, con la forza; e con la forza, penetrarmi. Ma poi a casa mia, dirò quello che mi hai fatto e...mio padre non ti denuncerà ai carabinieri, ti prenderà e ucciderà; ma non subito, prima ti farà soffrire, ti pentirai di avermi preso con la forza. Fai come vuoi. »
Sentendo quelle parole e ricordando a quello che si diceva; sul conto del padre, mi si smorzo l’entusiasmo come si smorzò l’erezione del membro.
Spostando la leva del sedile, riportai lo schienale alla posizione normale e spensi la luce.
Samanta tornò a rivestirsi e una volta pronta, riaccesi i fari, il motore, feci manovra con la retromarcia, riportandomi sulla strada Nazionale e proseguii verso Albano.
Una volta d’avanti casa sua, Samanta scese dalla macchina e io senza salutarla, ripartii tornando a Roma.
Da quel giorno le cose cambiarono.
Quando Samanta arrivava, le davo il buongiorno senza togliere gli occhi dal giornale che stavo (facendo finta) leggendo e quando suonava il campanello, non mi alzavo a vedere cosa voleva, ci mandavo Andrea, Luciano o Valerio.
Dopo aver raccontato loro quello che mi era successo, Samanta non mi interessava più.
Non era vero; mi interessava eccome.
Fu in un momento che pensai: « Sarei disposto a vendere l’anima al Diavolo, se mi aiutasse a conquistare Samanta. » e quella notte la sognai.
Di certo il Diavolo mi aiutò; facendomi vincere al Totocalcio.
Non erano tanti milioni, ma sufficiente per fare quello che avevo in mente.
Con quei soldi e con l’aiuto del diavolo, comprai (a nome di Roberto Vinci, il suo capo) una casa in un campo, nelle vicinanze della strada che tutti i giorni Samanta percorreva per tornare ad Albano Laziale.
La feci restaurare e una volta pronta e ammobiliata, feci delle modifiche.
Quando fu tutto pronto, aspettai l’occasione giusta.
L’occasione venne, quando Samanta si fermò per fare gli Straordinari.
Quando faceva gli Straordinari, portava la macchina e la sera, finito il (lavoro), tornava a casa.
Quella sera mi ero nascosto nella sua macchina.
Samanta non guardò che c’era (sdraiato sul sedile di dietro), montò in macchina e partì.
Quella sera aveva fatto più tardi del solito, per questo motivo che, andava veloce.
Quando giunse nelle colline, dove la strada era piena di curve, dovette rallentare.
Arrivata quasi al culmine di una salita, uscii da dove ero nascosto e mettendole il coltello sopra la sua gola, la feci fermare.
« Fermati, ora fai retromarcia in quel sentiero. »
Mentre faceva la manovra disse: « Cosa vuoi? Ti ho riconosciuto, sei quel maniaco di Lupo. »
« Voglio quello che mi hai sempre mostrato e mai dato; voglio quello che sempre dai al tuo Roberto. »
« Come ti dissi un’altra volta, mi puoi prendere con violenza, ma poi dovrai fare i conti con mio padre. »
Senza darle ascolto, le misi un fazzoletto d’avanti alla bocca.
In quel fazzoletto ci avevo versato del cloroformio.
Resistette un pó, poi si rilassó e si accasciò sul sedile.
Scesi dalla macchina e con un pó di sforzo (il peso morto, pesa più di un peso vivo), me la caricai su una spalla e la portai dentro un furgone che era lì nascosto.
Una volta nel furgone, la spogliai e la misi su una brandina che avevo montato.
Vestii con gli abiti di Samanta un’altra donna (era una prostituta che avevo rimorchiato perché aveva la stessa misura di Samanta), me la caricai sulla spalla e la misi al volante della macchina di Samanta.
Le versai in testa e sui vestiti il contenuto di cinque litri di benzina.
Misi la leva in folle e con il finestrino abbassato, spinsi la macchina, riportandola sulla strada.
Dopo la salita, c’è la discesa (come al solito).
La macchina in Folle, prese velocità e invece di fare la curva a destra, proseguì la corsa, uscendo fuori strada, capotandosi, varie volte, fino a fermarsi addosso ad un grosso castano.
L’avevo seguita a piedi.
La macchina non aveva preso fuoco (a motore spento, difficilmente prende fuoco).
Allungando la mano, misi la leva del cambio sulla 4ª marcia, assicurandomi che non arrivava nessun altra macchina, avvicinai la fiamma dell’accendino ai suoi vestiti e mi allontanai.
Di botto, la macchina prese fuoco.
Mi nascosi quando sentii arrivare una macchina che si fermò.
Scesero degli uomini, ma non poterono fare niente (si vede che non avevano istintori con loro).
Uno parlò con il telefonino, di certo chiamò la polizia.
Senza farmi vedere o sentire, raggiunsi il furgone.
Quando vidi che erano arrivate altre macchine, misi in moto e lasciai quel posto, dirigendomi alla casa che avevo comprato.
Dove c’era la stalla, c’era un garage con il portone di metallo, che si apriva con il telecomando.
Una volta dentro e chiuso il portone, accesi la luce (fuori non si vedeva niente) e trasportai Samanta dentro casa, sistemandola nel letto.
Per quello che avrebbe fatto, i vestiti non servivano.
Passando un flaccone di ammoniaca sotto il naso di Samanta, la feci rinvenire.
Una volta ripresasi, volle muoversi; non poteva, era legata al letto.
Le mani allargate, erano legate (con una garza) a una barra di ferro, che a sua volta era legata al letto.
Le gambe, ugualmente legate ad una barra, erano divaricate e poggiavano su due cunei di legno, poste a metà letto.
« Che stò facendo qui, perché sono legata? »
« Ti ho rapita, stai nella mia casa e sei legata per impedirti di rifiutare di fare il sesso con me. »
« Mi hai rapita, mi vuoi violentare. Lo puoi fare, mio padre non vedendomi arrivare, mi cercherà, lui ha tanti uomini a disposizione, mi cercheranno, poi non vorrei stare nei tuoi panni. »
« Ti cercheranno e ti troveranno. Anzi troveranno la tua macchina. Devo dirti, con la velocità in cui andavi, non hai preso bene una curva e sei finita fuori strada. La macchina si è capottata e a preso fuoco e tu sei morta bruciata. »
« Non è vero, stai mentendo, io sono viva. »
« Tu sei morta, sto toccando una morta, anzi, fammi toccare la fica di una mor-ta. »
Mettendogli la mano in mezzo alle gambe, le toccai la fica.
Samanta reagì, cercando di chiudere le gambe.
« Per essere la fica di una morta, reagisce bene. »
Continuai ad accarezzarle la fica fino a quando non le provocai l’orgasmo.
« Ora vieni, penetrami, voglio sentire il tuo membro.»
« Ti piacerebbe? Invece ti devi accontentare di quello che ho fatto. Ti prenderò quando voglio io. Ora sei in mio possesso e il tempo non mancherà. »
Samanta cominciò a strillare, chiamando aiuto.
« Strilla pure quanto vuoi, fuori non ti sentirà nessuno. La casa l’ho fatta fare con il sistema Antisuono, non si sentono i rumori di fuori, come non si sentono quelli di dentro. In ogni caso, hai goduto? Ora lasciami dormire. »
Le tolsi i cunei, in modo che potesse stendere le gambe.
« Devo andare al bagno. »
« Presto fatto. »
Scogliendo la barra dal letto, con un telecomando, la barra cominciò ad alzarsi.
« Ti conviene reggerti alla barra, non vorrei farti male ai polsi. »
La barra era attaccata ad un cavo e il cavo si andava ad avvolgersi in una puleggia, facendo sollevare il corpo di Samanta.
Per non farsi male, era costretta a serrare la staffa con le mani.
Attraverso dei binari (fissati al soffitto), la guidai verso la stanza del bagno.
Tutto quel marchingegno, lo avevo comprato ad una fabbrica per la lavorazione dei maiali.
Una volta fissati i binari, feci delle modifiche ai tramezzi.
Giunta al bagno, la guidai, facendole poggiare il sedere nel water.
La lasciai sola a fare i suoi comodi, fino a quando mi chiamò.
« Mi devo pulire, mi devo lavare. »
Con il telecomando la feci sollevare e con una spazzola le pulii il sedere, poi portandola sul bidé, con un’altra spazzola (più tenera) le lavai il sedere e la fica.
Con una salvietta (e immenso piacere), le asciugai i due organi che, mi avrebbe-ro dato piacere, nel possederli.
« Hai fame, vuoi mangiare qualcosa? »
« Preferisco morire di fame. »
« Come vuoi, » e la riportai al letto.
Una volta stesa, mi stesi accanto e coprendoci, cercai di dormire.
Avevo messo la sveglia alle 6 e quando suonò, mi alzai, mi lavai e rivestii.
« Ora vado al lavoro, tu non ti muovere, aspettami come una brava mogliettina.
Dato che non ti puoi alzare per andare al bagno, ti metterò il Pannolone. Se vuoi mangiare, non devi far altro che mettere la cannuccia in bocca e succhiare. In un sacchetto che pende su di te, c’è del latte e caffè zuccherato, ancora caldo, nell’altro, una zuppa di legumi. Se vuoi vedere la televisione, non devi far altro che schiacciare i tasti appropriati. Non ti puoi lamentare della mia ospitalità. »
Non ascoltai le sue proteste, mentre le mettevo il Pannolone, poi salutandola, me ne andai.
Con il furgone, andai a Roma, lasciandolo in un parcheggio al posto della mia solita macchina, e con quella andai al lavoro come tutti gli altri giorni.
Quel giorno, sul giornale non c’era niente che riguardava l’incidente.
Il direttore Roberto Vinci, chiese di Samanta.
« Non ha telefonato, » rivolgendomi agli altri colleghi, dissi: «Ne sapete gnente voi?»
La mattinata passò e alle 14 lasciai il Ministero.
Con la macchina, andai al parcheggio e sostituendola con il vecchio e malandato furgone, me ne tornai a casa.
Parchegiato il furgone, entrai in casa e andai a vedere come si era comportata Samanta.
Non aveva mangiato, i sacchetti erano ancora pieni, in compenso aveva fatto i suoi bisogni nel pannolone.
La feci sollevare dal letto, portandola al bagno, la misi sotto la doccia.
Per non bagnarmi i vestiti, mi spogliai e mi misi sotto il getto d’acqua calda.
Senza dar retta alle sue proteste, le insaponai tutto il corpo, in particolare le parti intime.
Mi ero insaponato e così insaponato mi accostai a lei dalla parte di dietro e mettendole il pene tra le chiappe, le accarezzai i seni.
Avrei potuto possederla, non lo feci, l’avevo in mio possesso, l’avrei presa
quando volevo.
Una volta lavati, mi asciugai e l’asciugai, poi mi rivestii.
Samanta non aveva bisogno di rivestirsi, in casa non faceva freddo; e poi mi piaceva vederla nuda.
Una volta rivestito, la condussi in cucina, facendola sedere in una sedia fatta apposta per lei.
La sedia aveva il fondo di ferro.
Le liberai le gambe, fissandole ai piedi della sedia e le mani ( una la volta ), a delle manette, fissate dul tavolo.
Aveva solo spazio per portare il cibo alla bocca.
Le posate ( la forchetta e il cucchiaio erano di plastica), il piatto di ferro smaltato era fissato con la calamita sul tavolo d’avanti a lei.
Così facendo, non me lo poteva tirare addosso e non mi poteva ferire con la forchetta.
Presi a cucinare e poco dopo le riempii il piatto di rigatoni al sugo.
Samanta non si mosse.
Non toccò la forchetta, rimase a fissarmi tenendo la bocca chiusa.
« Non mangi? Guarda che sono buoni, sono una mia specialità. »
« Non mangio, preferisco morire di fame. »
« Non vuoi mangiare, fai i capricci? Ho quello che serve per farti venire l’appetito. »
Portandomi dietro la sua sedia, presi una candela e accendendola, gliela feci vedere.
« Vedi questa candela? Ora la metterò sotto la tua sedia, la fiamma poco a poco,
scalderà la parte dove poggia il tuo sedere, facendola scaldare, sempre di
più, vediamo quanto resisti al calore. Se non vuoi farti bruciare, ti deve tornare l’appetito.»
Così facendo fissai la candela sotto la sedia e tornai al mio piatto, riprendendo a mangiare.
Non avevo mangiato la quarta forchettata, quando Samanta cominciò ad agitarsi.
Si voleva alzare; non poteva, era fissata alla sedia.
« Basta, basta, sto bruciando, togli la candela. »
« Te la toglierò, se prometti di mangiare. »
« Si, si! Prometto, sbrigati. »
Tolsi la candela spegnendola, ritornando poi al mio posto, riprendendo a mangiare.
Anche Samanta mangiò, anzi si vedeva che la lezione le aveva aperto l’appetito, ne magiò due piatti, poi la carne con le patatine e bevve due bicchieri di vino.
Il vino non lo voleva bere, ma quando le dissi della candela, lo bevve volentieri.
Dopo il caffè ci sedemmo sul divano a guardare la televisione.
Nel Telegiornale, parlarono dell’incidente successo la sera prima.
La notizia della morte di Samanta era giunta al paese e tutti ne parlavano.
Quando la polizia era arrivata sul luogo dell’incidente, la macchina aveva finito
di bruciare e il corpo era completamente carbonizzato.
I genitori erano frastornati, la madre non faceva che piangere. Il padre diceva spesso: « Glielo dicevo io, di non correre. Me lo aspettavo, solo non volevo che morisse, così giovane. »
Il funerale ci sarebbe stato la domenica.
Poi le notizie passarono per altre cose ed io spensi la televisione.
« Domenica andrò anchio al tuo funerale, tuo padre si dovrebbe ricordare di me, di quando ti accompagnai a casa. »
Samanta stava piangendo.
« Smettila di piangere, ho voglia di fare sesso. »
Con il telecomando la riportai al letto, solo che; invece di metterla sdraiata, la tenni sospesa in alto, mettendomi supino, la fece scendere fino a quando la fica si venne a trovare sopra il membro introducendolo nella fica e con il telecomando, la feci sollevare e scendere, così contro la sua volontà, si faceva prendere.
Ad un dato punto, le dovette fare piacere, tanto che, era lei a sollevarsi e scendere fino a provocarmi l’orgasmo.
L’orgasmo fece piacere ad entrambi perché anche lei godette.
Finito l’atto, tornai a farla stendere accanto a me.
« Vedo che ti è piaciuto farti prendere da me, allora non era vero che non ti piacevo e che da me non ti saresti fatta prendere. »
« L’ho fatto contro la mia volontà, mi ci hai costretta. Volendo fare come voglio io, non te la lascerò prendere mai. »
« Mai! È una parola che non esiste, con il tempo, comincerai ad amarmi e vorrai fare quello che abbiamo fatto ora e altro. »
« Non ci contare, non mi conosci abbastanza. Quando ti stuferai di farmi quello che vuoi, che farai, mi ucciderai? »
« Non sò...non credo che ti ucciderò, penso che ti porterò in un paese arabo e ti venderò a qualche Emiro. »
Come promesso; la domenica andai ad Albano Laziale, al suo funerale.
C’era tanta gente e in mezzo a loro, c’era pure il suo capo amante.
Dopo aver assistito all’interro della cassa, salutai i suoi genitori e me tornai a casa per raccontare a Samanta quello che avevo fatto.
Non era passato un mese da quando avevo preso Samanta, quando mentre mangiavamo, gli vennero le convulsioni e cominciò a vomitare.
« Che succede, perche hai vomitato, non stai bene o sei incinta? Non di me, di certo; allora di chi? Di Roberto? »
Samanta non rispose e io non glielo chiesi più.
Continuammo a comportarci come marito e moglie.
Il giorno andavo a lavorare, mentre lei restava in casa.
Le avevo lasciato il telecomando per muoversi.
Non si poteva sciogliere dato che le mani stavano distanti l’una all’altra.
Quando tornavo a casa, mangiavamo e facevamo l’amore.
Io lo feci per lei e lei non mi poté non accompagnare.
I giorni passavano sempre uguali.
Di giorno andavo a lavorare, quando tornavo a casa, mangiavamo e facevamo l’amore.
E ogni giorno la sua pancia cresceva sempre più, fino a quando non la potei prendere standogli sopra.
Lo potevo fare stando sotto di lei,, fino a quando, il pene sbagliò buco.
Non voleva che la prendessi da dietro, ma una volta cominciato, non mi fermai fino a quando una volta dentro arrivai all’orgasmo.
Anche lei non fu da meno perché mentre andavo su e giù, le stuzzicavo il clitoride.
Poi mi stancai di prenderla da dietro.
Un giorno le dissi se mi voleva fare un pompino (succhiare il pene).
Dal suo sguardo capii che, se glielo mettevo in bocca, me lo avrebbe staccato con i denti.
Dovevo trovare un sistema, di farlo senza pericolo.
Il modo lo trovai in un negozio di strumenti medici.
Era un apparecchio che usavano i chirurghi per togliere le tonsille.
Questo apparecchio si fissava in bocca del paziente e una volta regolato, il chirurgo poteva introdurre la mano e il bisturi senza pericolo che il paziente chiudesse la bocca facendogli male.
Tornato a casa, dopo mangiato e digerito entrambi dissi a Samanta di aprire la bocca.
Mi chiese del perché.
Gli dissi che: baciandola avevo sentito un cattivo odore e volevo vedere se
aveva qualche dente cariato.
« Apri la bocca, di più, di più. Così non vedo niente. »
Una volta spalandata la bocca, prima che la richiudesse, gli inserii l’apparecchio in bocca.
Lei chiuse la bocca; ma i denti si serrarono sull’apparecchio e prima che con la lingua riuscisse a farlo uscire dalla bocca, con la chiavetta sul lato destro della bocca, manovrai l’apparecchio che cominciò ad aprirsi.
Continuò ad aprirsi fino a quando fu della misura del mio pisello, poi glielo misi in bocca.
Non lo voleva, scuoteva la testa, ma io lo spinsi fino in fondo.
« Se non vuoi soffocare, smettila di agitarti e succhiami il pisello. »
Tra soffocare e succhiarmi il pisello, preferì succhiarmi il pisello.
Di piselli ne doveva aver già succhiati, perché dimostrò di saperci fare.
Me lo succhiò e ingoiò lo sperma come se ingoiasse dell’acqua.
Ogni volta che mi andava di farmi succhiare il pisello, glielo chiedevo mentre mangiavamo e per paura della candela sotto la sedia, si faceva mettere l’apparecchio in bocca.
Anche quando mi promise di non mordermi il pisello, gli continuai a mettere
l’apparecchio in bocca.
Quando stava arrivando il momento del parto, non gli permisi di andare in ospedale, ma comprai un libro di ostetricologia e studiai come effettuare il parto.
Le cose non andarono bene.
Il bambino invece di uscire di testa, cominciò a uscire con i piedi.
A nulla valsero i miei tentativi per farlo girare.
Lui morì soffocato e lei con una emoragia.
A nulla valsero i miei tentativi di arrestare il sangue.
Essendo la proprietà cintata con un alto muro, nessuno mi vide scavare una profonda fossa in cui seppellii sia Samanta, che il figlio.
Ormai chi mi interessava era morta, così decisi di abbandonare ça casa e tornare a vivere a Roma.
Prima di andare via gli diedi fuoco dopo averla sparsa di benzina.
Se quancuno fosse arrivato e chiamato i pompieri o la polizia, non sarebbero risaliti a me.
La casa e il terreno erano intestati a Roberto Vinci (il capo di Samanta).
Se poi trovavano i cadaveri, l’avrebbero messo in prigione.
Meno male che è stato solo un sogno.
A parte le donne che potevo scopare a volontà, lo stipendio era una miseria.
La prima busta paga: (56.000 Lire).
Neanche un terzo di quello che prendevo in Germania.
Tornai a casa piuttosto deluso e giuntovi iniziai a preare la valigia deciso a tornare
in Germania.
Mio padre mi sconsigliò di partire, con tutto quello che aveva fatto per farmi
entrare al Ministero; e poi un posto fisso difficilmente lo avrei più trovato.
Disse ancora, di superare il periodo di prova; se poi avessi pensato a sposarmi,
tra aumento di stipendio, scala mobile, aggiunta di famiglia, non mi avrei più
lamentato.
Al ché gli dissi della mia menomazione inventando una scusa: « Quando ero in Svizzera conobbi una ragazza e dopo aver avuto rapporto con lei mi ammalai di una malattia venerea. Per curarla era preciso una operazione al pene e dopo mi fu rilasciato un certificato nel quale si dice che; non posso procreare. Ora come posso cercare moglie e mettere su famiglia? »
Lui non seppe che dire, poi pensandoci sopra disse: « Anche se non puoi procreare, non è detto che non puoi trovarti una moglie. Basta che non gli dici niente. »
Quando dissi della mia impossibilità di procreare, era presente: mia madre, mia sorella e una mia cugina.
Una domenica fui invitato a fare una gita per una Fiera che si svolgeva fuori Roma.
Mi recai all’appuntamento e trovai ad attendermi con una macchina quattro belle ragazze, una delle quali era una mia cugina che da quando era piccola e orfana, viveva con la mia famiglia, tanto che la trattavo come una sorella.
Salimmo tutti sull’auto e mi trovai stretto tra due ragazze.
Avevamo lasciato la città quando sentii una mano poggiarsi sul davanti dei pantaloni, cercai di non farci caso, ma poi i discorsi, le bazellette spinte, non potei trattenere che il pene mi si irrigidisse.
Carla era la ragazza che aveva poggiato la mano lì sopra non la ritirò sentendo il membro rigido anzi strinse la mano.
Quando in una macchina le donne sono in maggioranza in confronto a gli uomini, hanno più coraggio, come si dice: l’unione fa la forza.
E dalle parole, vanno ai fatti.
Così capitò a me.
Non contenta di stringere il pisello da sopra i pantaloni, Carla tirò giù la cerniera e introducendo la mano dentro lo prese a stringere.
A quel punto non volli fare da meno, allungai la mano sinistra e la portai sotto la sua gonna.
« Che stai facendo? », disse Carla.
« Quello che stai facendo te. »
Facilitandomi il compito si sollevò un poco dandomi la possibilità di mettere la mano sotto le sue mutandine e una volta sopra la fica, ci introdussi il dito medio.
Angela che aveva visto la mossa, volle che facessi la stessa cosa anche a lei.
Cosa che feci con molto piacere, e poco dopo anche Angela metteva la mano dentro i pantaloni e mi stringeva il pisello.
Dentro i pantaloni, due mani non lavoravano bene, così lo tirarono fuori.
Una volta fuori Carla lo mostrò alle altre dicendo, rivolgendosi a mia cugina:
« Hai già visto che pisello cià tuo cugino, l’hai già provato? ».
« No! Quando ero piccola, una notte lui mi ha messo una mano in mezzo alle gambe e io glielo preso in mano ».
« Non è vero, non ho mai fatto una cosa simile con te. »
« Non ti ricordi o fai finta di non ricordarti. Ti rinfresco le idee. Ti ricordi quando andavamo al paese e dormivamo in sei nello stesso letto, tu, tuo fratello e mio fratello dai piedi, io, mia sorella e tua sorella da capo e una notte mentre ero andata al bagno a fare la pipì, ti sei alzato e sei venuto dal lato mio e quando sono tornata a letto tu hai cominciato a toccarmi. »
« Non mi ricordo niente, te lo stai inventando adesso.»
Invece me lo ricordavo bene.
Dandomi una gomitata al fianco, Carla mi chiese: « Ora hai l’occasione, se vuoi, puoi fare l’amore con Claudia ».
Dissi che non ci pensavo minimamente, era come fare l’amore con mia sorella.
« Tu non capisci niente di donne, le donne sono state create per essere scopate da uomini, che fossero fratelli o padri, non importava, quello che importava era che erano maschi.
Dio creò un uomo e una donna e alla fine come siamo arrivati noi, se non avessero scopato fratelli e sorelle o madri e figli.
Io mi faccio scopare (a loro insaputa) sia da mio fratello che da mio padre, come
mio fratello (a sua insaputa) lo fa con mia madre. »
« Non ci credo, non lo ritengo possibile » dissi.
« Mio padre è un bell’uomo; altletico, muscoloso, sempre ammirato da altre donne; come pure, mio fratello. Ho sempre pensato: « Chissà come sarebbero a letto. » Una volta tramite Angela, mi sono fatta scopare da mio padre; era la prima volta ed ero vergine. Angela rimorchiò mio padre, facendogli la proposta se voleva scopare con lei, mio padrte gli rispose di nò, dicendole che era come scopare con sua figlia. Angela gli diede un numero telefonico, dicendogli:
« Guarda che io non sono mica tua figlia. Se ti va, telefona a questo numero. » Mio padre prese il biglietto e se ne andò.
Verso sera (si vede che ci aveva pensato), telefonò a quel numero. Angela conosceva il recapito di quel numero.
Era una casa dove si facevano certi incontri amorosi. Quando mio padre telefonò, la signora che rispose, telefonò ad Angela e noi due ci andammo insieme. Io in una stanza, Angela in un’altra. Quando arrivò mio padre e chiese di Angela, la signora gli disse che Angela era ancora vergine e se la voleva scopare, doveva dargli 100.000 lire. Mio padre gli disse: chi gli assicurava che Angela fosse ancora vergine? La signora gli fece vedere un certificato medico di quello stesso giorno e di 30 minuti prima. Mio padre pagò le 100.000 lire (cinquanta erano per me) e la signora gli disse che poteva scopare fino alla fine, perché le ragazze prendevano sempre la pillola prima del rapporto; facendogli firmare una condizione: In quella casa si scopava solo, era vietato parlare. Quando mio padre entrò nella camera, non si vedeva niente, la stanza era al buio completo, mi ero fatta trovare nuda, sul letto, mio padre non sapendo chi stava scopando, mi scopò e mi fece fare tante cose che non conoscevo. Il giorno dopo incontrò Angela e gli disse: « Non mi avevi detto che eri vergine.»
« E allora? C’è sempre una prima volta. »
« Ma perché con me e non con un ragazzo della tua età? »
« Perché con te, la prima volta ho guadagnato cinquantamila lire, invece con un ragazzo della mia età, avrebbe goduto solo lui e io non ci avrei guadagnato niente. »
« E se lo venisse a sapere tuo padre, che direbbe? »
« Niente, perché mentre tu scopavi me, lui scopava tua figlia. »
« Mia figlia non farebbe mai una cosa simile. »
« Perché non glielo chiedi? »
La sera quando tornai a casa, mio padre volle sapere se era vero quello che gli aveva detto Angela.
Dissi che era vero, perché i ragazzi al giorno d’oggi, pensano solo a scopare e se ci poteva guadagnare qualcosa, perché nò.
Mio padre si stava arrabbiando con me, quando entrò mia madre.
« E bravo, così ora scopi anche le ragazzine? »
Lui cercò di mentire, ma mia madre gli disse: « Non mentire, l´ho sempre saputo
che quando non tornavi a casa, era perché stavi scopando con chissà chi, ma a
me non importa, puoi fare quello che ti pare; contento tu...»
Il giorno dopo mia madre ricevette un invito: Se vuoi scopare con un giovane puledro, telefona a questo numero. Da noi c’è una massima discrezione. Così ogni tanto mi facevo scopare dal padre di Angela e altre volte da mio padre. Con mio fratello fu lo stesso, lui credeva di scopare Angela, invece scopava me o
nostra madre. Al buio, non vedi chi stai scopando; lo puoi solo immaginare. Non vedi il viso, senti solo un corpo nudo. Perciò puoi pure scopare tua cugina o tua sorella o tua madre, che non ci sarebbe nulla di male.»
La mandai a quel paese e mi ripresi il mio pisello, togliendo le mani dalle fiche.
« Non sai cosa perdi, Claudia ha una bella fica. »
« E tu come lo sai? »
« Una volta è venuta a casa mia e ci siamo leccate le fiche. Claudia non è mica vergine. Dai raccontagli come è stata la tua prima scopata. »
E mia cugina, raccontò.
« Avevo otto anni. Quando stavo in collegio a Fabbriano, il collegio era misto, c’era il reparto dei maschi e quello delle femmine. Di notte i ragazzi andavano nelle camerate delle ragazze e si infilavano dentro i loro letti e le scopavano. Quando avevo otto anni, non dormivo con le ragazzine più piccole, ma con quelle più grandi, e una notte, un ragazzo si è infilato nel mio letto e mi ha preso. »
« Ma non c’era la suora a sorvegliarvi? »
« Se c’era, di certo si stava facendo scopare dal prete. Dopo quella notte, ho scopato tutte le notti. »
« Ma potevi restare incinta? »
« Potevo, come è successo ad altre, a me nò».
« E Bruna (mia sorella)? »
« Ha fatto come me. »
Carla disse qualcosa all’orecchio a Giulia che era quella che guidava e lei fece cenno con la testa di aver capito.
Prima di arrivare al paese dove si svogeva la Fiera della castagna, Giulia lasciò la strada nazionale e poco dopo si fermò davanti ad un cancello.
Carla e Angela scesero.
Aprìrono il cancello e Giulia entrò con la macchina.
Poi lo richiusero.
Una volta giunti ad un parco alberato fermò l’auto.
Giulia scendendo insieme alle altre mi disse: « Adesso facciamo un giochetto; ti mettiamo una benda agli occhi e noi ci prepariamo. Dopo aver contato fino a cento, ti toglierai la benda e ti scoperai chi vorrai. »
Così feci. Una volta tolta la benda vidi quattro donne nude dalla vita in giù.
La parte di sopra compreso il viso, l’avevano coperto con dei playd.
Con le gambe spalancate si vedevano solo quattro fiche depilate.
Quale era quella di mia cugina? Senza gonna e senza mutandine, erano tutte uguali.
Non avendola vista da vicino, non potevo riconoscere qualche particolare.
Di certo non sarebbe stata la prima.
Mi inginocchiai d’avanti alla prima e presi a leccare la fica.
Il servizio dovette piacerle, perché poco dopo prese a gemere ed ad un tratto sollevò il bacino e mi scaricò in bocca un flotto di umore; che ingoiai con piacere.
La stessa cosa feci con la seconda e con la quarta.
Avendole fatte godere, toccava a me di godere .
Cominciai dalla prima introdocendo il pene nella sua vagina.
Era calda e umida.
Feci scivolare il pene dentro e lo feci andare sù e giù fino ad arrivare al piacere.
Ripetei la stessa cosa con la seconda e la quarta.
Dopo aver goduto e riposato un pó, mi sollevai e tirandomi sù le mutande e i pantaloni dissi: « Ora mi rimetto la benda così vi potete rivestire senza che vedo quella che non ho scopato.
Così feci e quando mi dissero di togliere la benda erano rivestite e composte; come se non fosse successo nulla.
« Purtroppo non ho potuto accontentare una di voi, spero sia stata mia cugina ».
« E se te la sei scopata, che succede? »
« Resta sempre il dubbio. »
Giulia da padrona ci fece gli onori di casa.
Una volta entrati ci disse dove erano i bagni per chi ne avesse bisogno.
Di bagni ce ne erano due: uno a piano terra, l’altro al piano di sopra dove si aprivano tre camere da letto.
Vedendo Carla salire le scale, la seguii.
Arrivati al piano di sopra le chiesi, se mi poteva offrire della birra.
Carla disse che se volevo una birra, la dovevo chiedere a Giulia, giù in cucina.
« A me piace la birra al naturale, appena uscita dalla fabbrica ».
Lei non capì quello che volevo e fece per entrare nel bagno.
La fermai chiedendole se al bagno avrebbe fatto la piscia.
Lei mi disse: « E la vado a fare, a te cosa ti importa? »
« A me importa. Perché sprecare della buona birra ».
Carla si mise a ridere e poi disse: « Non mi dire che tu bevi l’urina come se fosse birra? »
« Devi sapere che quando stavo in Germania, ogni volta che bevevo della birra al naturare, cioè calda, dicevo: « È come il piscio di vacca. Così un giorno assaggiai quella di una ragazza; aveva lo stesso sapore ».
Così entrammo in bagno. Una volta dentro mi sdraiai in terra con la testa poggiata sul bidè. Carla si sfilò le mutandine, scavalcò la mia testa e si accosciò ponendo la fica sopra le mia bocca e scaricò tutta l’urina che riuscì a fare.
Come se invece di stare in un bagno, stavo in una birreria, mi attaccai alla sua brocchetta e non ne feci perdere neanche una goccia.
Scendemmo in sala da pranzo dove Giulia aveva apparecchiato la tavola e dalla
cucina veniva un buon odorino tale da stuzzicare qualsiasi palato.
Una volta a tavola, Carla disse alle altre cosa avevo voluto da lei.
Le altre rimasero meravigliate ed io spiegai: « Quando si sta in un posto e non c’è niente da bere e si sta morendo di sete, anche l’urina va bene per togliere la sete e io di urina ne ho bevuta tanta ».
Dopo quella spiegazione, Giulia, Angela e Claudia lasciarono la sala e tornarono dopo con una brocca piena d’urina e la mise d’avanti a me.
Era diversa da quella appena uscita dalla fica, ma per non offenderle, mi accontentai di quella. Mangiammo e bevemmo vino e acqua, loro, vino e... (birra).
Finito di mangiare, dissi a Giulia che volevo fare una pennichella per ricaricare le forze e non volevo essere disturbato.
Come se avessi detto il contrario.
Non ero ancora addormentato quando sentii la porta aprirsi lentamente, senza fare rumore.
Chiusi gli occhi e feci l’addormentato.
Chi entrò non lo vidi ma, sentii quello che stava facendo.
Dato che faceva caldo, mi ero spogliato, lasciandomi solo gli slip e la canottiera.
Dopo essersi accertata che dormivo profondamente (ogni tanto russavo), prese a sfilarmi gli slip.
Non gli facilitai il compido restando immobile.
Comunque alla fine ci riuscì.
Il pisello era già in erezione (è una cosa che: al sol pensiero s’innalza).
Lei dopo averlo preso in bocca, si mise a cavalcione su di me e cominciò ad andare sù e giù.
Volevo aprire gli occhi, portare le mani sopra le sue chiappe e stringerle mentre godevo.
Non le volli dare quella soddisfazione; anche perché ad aprire gli occhi potevo vedere su di me, mia cugina alla quale non avrei mai pensato di voler scopare.
Perciò continuando a fare l’addormentato anche quando sentii che lei ebbe l’orgasmo che anticipò il mio.
Quando sentì che il pisello si stava ammosciando ritirandosi dalla sua fica, si sdraiò su di me pronunciando dolci parole d’amore.
Vedendo che non le rispondevo, come non rispondevo ai suoi baci, si alzò e poco dopo sentii la porta aprirsi e richiudersi silenziosamente.
Non sò se venni più disturbato perché mi addormentai veramente.
Quando mi svegliai era buio e avevo una gran fame (non di sorca).
Ero rivestito quando scesi in cucina.
Le trovai a giocare a carte.
Giulia mi chiesi se avevo riposato abbastanza.
Risposi di sì, solo che sentivo una gran fame come se non avessi mangiato niente.
Tutte e quattro scoppiarono a ridere e io rimasi come un allocco, non sapendo
cosa avessero da ridere.
« Vuoi vedere che, quando dormivo veramente, a turno mi hanno cavalcato a mia insaputa? », pensai.
Dopo aver mangiato di nuovo, Giulia disse che era ora di ritornare a Roma.
Salimmo tutti e cinque in macchina e al ritorno loro parlavano delle scopate, di come erano andate, di chi aveva goduto di più.
In parole povere, tutte quattro avevano fatto l’amore con me.
Arrivati a Roma, Angela disse: « I miei genitori sono fuori Roma e a me non piace dormire sola in casa, tua madre non s’importerebbe se restassi a dormire da voi? »
Già immaginai quale era la scusa per dormire a casa dei miei genitori, comunque dissi: « Per me, ci puoi restare finché vuoi, non sò però se mia madre ne sarà contenta; glielo puoi chiedere, al limite ti dirà di nò ».
Mentre stavamo nell’ascensore Claudia e Angela si strinsero a me, premendomi i loro pube. dicendo che era stato bello quello che avevamo fatto.
Scostai da me Claudia dicendole: « Non ti fare venire certe idee per la testa; con te non ho fatto niente, se l’ho fatto, non sapevo che eri tu, per me era solo una fica e le fiche non hanno volto, sono tutte uguali ».
Mia madre accettò che Angela restasse a dormire da noi.
Unirono i due letti e ci dormirono in tre: Angela, Claudia e mia sorella Bruna.
Quella notte mentre ero al letto a dormire, nella cameretta-studio, sentii la porta aprirsi e qualcuno entrare.
Era Angela, come fu accanto al letto, si tolse la camicia da notte ed entrò nel mio letto.
Quando ero andato a letto, non avevo messo il pigiama pensando che Angela mi sarebbe venuta a trovare; ed ero nudo come lo era lei.
Prese il membro e se lo mise tra le gambe, poi cominciammo ad accarezzarci, quando cercai di penetrarla, mi disse: « Prima leccami la fica e fammi godere, poi godrai te. »
Si mise accavalcioni su di me, portando la fica a contatto con la mia bocca.
Presi a leccargliela e dopo che ebbe goduto una volta, mi disse di non smettere.
Continuai a leccarla e ingoiando i suoi umori, fino a quando ne fu sazia e togliendomisi di dosso si stese sopina e mi lasciò penetrarla.
Non godetti subito, cercai di trattenermi più a lungo possibile, quando non potei più resistere, scaricai il mio forte spruzzo di sperma dentro la sua fica.
Quando il pisello si fu ammosciato e uscito dalla fica, mi diede un bacio e si alzò dal letto rimettendosi la camicia da notte.
Prima di uscire, mi disse: «Ci vediamo domani notte però non dobbiamo parlare, non vorrei che ci sentisse tua madre. Ormai sai cosa devi fare. Prima mi lecchi la fica e poi mi penetrerai.»
La mattina dopo tornai in ufficio e mentre stavo seduto a leggere il giornale (quando non avevo altro da fare), arrivò Samanta, si fermò davanti alla mia scrivania.
« Bongiorno Ilo, puoi venire nella mia stanza, ho qualcosa da mostrarti. »
« Quello che vuoi mostrarmi non mi interessa più. »
« Non ti interessa più, non vuoi dirmi che sei diventato un froscio (gay)?
« Non sono diventato un froscio, tanto è che ieri mi sono scopato quattro ragazze. »
« Quattro ragazze, non esagerare. »
« E sabato notte ti ho sognato e nel sogno ti ho scopato, davanti, dietro e in bocca, mi sono soddisfatto abbondantemente che ora anche se me la mettessi davanti al mio pisello, non ti prenderei neanche se mi pagassi per farlo. »
« Non sai cosa perdi. » e sculettando andò via.
Mentre parlavo con Samanta, si era avvicinato Andrea e quando fu via, mi chiese di raccontare quello che avevo fatto la domenica.
Chiamai gli altri due colleghi e raccontai quello che avevo fatto, non nominando mia cugina Claudia.
La notte seguente, tornò, si tolse la camicia da notte, entrò nel letto e senza dire una parola fece quello che aveva fatto la notte prima.
Così pure le altre notti.
La prima notte e la quarta notte parlava, sia pure, piano, piano. Le altre notti non
diceva niente.
La domenica seguente, Giulia venne a casa mia e disse a mia madre se poteva invitare Claudia e Bruna ad una festa a casa sua.
Mia madre disse di sì a patto che io andassi con loro e di non tornare tardi.
Giulia accettò e una volta preparati, scendemmo da casa e salimmo sulla macchina di Giulia.
In macchina Bruna stava seduta tra me e Claudia, Giulia stava accanto ad Angela.
Giulia mise in moto e partì.
Come era da aspettarsi, prese la Via Flaminia e poco dopo uscì dalla città.
Mentre viaggiavamo, Giulia volle sapere come avevamo passato la settimana.
Angela disse: « La prima notte sono andata a letto con Lupo, la seconda c’è andata Claudia, la terza c’è andata Bruna, la quarta di nuovo io, poi Claudia e poi Bruna. »
« Dovevo immagginarlo che avreste trovato il modo di fregarmi, se avessi saputo chi stavo scopando, di certo non l’avrei fatto. » poi rivolgendomi a Bruna.
« Da te non me l’aspettavo, fare sesso con tuo fratello? »
« Come dice Giulia “ Il sesso non ha volto “ »
« Si è vero, ma tu sapevi con chi stavi scopando? »
« È vero, comunque è stato bellissimo, meglio di quando eravamo piccoli. »
« Che vuoi dire? »
« Ti ricordi quando passavamo le vacanze al paese? Io, Claudia e Loredana dormivamo nella testa del letto, tu, Renato e Domenico ai piedi. Una notte avevo qualcosa da dire a Claudia, così cambiai posto con Loredana e di notte, mentre Claudia era al bagno, sei venuto dalla nostra parte e una volta tornata Claudia, hai preso ad accarezzarci le fiche e noi ti abbiamo accarezzato il pisello. »
« Credevo ci fosse Loredana accanto a Glaudia. »
Invece quando mi sono svegliato e lasciato quel posto, ho visto che non avevo accarezzato Loredana, ma mia sorella Bruna.
« Comunque sia, se avessi saputo che eravate voi a venirmi a trovare, non mi sarei eccitato. »
« Non avresti fatto cosa? »
« Il pisello non si sarebbe irrigigito. »
« Ne sei sicuro? » disse Bruna.
Mise la mano sopra la patta dei calzoni e cominciò a tirarmi giù la cerniera.
« Fermati che stai facendo? »
« Ti voglio dimostrare che la mente non comanda il pisello. »
Dopo aver tirato giù la cerniera, mise la mano dentro e tirò fuori il mio (moscio) pisello che prese ad accarezzare.
Anche se avevo cercavo di non pensarci, quel disgraziato di pisello, aveva preso ad irrigidirsi.
« Da quello che sto sentendo, non è quello che hai detto? »
A quel punto riprendendomi il pisello dissi: « Voi donne siete delle puttane, pur di scopare, non guardate in faccia a nessuno, fosse, il padre o il fratello, quello che interessa a voi è solo scopare. Ad ogni modo la colpa ricade su di voi, perché non sono stato io ad andare da voi, ma voi da me. Da oggi in poi non vi riconosco più come sorella e cugina. »
« Se non ci riconosci per quello che siamo, ci puoi scopare tranquillamente. »
« Questo ve lo potete solo scordare, se volete, potete venire voi da me, vi potete impalare, mi potete masturbare con la mano o con la bocca, ma se pensate che vi lecchi la fica o monto su di voi, ve lo potete scordare. »
Arrivati alla casa di Giulia a Campagnano, vollero rifare il giochetto della settimana prima.
Non ci stetti al giochino, così per non correre il rischio di scopare, mia sorella e mia cugina, mi scopai Giulia e Angela.
Dopo mangiato (avevo mangiato e bevuto troppo) mi ritirai in una camera a farmi un pisolino (per digerire).
Non mi ero ancora addormentato, quando sento la porta aprirsi.
Non volendo vedere chi era entrato, ne vedere che ero ancora sveglio, chiusi gli occhi e non li riaprii quando sentii qualcuno togliermi i calzoni e le mutande.
Il pisello era rigido (in quella casa c’erano solo quattro donne).
Chi mi aveva spogliato, prima mi fece un bocchino, poi si impalò sul pisello e ci restò sopra fino alla mia seconda venuta. Poi andò via, lasciando il posto a quella successiva.
La sera mentre tornavamo a Roma, tutte e quattro non facevano altro di parlare di come avevano scopato quel giorno.
Arrivati a casa e una volta entrato dentro la mia cameretta, mi chiusi (a chiave),
per non essere disturbato da quelle due matte, per non dire (troie).
Diventò una abitudine che Giulia mi invitasse a fare un giro in macchina e spesso con Bruna o Claudia. Ma con loro, lasciavo che mi facessero quello che volevano, senza la mia collaborazione totale.
Mia madre cercò di darmi una mano a procurarmi una moglie.
Ma le ragazze del paese non ne vollero sapere, ero troppo conosciuto.
Il tempo passava, avevo dato un termine, fino a dicembre.
Era già il mese di Agosto; la fica non mi mancava, mi mancava sola una ragazza
che si facesse sposare, non mi importava se era brutta o se aveva già un figlio.
Un giorno, una dottoressa, una certa Elena mentre ero di turno a lavorare nel pomeriggio, mi telefonò dicendo di aver lasciato nel suo ufficio una borsa contenenti documenti di massima importanza per lei, mi chiese se gli potevo portare la borsa a casa; risposi di sì.
Arrivato all’indirizzo la Dottoressa Elena...volle offrirmi un caffè; che non rifiutai per non offenderla.
Mentre bevevo il caffè mi chiese se era vero delle chiacchiere che circolavano sul mio conto e che riguardavano le mie conquiste.
Ammisi quello che si diceva per i corridoi.
Volle sapere se mi ero fatto la dottoressa tizia o la segretaria tale.
Risposi: « Oltre a essere un uomo d’onore, sono un gentiluomo e come tale, non rivelo il nome delle persone implicate ».
Finito il caffé le chiesi se mi poteva indicare, dove era il bagno.
Mi disse di seguirla e una volta giunto, me lo indicò.
Mentre la seguivo, avevo tirato fuori il pisello dai calzoni.
Per ringraziarla la presi per la vita appoggiandola al muro e senza chiederle il
permesso le sollevai la gonna.
Una volta sollevata la gonna, non mi restò altro che spingerlo verso le sue gambe.
Lei rimase bloccata dalla mia mossa, non disse una parola e io sollevandole una gamba mi feci strada tra l’orlo delle mutandine e entrai nel suo nido.
Come il pisello stava al suo posto le sollevai anche l’altra gamba e me la feci passare ai fianchi dicendole: « Mettimi le mani al collo e stringi le gambe ».
Così fece e io serrandola per le chiappe e sollevandola entrai nella camera che avevo visto, prima del bagno.
Era di certo la sua camera da letto.
Con una mano la tenevo per una chiappa e con l’altra scoprii il letto poi adagiandola sulla sponda, presi a muovermi dentro di lei fino ad arrivare al piacere.
Ne avevo ancora voglia, tanto che il membro era ancora rigido.
Mi sollevai da lei e presi a spogliarmi dicendole di fare lo stesso.
Senza una parola si sollevò dal letto e prese a spogliarsi.
Quando fu nuda disse che precisava andare al bagno.
Le chiesi: « A far che? »
« A lavarmi », rispose.
« A lavarti ci penso io; sdraiati sul letto. »
Una volta sdraiata, mi portai su di lei e portando la testa tra le sue gambe presi a leccarle la vagina.
Se era sporca; era per lo più, del mio sperma.
Chissà da quando non riceveva quell’omaggio, fatto stà che, ebbe non ricordo quanti orgasmi.
Quando si fu un pó calmata mi sollevai e riportai il membro dentro e ci rimasi finché ambedue soddisfatti, decidemmo di dire: « Ora basta ».
Mi alzai dal letto e andai al bagno a farmi una doccia, poi tornai in camera e presi a rivestirmi.
Lei dal letto mi guardava con una espressione un pó triste.
Non lo era mentre scopavamo e le parole non erano quelle: « Che abbiamo fatto, chissà cosa penserai di me? Una Dottoressa, potrei essere tua madre ».
Ed io: « Cosa abbiamo fatto? Veramente non abbiamo fatto niente, io le ho portato la borsa, lei mi ha offerto il caffè, ora le dico: Grazie del caffè, bisogna che torni in ufficio a fare lo straordinario ».
Il giorno dopo mi trattò come sempre mi trattava; da una superiora che comandava.
Quando mi chiamava in stanza per darmi quache incarico e io la guardavo in volto, abbassava la testa dopo avermi detto di fare quello che mi aveva ordinato.
Vedendo che faceva finta di non ricordarsi quello che avevamo fatto, non ci feci più caso e mi dedicai alle altre donne.
Una mattina mi chiamò dicendo che la sua stanza era piena di polvere.
Non era vero, il mio compito era tra l’altro fare le pulizie delle stanze prima che
venivano gli impiegati e facevo più pulizia nelle stanze dei capi.
Presi lo straccio e cominciai a togliere la polvere inesistente.
Avevo finito quando mi disse che avevo scordato di pulire le gambe della scrivania.
Dovetti chinarmi sotto la scrivania per passare lo straccio e quando fui ai piedi vicino alla sua sedia vidi che aveva la gonna sollevata sopra le ginocchia e le gambe aperte, non portava le mutandine e potevo vedere il suo nido.
Ci avrei voluto mettere il manico del piumino, invece ci misi la mano.
Strinse le gambe e mi imprigionò la mano tra le sue gambe, non mi restò altro che accarezzarle la fica e il clitoride.
Quando arrivò all’orgasmo disse: « Hai pulito abbastanza, torna al tuo posto. »
Le stanze dei capi avevano il bagno interno, così in caso di bisogno non avevano bisogno di usare quello comune.
Ogni tanto scordava delle cose e poi mi chiedeva di portargliele a casa, una volta lì, mi offriva un caffè o come pure di farmi togliere la polvere dalle gambe della sua scrivania.
Un giorno, non sò che mi passò per la testa; decisi di prendere moglie.
Cerca,che te cerca, arrivai a Laurinda (la ragazza di Imperia, conosciuta nel
1963 nella spiaggia di Diano Marina).
Le scrissi, dicendole di me, del mio lavoro e della voglia urgente di sposarmi.
Mi rispose che, se glielo chiedevo di persona, poteva anche accettare.
Mi ricordavo di lei; era una ragazza carina, sempre con tanti ragazzi attorno.
Combinammo di incontrarci al bar del Nibbio il pomerigio del giorno 17.
Da quando l’avevo conosciuta nel 1963, la trovai un pó ingrassata.
Fu d’accordo per quello che le avevo chiesto, mi disse di tornare la domenica del
3Settembre, chiedendo la sua mano ai suoi genitori.
Tornato a casa, ne parlai con i miei genitori e mio padre mi disse che verso la
fine di Agosto doveva andare ad Imperia per causa degli appartamenti che aveva
affittati.
Telefonai a Laurinda e combinammo di incontrarci sabato 26, al bar del Nibbio al-
le ore 16,30.
Alle 16.30 al bar del Nibbio, Laurinda non venne. Fu invece Paola la sorella di
Laurinda.
Paola inventò una scusa per coprire la mancanza di Laurinda.
Questo motivo lo scoprii la domenica del 3 settembre.
Come d’accordo partii il sabato con il treno delle ore 23,50, per Imperia arrivando
alle 8,30.
Il tempo tra: la stazione di Imperia e casa sua, arrivai alle 10 circa.
Dalla fretta di arrivare, non avevo fatto colazione, speravo, me la offrissero loro.
Come arrivai a casa sua, non la trovai, ad aprire la porta fu una donna che si
presentò come sua zia.
Domandai di Laurinda e lei mi disse: « Mia nipote sta in ospedale. »
Con la testa in subbuglio, andai con la zia all’ospedale.
Quando entrai nella stanza n.4, vidi oltre ai genitori e la sorella, a letto c’era
Laurinda e accanto aveva un neonato.
Un neonato? Laurinda non mi aveva detto che era incinta.
Ecco perché non era venuta all’appuntamento il 26 Agosto; non voleva far vedere
a mio padre che era incinta all’ultimo mese.
Ma poi pensai: « Chi se ne frega se ha un figlio, tanto da me non poteva averlo. »
Mi offrii di fargli da padre, gli davo il mio cognome se mi avesse sposato.
Laurinda accettò.
Lo chiamai Giovanni perché quando lo vidi, (aveva il pisellino rigido, da vero
scopone, proprio come me), come secondo nome (lo scelse Laurinda) Filippo, come
il padre.
A Roma, a casa, in ufficio avevo detto a tutti quello che volevo fare, nessuno mi
aveva creduto, (scherzavo sempre).
Mi diedero del matto, del cretino o incosciente e altri rimproveri ancora.
Mio padre mi augurò di aver fatto bene la mia scelta, di essere felice per me, mi
disse: avrei trovato in Laurinda eterna gratitudine e col tempo anche l’amore, in
Giovanni Filippo, un amore, che un vero figlio non avrebbe saputo darmi.
Per il battesimo, si offrirono di fare da padrini: Paola e il suo fidanzato Filippo
(che combinazione di nome).
Per il matrimonio imminente, ognuno preparò i propri documenti.
La mia vita al Ministero non mudò con il mio futuro matrimonio
Ogni fine settimana, lo passavo con loro; di giorno portavamo a passeggio il pupo.
Quando l’avevo conosciuta, era estate e indossava la minigonna, nel mese di
settembre, dopo che aveva parorito, continuò ad indossare la minigonna, anche se
alle volte, non faceva tanto caldo.
Quando le chiesi, perché non mi aveva detto che era incinta; aveva paura che
l’avessi rifiutata?
Disse, che non si era accorta di essere incinta e che fino a quando partorì, non sape-
va da dove sarebbe uscito il nascituro.
Si poteva credere a tanta ingenuità; che nel 1965 una ragazza di 17 anni, non sapesse
quelle cose, per chi mi aveva preso?
Il 15 Ottobre, ci sposammo.
Fù una cerimonia semplice.
C’erano: i miei genitori, mio fratello Renato (venuto appositamente dalla Germania),
il mio amico Piero, i suoi genitori, parenti e amici.
Consumammo la prima notte in camera d’albergo.
Potevo farle conoscere la mia menomazione e l’esperienza che avevo con le donne.
Non le dissi nulla, lasciai l’iniziativa a lei.
Ricordo, mi tenne sulla corda per parecchio tempo, facendo lo strip-tease e quando
si concedette lo fece con una tale maestria che neanche la più esperta (puttana)
lo avrebbe saputo fare (che fosse una prostituta); pensai.
L’unica cosa che non mi permise, fu...di godere dentro; per non rimanere di nuovo incinta, disse: « C’è tempo per questo ».
Il giono dopo, le chiesi, dove aveva imparato tutte quelle cose, (non dalle suore in
cui era stata in collegio); mi disse, che erano, spontanee, suggerite dall’amore per l’uomo che amava.
Non le credetti, ma, feci finta di nulla.
Nel pomeriggio partimmo: io lei e suo figlio con il treno per Roma.
Ci avevano preceduti i miei genitori.
A casa c’erano tanti regali.
Avevamo una camera per noi, era quella dove normalmente dormivo con mio fratel-
lo, solo che erano stati sostituiti i letti singoli con uno matrimoniale.
Mio padre ci consigliò di vivere con loro, almeno un anno, così risparmiavamo di pagare, l’affitto di un appartamento, luce, gas e telefono.
Con i soldi risparmiati, aprii un libretto di risparmio a due nomi, il mio e quello di Laurinda.
Laurinda aveva il vizio del fumo; nonostante le nostre raccomandazioni, per la sua salute e quello di suo figlio, stava sempre con la sigaretta in bocca.
La cosa dava fastidio un pò a tutti, specialmente a mio padre.
A lei di quello che dicevano non importava nulla, rispondendo: se dava fastidio, che ci sistemassero in un appartamento che lei era contenta ad andare via.
I soldi per le sigarette (Malboro), i fotoromanzi, le caramelle e dolciumi vari, da dove venivano?
Senza dirmi nulla, andava a prenderli con il libretto alla banca.
Alle mie reclamazioni, rispondeva: potevo scegliermi un’altra moglie.
Si ricominciò a litigare prima di Natale, facemmo pace a Capodanno.
Il motivo era sempre lo stesso: il sesso e i soldi.
La mancanza di voler fare l’amore, lo attribuiva anche dal fatto che, ogni volta che lo facevamo, lo sentiva tutta casa e anche i vicini; per me una una scusa, quando lo facevo, cercavo di non fare rumore.
Laurinda conosceva, la mia debolezza, così quando voleva qualcosa, che non volevo dare, rifiutava di fare l’amore fino a che cedevo.
Arrivò persino a chiedermi soldi per fare l’amore, proprio come una ( Puttana ).
Il piccolo Giovanni alle volte si svegliava di notte, a lei dava fastidio, voleva dormire, così dovevo prenderlo in braccio e passeggiare nel corridoio fino a che si riaddormentava.
Laurinda non aveva pazienza, più volte lò sentita dire: lo avrebbe gettato dalla finestra se non smetteva di (frignare).
Era quello il modo di comportarsi di una madre?
Ci ho passato più tempo io, che lei a trastullarlo.
Un giorno lo portò a Imperia dai suoi genitori, facendolo piangere tre notti di seguito, noncurante delle proteste dei suoi genitori e dei vicini.
Per la Pasqua l’andammo a festeggiare al paese e il giorno dopo, con una scusa, ci lasciarono soli in casa, portando con loro il piccolo Giovanni.
Ci lasciarono la loro casa per fare i nostri comodi, non c’era nessuno, non a veva-
mo i vicini come a Roma, la scusa non c’era.
Eppure in quella occasione Laurinda si rifiutò di fare l’amore, lei l’amore lo faceva
solo quando le andava e cioè quasi mai.
Rifiutandosi mi arrabbiai di brutto, la sbattei sul letto e con forza la possedei.
Poi mi ubbriacai e me ne andai girando per la campagna.
Per colpa sua, la festa era rovinata ed eramo tornati tutti a Roma.
Laurinda, forse sentendosi in colpa e non volendosi far perdonare, si tenne lontana
da me, lasciandomi dormire in salotto.
Il giorno seguente dissi: « Basta, torno alla Legione Straniera e mi vado a fare
ammazzare, pensateci voi a quella stronza di Laurinda.»
Avevo già il biglietto, stavo per salire sul treno per Marsiglia quando mi ricordai di
non aver salutato mia madre a cui ero più affezionato.
Andai ad un telefono pubblico e la chiamai.
Mia madre mi disse che Laurinda ai rimproveri suoi, aveva fatto la valigia, con
in braccio suo figlio, se n’era andata, dicendo alla signora addetta alla portine-
ria, che lo faceva perché non le davo sostentamento sufficiente sia a lei che
al piccolo Giovanni.
Mia madre venendolo a sapere, volle mostrarle la nostra camera, dove alla rinfu-
sa, si notavano: pacchetti vuoti di sigarette estere, carte di caramelle e di dolciu-
mi vari.
In cucina, oltre al latte in polvere, diversi vasetti di carne omogeneizzata.
Il mattino seguente andai in banca per curiosità; seppi che Laurinda, aveva ritirato tutti i soldi da me risparmiati.
Insieme con mio padre decidemmo di fare annullare il matrimonio da un avvocato.
L’avvocato ci disse però che anche se ottenevo l’annullamento del matrimonio,
dovevo secondo la Legge mantenere sia lei che suo figlio.
Decidemmo di non fare niente, lasciando a Laurinda di fare la prima mossa.
Il giorno seguente Laurinda tornò con i suoi genitori, prese ad accusarmi di non aver tenuto fede alle promesse fattale prima del matrimonio, cioè una casa tutta per noi.
Inoltre disse di essere incinta.
« Incinta? », dissi: « E di chi? »
« Di te »: disse Laurinda.
Mia madre sapendo della mia situazione, stava per dire qualcosa, ma, prendendola
per un braccio la portai in cucina dicendole: « Non una parola, lascia che si impicchi
da sola. »
Con l’aiuto di mio padre, cercammo un appartamento che non costasse tanto di affitto.
Lo trovammo, in Viale Marconi n.63.
Era composto da: Ingresso, cucina, bagno e una camera.
L’affitto era di 30.000 lire al mese.
Anche dopo essere sposata, Laurinda continuò a usare la minigonna; a me dava fasti-
dio, perché, quando si chinava, chi passava dietro le vedeva il culo, e quando stava seduta nell’autobus, si vedeva il resto.
I miei richiami non servivano a niente.
Rispondeva che a lei piaceva andare così, e se gli altri volevano guardare, che guar-dassero pure, basta che tenessero le mani in tasca.
Ora la scusa di rimanere incinta non c’era e mi poteva far scopare liberamente.
Liberamente sì, se le davo i soldi.
All’inizio quando non mi capitava di avere una sorca a disposizione in ufficio
e ne avevo voglia, accettavo e dopo aver pattuito il prezzo, si lasciava prendere.
Ma non mi lasciava fare quello che volevo io, ma solo quello che voleva lei.
Qualche mese dopo, ci vennero a trovare: Paola e il fidanzato Filippo.
A me fece piacere, anche perché erano padrini di Giovanni.
La giornata passò e si fece sera.
Domandai loro: « A che ora avete il treno? »
Dissero di voler restare a Roma qualche giorno.
« Avete pensato, dove dormire? »
Dissero: « Da voi.»
« Da noi? Ma se noi abbiamo solo un letto, e in quattro non ci stiamo.
Laurinda mi disse, sarei dovuto andare a dormire a casa dei miei genitori.
Pensai di aver capito male, e ripetei la domanda, alla quale ricevetti, la medesima risposta.
« Ma sei matta per caso? » dissi.
Nel nostro letto ci avrebbero dormito, e, fatto chissà cosa loro tre?
« Guarda che stiamo a Roma, non in Romania » dissi.
Per fortuna Filippo capì l’antifona e uscì dicendo che lui si arrangiava.
Anche se era il nostro padrino, in tutti i suoi amici, vedevo il padre di suo figlio.
Quella notte, Laurinda non mi fece dormire in mezzo a loro, per paura che mi sco-
passi la sorella.
Ci dormì lei e mise il lenzuolo piegato per non farmi accostare.
Il giorno dopo, Filippo e Paola ripartirono.
Non l’avessi mai fatto, per molto tempo, niente sesso.
Laurinda si era offesa del mio mal pensare di Filippo.
I soldi erano quelli che erano cioè pochi, e Laurinda ne aveva bisogno per i suoi vizi (sigarette, dolciumi e riviste).
Le dissi, se voleva soldi, non doveva far altro che andare a lavorare.
E dato che l’unico lavoro che sapeva fare (oltre la puttana) era la serva, tornò a fare
la (serva).
Dopo un pò disse di aver trovato un posto, vicino all’ospedale S. Camillo, in casa di
un vecchio pensionato, che viveva solo.
Da quando lavorava in quella casa, portandosi appresso suo figlio di cinque mesi, a detta di lei, le successero varie cose: Il vecchio, (aveva scoperto), era un guardone e
non mancava delle occasioni per guardarle le gambe e i peli della vagina se stava su
una scala.
Stando a quello che mi raccontava (per provocarmi), il vecchio mentre era a tavola e
lei lo serviva, era solito accarezzarle il sedere e voleva che se lo facesse accarezza-
re anche dagli altri se aveva amici a pranzo.
Il vecchio non era più in grado di scopare, ma gli piaceva leccare la vagina e farsi succhiare il pisello.
In compenzo oltre al salario pattuito, le dava degli extra.
Vedendo che non le davo importanza, come se a me non importasse niente, aumen-
tava la dose, dicendo di essersi fatta scopare con il ragazzo che portava il pane, con
l’idraulico che aveva riparato una perdita, dall’elettricista e da tutti gli uomini che capitavano in quella casa.
Anche se fosse vero, a me non importava niente.
Quello che esigevo da lei era: riordinare la casa prima di uscire, lavarmi e stirare la biancheria, prepararmi la cena e dormire con me.
Quando cercavo di fare l’amore, mi respingeva, dicendo che era stanca.
« Stanca, di chissà quanti piselli hai preso oggi. »
A me, la voglia di fare l’amore con lei, mi era un pò passata, lei lo capiva perché
non la cercavo come facevo una volta.
Prese a tormentarmi con le sue chiacchiere, pensavo, dovute a una mente malata.
Diceva: quando stava sull’autobus per andare al lavoro, lasciava fare, se qualcuno
gli si appogiava contro o gli tastava il culo.
Che faceva l’amore con chi gli capitava; tanto era già incinta e uno più, che male le poteva succedere.
Mi limitavo a non crederle; d’altra parte, che potevo farci....mica la potevo picchia-
re o strangolare.
Per una donna come lei, non valeva la pena andare in galera.
Come quella volta che: una domenica avevamo deciso di andare al mare.
Prima di uscire disse che doveva passare dalla casa dove lavorava; disse che il si-
gnor Paolo gli aveva detto che quel giorno lui non era in casa, ma sarebbe andato a
casa di una nipote e le aveva chiesto se poteva rifargli il letto, dato che non andava nessuno a farlo; gli avrebbe pagato, lo scomodo.
Di controvoglia l’accompagnai.
Volevo restare in macchina con Giovanni, ma lei mi disse che in macchina faceva
caldo, mi disse di salire e farle compagnia.
Una volta dentro, volle farmi vedere la divisa che indossava quando lavorava.
A me della divisa non me ne fregava niente, ma di sbrigarsi a fare quello che dove-
va fare.
Non mi diede retta e dopo essersi spogliata, la indossò.
Non aveva però indossato le mutandine e voltandomi le spalle si curvò, facendomi vedere lo spacco tra le chiappe, l’ano e il gonfiore della fica.
Rimase in quella posizione (forse aspettava che la penetrassi).
Sculettando sparì in una stanza e poco dopo mi chiamò.
S’era tolta la divisa, era nuda, stava sdraiata di traverso sul letto e aveva le cosce
aperte mostrandomi la fica.
« Vieni, spogliati, leccami, fammi tutto quello che hai sempre desiderato fare ».
Quella visione e quelle parole, mi aveva provocato l’erezione, ma... mi venne un dubbio.
Se non avessi immagginato la trappola, avrei fatto quello che lei mi chiedeva.
Mi avvicinai velocemente alla porta del bagno che spalancai di colpo.
Dietro la porta c’era il vecchio con la telecamera, pronto a filmare la scena erotica.
Gli strappai la telecamera di mano e la sbattei per terra facendola a pezzi.
Il vecchio prese a gridare.
Lo presi per il bavero della vestaglia e lo schiaffeggiai, poi rivolgendomi a Laurinda
dissi: « Rivestiti troia che ciavemo da fare. »
Lasciai l’appartamento e l’aspettai in macchina.
Quando salì in macchina era arrabbiata, mi riempì di male parole; tra l’altro disse:
« Per colpa tua, mi ha licenziato senza darmi la liquidazione, facendomi pagare la te-
lecamera che hai rotto. »
La gita in macchina andò a farsi fottere e riportai a casa, sia lei, che suo figlio, poi
uscii e mi andai a sfogare con una puttana.
Da quel giorno, tornavo sempre la sera (tardi) a casa con la scusa di fare gli straordi-nari, che facevo (in ufficio e con le donne).
Il 14 dicembre naque il suo secondo figlio che lo chiamò Spartaco (come suo padre?).
Era chiaro di carnaggione e capelli biondi, a differenza del fratello che era scuro, sia
di carnaggione che di capelli.
I miei quando l’andarono a trovare le dissero che assomigliava tutto a lei, ma lei dis-
se: « Assomiglia tutto al padre (voleva dire a chi l’aveva messa incinta)! »
Con la nascita di Spartaco, l’appartamento divenne un pò piccolo, così lo cambiam-
mo per un altro; in Via delle Pere, a Centocelle che aveva due camere e costava
27.000 lire.
Aveva un contro, era umido e i piccoli ne risentivano.
Laurinda con il vizio del fumo che aveva, non badava agli altri, fossero pure i suoi figli, fumava sempre, anche quando allattava Spartaco; le mie lamentele non servivano a niente, non credeva che il suo fumo danneggiava anche la salute dei piccoli; fumava sempre: in macchina, a casa, mentre mangiava, al bagno, in camera da letto; c’erano mozziconi di sigaretta dapertutto.
Mio padre aveva comprato due appartamenti da affittare, in Via della Pisana, e sapendo di come stavamo, ci offrì di abitarne uno.
Aveva dato 350.000 lire di anticipo, noi ne avremmo dovute aggiungere altre 50.000 lire al mese per 30 anni le spese di registrazione, le avrebbe pagate lui.
50.000 lire erano tante, ma con 25.000 lire che prendevamo dall’appartamento affittato di Imperia e altre 25.000 lire che mettevamo noi; almeno avevamo una bella casa ed era nostra.
Era un bell’appartamento, anche se era a piano terra, aveva: 2 camere, la nostra aveva il parquet, l’armadio a muro, la cucina con la sala annessa, il bagno, l’ingresso, il giardino, un balcone che dava sul cortile,il posto macchina e la piscina condominiale che. si trovava in una residenziale privata con 5 palazzine.
Aveva un difetto; me ne accorsi quando la portiera mi avvertì di tenere la seranda completamente abbassata perché, chi passava dal viale verso l’ingresso della palazzina, vedeva chi stava in camera.
Lo dissi a Laurinda e lei ci rise sopra, disse che a lei non importava niente, chi vedesse, vedesse, lei dentro casa, voleva fare quello che gli pareva.
Più delle volte, specie d’estate, girava nuda e quando la sera si andava a letto, con la luce accesa, si spogliava, ma lo faceva come se stesse facendo lo spoglia-rello, lei diceva che lo faceva per me, invece, sono sicuro, lo faceva per chi pas-sava nel viale, per farsi vedere.
Quella sera andando a letto, cominciò a spogliarsi.
Andai alla finestra e chiusi la seranda.
Laurinda andò, e la riaprì.
Le diedi uno schiaffone dicendole: « D’ora in poi, lo spettacolo non si fa più. »
Laurinda mi disse che mi avrebbe denunciato ai carabinieri per averla picchiata.
Le dissi di farlo pure, poi avrei portato la portiera a raccontare del perché l’ave-vo picchiata.
Quando fu in grado di tornare a lavorare, lasciava i figli all’asilo-nido (mia madre
non li voleva), tornò a fare la serva in un’altra casa.
Un giorno Laurinda andò in ospedale (per un male che non esistiva o per farsi sco-
pare dagli infermieri) e i due figli andarono dai nonni a Imperia.
L’andavo a trovare quasi tutti i giorni e un giorno c’era con lei,una sua amica che si chiamava Teresa.
Terminate le visite e mentre aspettavamo l’ascensore, parlammo un pó di noi.
Quando le dissi che ero solo e mi dovevo arrangiare per la cena, mi invitò a cenare
a casa sua.
Cercai di rifiutare, alludendo alla sua famiglia, ma quando Teresa mi disse che vive-
va sola, accettai.
Dopo cena, l’aiutai a sparecchiare la tavola.
Ogni volta che: o io entravo in cucina e lei ne usciva, ci urtavamo.
Quando avevo posato i bicchieri e stavo tornando in sala,Teresa portava la zuppiera
e passando i nostri corpi si toccarono.
Non seppi resistere alla tentazione.
Mettendole le braccia intorno alla vita l’attirai a me.
« Che stai facendo, lo sai che sono l’amica di tua moglie? »
« Io lo sò, ma lui non lo sà. »
« Lui chi? »
Accostando di più il bacino gli feci sentire il membro rigido.
« Non penserai di fare quello che stai pensando? »
« Io nò, lui sì e lei pure, » e passando dalle parole ai fatti gli misi una mano sotto la gonna e sopra le mutandine; come immagivavo, le trovai umide.
« Non puoi negarlo, ci hai pensato pure te? »
« Io nò, forse lei. »
Togliendole la zuppiera dalle mani, la posai sul tavolo; sempre stando accostato a lei.
E sempre accostato, le tirai su la gonna.
Teresa non fu da meno.
Mi tirò giù la cerniera e tirò fuori il pisello.
Le mutandine come per miraco erano sparite e il pisello trovò la fica pronta ad accoglierlo.
Senza dire una parola, scopammo appoggiati alla porta della cucina.
Teresa aveva le gambe unite, le mie mani erano sulle sue chiappe e il pisello andava da solo fino a quando arrivammo tutte e due al piacere, poi sempre senza dire una parola, le presi le gambe e me le passai intorno ai fianchi, Teresa mi mise le braccia al collo, coì uniti, andammo alla camera da letto, ci spogliammo e tornammo ad accoppiarci.
Teresa era amica di mia moglie e puttana come lei.
Ma loro non lo sapevano e tornammo a incontrarci a casa sua per la cena e senza falo apposta o nò, ci incontravamo sulla soglia della cucina e Teresa aveva
sempre la zuppiera tra le mani.
« Che stai facendo? » ripeteva.
« Io niente. » ripetevo. E togliendole la zuppiera dalle mani, tornavo a poggiarla sul tavolo della cucina, poi le mie mani tornavano a mettersi sulla gonna che prendevo a sollevare.
Dopo la prima sera, non portava più le mutamdine e mentre le tiravo su la gonna, Teresa mi tirava fuori il pisello, il quale una volta uscito dai pantaloni, trovava da solo la strada verso la sua vagina e una volta dentro, facevamo la prima scopata, poi le sollevavo le gambe mentre lei stringeva la nuca verso la sua bocca e così uniti andavamo in camera da letto e completavamo la scopata, senza dire una parola.
Teresa non tradiva l’amica, io non tradivo mia moglie, lo facevano erano loro, non noi.
Così tutte le sere, fino a quando mia moglie uscì dall’ospedale, poi non tornammo più a vederci in casa sua da soli.
Un giorno mentre stavamo al paese, dopo aver litigato, le dissi di separarci; lei si sarebbe tenuta suo figlio Giovanni e io mi sarei tenuto (mio figlio) Spartaco.
Laurinda mi rispose: « Sei sicuro che Spartaco è figlio tuo? »
Anche se lo sapevo, non glielo dissi, mi limitai a darle uno schiaffone, chiaman-dola puttana.
Cinque anni dopo, non sò che gli passò per la testa, mi chiese di metterla di nuovo incinta.
Anche se non la potevo ingravidare, fare sesso completo, era un piacere.
Nove anni dalla nascita di Spartaco, rimase di nuovo incinta con l’aiuto di un’altra persona.
Il 18 Giugno del 1970 nacquero due gemelli, una femmina e un maschio.
Ñon proprio gemelli, fecondati da due ovoli diversi (come le gatte)
Li chiamammo Rodolfo e Mirella.
Un giorno venne a sapere, non sò da chi, che me la facevo con le altre donne.
« Dato che lo fai tu, lo posso fare anchio. »
Le risposi: « Lo hai sempre fatto, come quando vincevi al lotto o quando andavi
alla Pensione Flora. »
Laurinda negò e io gli dissi dei particolari.
« Quando vincevi al Lotto facevi sempre Terno e fare Terno o (Futtenno in sicilia-
no) vuole dire (Scopando) e alla Pensione Flora, andavi sempre alla camera 14 do-
ve c’era uno specchio e dalla camera 15, c’erano i guardoni che ti guardavano e
una volta, anchio ho fatto la parte del guardone).
Non disse più nulla.
Il 26 maggio del 1985 mi stufai di quella vita; mollai tutti e me ne andai di casa e
andai a vivere in campagna vicino al mare, in una casa che avevano fatto costruire
i miei genitori.
Laurinda per dispetto mi fece tramite i carabinieri: Una denuncia di abbandono del
tetto coniugale.
Seppi da mia madre, che: si era messa in contatto con un avvocato per chiedere la Separazione dal Tribunale.
Non sapendo cosa fare, mi misi in contatto con l’avvocato Francesco Ciliegio,
Il 24 Agosto 1985, dopo aver ricevuto la convocazione dal Tribunale, e vedendo che la Separazione era Giudiziale con Addebito; partii i primi giorni di Settem-bre per Imperia, cercando di scoprire, il passato di Laurinda.
Dopo vari giri a vuoto (nessuno parlava o non sapeva), andai a trovare Filippo
(il padrino del battesimo di Giovanni) che abitava nella stessa via, dove da nubi-le, abitava Laurinda.
Filippo non c’era, stava al fresco (in galera), al suo posto c’era la moglie con un bambino.
Sapendo chi ero, mi fece accomodare e cominciò a parlare di quello che consi-deravo mio (amico), oltre che (compare), e suo forzatamente (marito).
Disse del 1963 in poi; era amico di tutte le ragazzine (svampitelle) che, per un (fusto), perdevano la testa e la verginità (di quelle che non l’avevano ancora per-sa).
Era capitata a Laurinda di perdere (la testa e altro), come pure a sua sorella Pao-la, e dopo tante altre, pure a lei.
Con Laurinda ci aveva fatto un figlio che, (un fesso di romano) aveva ricono-sciuto come suo; questo lo sentiva dire molte volte, sia in casa che al Bar.
Il (fesso di romano) non lo sapeva, e tutte le volte che andava a Impera, gli offri-va pure da bere.
Con Laurinda ebbe rapporti, prima e dopo il matrimonio, andandola a trovare a Roma quando il (fesso) era al lavoro.
Con la sorella Paola, aveva fatto una figlia e Paola come la sorella, aveva trovato un fesso (andicappato) che l’aveva sposata.
Con questa signora era andata male, perché essendo della stessa regione (la Ca- labria), prese un sacco di botte dai fratelli e dal padre di lei.
Costringendolo a riconoscere il figlio e a sposarla.
Mi disse tante altre cose, che non riguardavano Laurinda, ma che, se c’era biso-gno della sua testimonianza, sa rebbe andata a Roma.
Poteva bastare, ma, mi volli levare una curiosità.
Andai a Casalmonferrato (Alessandria), a trovare una cugina di Laurinda, di no-me Luciana, che quando si era sposata avevo regalato una coperta fatta in Abruzzo.
Da tempo sposata, con un figlio e, con una buona situazione economica.
Di questa Luciana, ne avevo sentito parlare da Laurinda, che, era una poco di buona.
Laurinda e Luciana si incontravano, durante le ferie, che Laurinda passava con i parenti e insieme facevano quello che di solito fanno le donne, non le bambine, anche con uomini sposati.
Mi raccontò delle cose che, non avevo mai pensato, si potessero fare.
Quando le chiesi se poteva raccontarlo al Giudice di Roma; mi disse di nò, se lo faceva, lo avrebbe saputo anche il marito, e... addio benessere.
La ringraziai lo stesso, e tornai a Roma.
Il giorno seguente il mio arrivo a Roma, andai a trovare l’avvocato Francesco Ciliegio e gli raccontai quello che avevo saputo, a Imperia ed a Casalmonferrato.
L’avvocato mi disse, di avere un asso nella manica per il processo di separazione Giudiziale.
Il giorno 28 Settembre alle ore 9.30, eravamo presenti con i nostri rispettivi
avvocati;
L’avvocato Francesco Ciliegio consultò l’avvocato di Laurinda, mostrandogli come prova: i biglietti ferroviari da Roma per Imperia, quello di Imperia per Alessandria, e quello di Alessandria per Roma.
Gli raccontò quello che, avevo detto a lui.
L’avvocato Maurizio G. Botanno, parlò con Laurinda, la quale non se lo aspettava, lei gli disse qualcosa che non sentii.
Alle ore 10,00 per la comparizione personale, la causa di separazione, da Giudiziale, mutò per Consensuale.
Il giudice Giacomo Comencini lesse il verbale: « I qui presenti coniugi Ilo Plinioo e Laurinda Cipolla in comune accordo chiedono la separazione consensuale.
Dal matrimonio naquero 4 figli: Giovanni il 3.9.1965 a Imperia, Spartaco il 14.4.
1966 a Roma, Mirella e Rodolfo il 18.6.1970 a Roma;
Tramite il mio avvocato chiesi la parola.
« C’è un errore. »
« Che errore? » rispose l’avvocato di Laurinda.
Feci notare la frase: Dal matrimonio naquero quattro figli.
« E, dove sta l’errore? »
Feci notare che la frase doveva essere: Prima e dopo il matrimonio naquero quattro
figli.
« Non è possibile, i figli sono i tuoi, li ho fatti con te, non da sola. » disse Laurinda.
« È vero, non li hai fatti da sola, ma con l’aiuto di altri, non da me. »
Al che mi avvicinai al Giudice e gli diedi una carta (che avevo conservato).
Il Giudice la lesse e poi alzando gli occhi disse: « In base a questo documento, il Si-
gnor Ilo Plinio nella data 24 Aprile 1960 fu operato al... togliendo gli ogni possibili-
tà di procreare », e passò la carta ad ambedue avvocati.
« È falsa », strillò Laurinda.
« Se è falsa, non lo è la prova del DNA che chiedo venga fatta ai figli. »
Laurinda si oppose a fare la prova e nell’atto venne cancellata la frase: Dal matri-
monio naquero quattro figli.
Anche se i figli non erano miei, per legge lo erano.
Per vendicarsi mi accusò di essere un prostituto.
Lo ammisi dicendo: « Per arrotondare lo stipendio, facciamo tutti e due lo stesso mestiere; solo che io non lascio tracce, non come lei. »
Il Giudice dopo aver letto la sentenza di separazione disse a Laurinda: « Per tutto
quello che ha fatto, con quale coraggio ha denunciato suo marito? Si dovrebbe vergognare. »
Con la separazione, ebbe la casa dove abitava (non era mia, ma dell’Istituto Auto-
nomo Case Popolari.).
Anche se gli dovevo pagare il mantenimento dei gemelli (i grandi erano già indi-pendenti), la mia vita continuò come sempre tra il lavoro ministeriale, e il piacere
con le donne.
Comunque sia, mantenni buona relazione con i figli a cui non dissi nulla.
Ogni domenica li andavo a prendere e li portavo in campagna e al mare.
All’improvviso, i gemelli non vollero più venire con me.
Ne chiesi spegazioni; non mi volevano neanche parlare.
Andai a parlare con Giovanni, alla tipografia dove lavorava, anche lui non mi
voleva parlare.
Andai a parlare con Spartaco dove lavorava; in un Bar di Via Padova, anche lui si rifiutò di parlarmi.
A me quello non piaque, non me ne andai, anzi insistii a volere una spiegazione.
Il proprietario del Bar disse a Spartaco di uscire fuori perché dentro il Bar non voleva (casini).
Spartaco mi disse, che se avesse saputo prima, quello che seppe poco tempo addietro, lui e Giovanni, mi avrebbero gettato fuori casa a calci.
Per fare quello che lui e il fratello avrebbero fatto a me, doveva essere una cosa grave.
Lui disse: « Mamma ci ha raccontato, che quando era piccola, l’hai tormentata con lusinghe e promesse, fino a che, lei si è concessa a te, era ancora vergine, e tu sei stato il primo uomo; quando ti ha detto che era incinta, non ti sei fatto più vedere, e se non fosse, per non andare in prigione, per avere abusato di una minorenne, non avresti riconosciuto tuo figlio Giovanni e non l’avresti sposata. Dopo il matrimonio, insieme con le zie, nonno, nonna e zio Renato, l’avete trattata come una serva, e tu spesso l’hai picchiata. »
Non credevo a quello che sentivo.
Gli dissi, che non era vero niente, e se voleva sentire la verità, non doveva far altro che ascoltarmi.
Fissammo un incontro quando smetteva di lavorare.
Al nuovo incontro, gli dissi, tutto quello che mi ero tenuto dentro per 20 anni; compreso quello che mi disse al paese sui suoi riguardi e cioè se ero sicuro che lui fosse mio figlio.
Non avrei voluto farlo, ma, se non volevo passare per un violatore di minorenne ero forzato a dirgli tutto.
Spartaco ci rimase male.
Gli feci promettere di non parlarne con Giovanni, in quanto lui non aveva colpa di quello che era accaduto.
Parole al vento, al primo litigio con il fratello Giovanni, gli disse tutto.
Posso immaginare come ci rimase Giovanni; non ci volle credere, si rivolse alla madre che negò tutto, Laurinda gli disse, che mi avrebbe denunciato per calunnia, mandandomi in galera.
Giovanni mi venne a trovare in ospedale, dove ero ricoverato; volle sapere da me, se era vero quello che aveva detto Spartaco.
Gli dissi, che a Spartaco avevo fatto promettere di non dire niente a nessuno, ma dato che insistiva, dovetti raccontare a lui, quello che avevo detto a Spartaco.
Giovanni volle sapere chi era suo padre, anche sapendolo, non glie l’ho dissi.
Dissi solo: « Per 20 anni, ti ho trattato come un figlio, senza fare preferenze fra
te e Spartaco, e quando facevate le marachelle (come, quella volta a Imperia quando avete rubato i soldi a nonna Guglielmina),
le botte, le avete prese insieme. Perciò non vale la pena chiedere, chi è tuo padre, solo tua madre te lo può dire. »
Quando andò via, mi affrettai a telefonare a Laurinda, dicendole, di dire: che il padre era un marinaio, che era morto prima che nascesse lui.
Laurinda mi disse: « Se vuoi che ti lasci in pace, dovrai venire a casa e confes-sare che tutto quello che hai detto a Spartaco non è vero, che tu sei il padre di Giovanni. »
Gli dissi, se mi prendeva per scemo, per caso?
Rispose, che aveva la testimonianza degli infermieri dell’ospedale dove aveva partorito e che avevo detto che Giovanni era figlio mio.
Bel ringraziamento, per una buona azione che le avevo fatta.
Gli dissi: « Vediamo che farai dopo che avrò fatto l’analisi del DNA di tuo figlio.
Mi disse: « Bisognerà vedere se te la farò fare; Il mondo è pieno di fessi, e tu ne sei uno. »
Come promesso, Laurinda fece denuncia ai carabinieri, accusandomi di: Diffamazione.
Al Questore raccontai tutto ciò che riguardava, la diffamazione; lui, anche capendomi, mi disse, che me la dovevo vedere in Tribunale.
Portai la denuncia all’avvocato, dicendogli di chiedere al Giudice, se poteva ob-bligare Laurinda a far fare a Giovanni, la prova del D.N.A.
Essendo sicuro di me stesso, a prova fatta, avrei chiesto, la prova, anche agli al-tri ragazzi.
L’avvocato, non ho capito, con quale interesse, si mise in contatto con l’avvocato di Laurinda, il quale, sicuramente si mise in contatto con la sua assistita, la quale avendo tutto da perdere, ritirò la denuncia.
Non ci fu nessuna causa per diffamazione.
All’inizio del 1986, si sposò Giovanni; lo venni a sapere da Rolando (un amico che abitava allo stesso palazzo dove abitavo prima della separazione) in ufficio, il quale mi domandò, come mai non c’ero al suo matrimonio?
Gli dissi, che non avevo ricevuto il suo invito.
Non fu una sorpresa, la presi con filosofia, pensando: « Non poteva invitarmi, non sono neppure suo padre.»
Laurinda non potendo vincere con gli inganni, mi obbligò a pagare il mantenimento ai gemelli fino all’età di trent’anni, facendo figurare che: studiavano o che erano disoccupati.
Nonostante tutto quello che passavo con Laurinda, la mia vita continuò come prima del matrimonio.
Dopo l’avvenuta separazione misi un annuncio sul giornale “ Porta Portese ”, cercando una donna che sostituisse Laurinda.
Mettendo il numero telefonico di Ardea in cui quando ero al lavoro, rispondeva
la Segreteria Telefonica..
A telefonare, telefonarono in tante, ma non per quello che chiedevo; finché mi chiamò una certa Maria Luisa disse che era vedova con due figlie e aveva bisogno di un amico.
Faceva al caso mio.
Come fisammo l’appuntamento, ci incontrammo e dopo aver fatto un giro in mac-
china e parlato del più e del meno, ci accordammo.
Non gli dissi della mia mancanza di procreare.
Maria Luisa era vedova del primo marito e abbandonata dal secondo.
La sua storia era mal contata.
Con il primo marito aveva avuto due figlie.
Purtroppo per causa di una malattia, il marito era morto lasciandola ancora giovane con due figlie da mantenere.
Gli procurarono un altro marito.
Il secondo marito faceva l’amore quando voleva, ma era prudente nel farlo, non la ingravidò e quando si stancò di lei, la lasciò per un’altra più giovane.
A Maria Luisa lasciò un appartamento.
Dopo non si risposò più, ebbe solo degli amici.
Il sabato successivo andammo a ballare.
Quando la riaccompagnai a casa, mi fece fermare la macchina in un luogo isolato e prendemmo a baciarci.
Non mi aspettavo i suoi baci d’amicizia.
I suoi baci erano con incontri di lingua a lingua.
Presi subito fuoco.
Ma più che baci, non mi voleva far fare altro.
Da quel sabato, come tutti i sabati, dopo il ballo la riaccompagnavo a casa e prima di arrivare; in un luogo appartato... baci, baci, soltanto baci.
Un giorno mentre stavo dal dentista venni a sapere di un gruppo di amici che passavano il sabato notte a ballare ed erano sempre circondati da donne.
Quando dissi al dentista della vedova e se ci potevamo unire al gruppo; fummo accolti con entusiasmo.
Da quel sabato e tutti i sabati a seguire ci incontravamo con lui o con gli altri e andavamo a ballare in varie balere.
Mi era sempre piaciuto ballare anche se con mia moglie non avevo potuto dimostrare la mia classe.
Con tutte le donne del gruppo ero il preferito.
Ballavo di tutto dal lento allo scatenato; bastava che trovassi la donna giusta.
Purtroppo Maria Luisa mi voleva sempre con lei e se ballavo con un’altra, mi faceva il broncio e la sera riaccompagnandola, niente baci.
Dire che, con le altre non sentivo quello che sentivo con lei, non serviva.
Lei non voleva e basta.
Un giorno mi telefonò un certo signor Falliti.
Ci incontrammo e lui mi disse di essere stato (l’amico prima di me) disse che
Maria Luisa si faceva un amico ogni anno; perciò come il suo rapporto durò un anno, il mio sarebbe durato un anno.
Mi raccontò della scusa che adottava per farsi scopare.
Non gli credetti, pensavo che con me sarebbe stata diversa.
Un sabato combinai con gli amici del gruppo ad andare la domenica ad Ardea, volevo offrire un pranzo nella mia casa di campagna a pochi chilometri da Roma.
Ci demmo l’appuntamento all’EUR.
Ma quando c’incontrammo, il dentista non c’era, così molti altri, avevano preferito andare allo Stadio a vedere l’incontro Roma – Lazio.
C’era solo Giovanni.
Le donne erano dieci.
Non dissi niente e con tre macchine ci dirigemmo verso Ardea
Il pranzo preparato dalle donne fu un successo e il vino scese giù come l’acqua.
Alla fine ero un pó sbronzo e Margherita (una moretta tutta pepe) se ne uscì così: « Ora i nostri uomini ci divertiranno ».
Giovanni disse: « Non contate con me, sono un fidanzato serio di Mirella »
Non restavo che io con nove donne.
Dissi: « Fate la conta a chi tocca prima ».
Maria Luisa disse: « Non se ne parla nemmeno, Lupo è il mio uomo. »
Al che risposi: « Sono il tuo amico, non il tuo uomo perciò sono libero di divertire chi vuole e dato che Margherita ha parlato, comincerò da lei. »
Dopo Margherita ci fu Patrizia e dopo Carla.
Più di tre non ce la faceva (lui).
La sera andarono via tutte, rimase solo Maria Luisa ad aiutarmi a rimettere a posto la casa.
Mi teneva il broncio, non mi parlava.
Mentre lavorevamo, ascoltavamo della musica e quando ci fu un ballabile, la invitai e ballammo.
Ad ogni ballo lento, mi appiccicavo a lei e le facevo sentire la voglia di fare l’amore.
Alla fine non potè dire di nò; solo inventò una scusa per farlo.
Disse: (Come aveva detto Falliti), che lo faceva come se fosse un medicamento, seguendo il consiglio della psicologa.
Disse: « Da quando mio marito mi ha abbandonato, non ho più fatto sesso e la psicologa mi ha detto che se non lo faccio, ne andrà di mezzo la mia salute. »
Anche se non le credetti, per me andava bene lo stesso; così andammo nella mia camera da letto (in quella casa c’erano quattro camere).
Si stese sul letto togliendodi le mutandine.
Io presi a spogliarmi, lo volevo fare nudo e nuda la volevo.
Lei disse di nò, di non spogliarmi, per farlo, bastava tirarlo fuori e portarlo dentro la sua fica.
Un pó scontrariato, feci come disse lei.
Non partecipò al gioco, rimase inerte.
« Così non và, mi sembra di scopare la mia ex moglie; se non ci metti un pó di fuoco, non se ne fa niente; vorrà dire che diventerò l’uomo di Margherita.
A sentire il nome Margherita, prese subito fuoco.
Si lasciò spogliare e accarezzare la fica.
Prendendole la mano la portai sul pisello e gli dissi di fare lo stesso.
Quando le carezze e i baci cominciarono a fare effetto, la penetrai e quando sta-vo per arrivare alla fine, me lofece tirare fuori, dicendo che non voleva restare incinta.
Finito quello che secondo lei era fare l’amore, la riaccompagnai a casa.
Con Maria Luisa mi incontravo tutti i sabati e da qualche parte, se lei lo voleva; la domenica la passava con le figlie, perciò non voleva che ci vedessimo. così la domenica lo passavo con una o un’altra donna.
Dopo aver fatto l’amore con Maria Luisa, lo feci con Lucrezia.
Con lei fu tutta un’altra cosa.
Ogni domenica mi portavo ad Ardea tutte le donne che non avevo ancora scopato.
Purtroppo la cosa arrivò alle orecchie di Maria Luisa, la quale mi fece una scenata di gelosia.
Le dissi: « Con me fai la preziosa, ti concedi con il contagocce, quando stavo con mia moglie, scopavo tutte le sere e alle volte anche due volte in un giorno (anche se non era vero). Perciò se tu vuoi che sia il tuo uomo, ti devi far scopare sempre, altrimenti saranno le altre a fare la tua parte. »
Abbozzò e per non lasciare che facessi sesso con le altre, si lasciò scopare tutti i sabati dopo il ballo; anche se erano scopate (alla svelta).
Un sabato mi disse: « Domani starò con te tutto il giorno, dove mi porterai, non ad Ardea però; andremo a fare una gita fuori Roma, il posto lo deciderai tu. »
Andammo a Firenze e prendemmo alloggio all’Hotel Giotto, ci segnammo come marito e moglie e dopo aver girato Firenze come tutti i turisti, andammo a pranzare al ristorante dell’Hotel e dopo salimmo in camera.
Una volta in camera, non disse di nò quando la cominciai a spogliare e tutte due nudi entrammo nel letto e facemmo l’amore completamente.
All’amplesso lei non ci mise tanto sexo come mi aspettavo e una volta smorzato l’ardore, si rivestì e mi disse di riportarla a Roma.
Dopo quella volta trovò delle scuse per tornare a fare l’amore.
Passò un mese e un giorno mi telefonò, dicendo che era incinta.
Mi mostrai contento e le dissi che avremmo dovuto festeggiarlo.
Si fece un pó pregare, ma poi decise di incontrarmi.
Andammo a mangiare da Giuseppe; una trattoria che conoscevo.
Mentre mangiavamo, mi disse che lei mio figlio non lo voleva, perciò le avrei dovuto dare i soldi per abortire (come aveva detto Falliti).
Finito di mangiare le dissi: « Per mio figlio, quando nascerà, sono disposto ad aprirgli un conto in banca di 50 milioni, tanto per cominciare. »
Maria Luisa fu contenta del mio pensiero.
« Però dovremmo andare dal mio avvocato e metterlo per iscritto, non vorrei che poi, lo dovessi dimenticare. Però c’è una cosa che mi viene in mente: Sarà che lui è mio figlio? »
« Certo, lo abbiamo concepito a Firenze, l’ho fatto solo con te.»
« Allora facciamo così: andiamo dall’avvocato e scriviamo un accordo. Dopo la nascita, facciamo fare il teste del DNA, se il figlio risulterà figlio mio, ti pagherò 50 milioni per aver dubidato della tua buona fede e 50 milioni per mio figlio. Se però il teste sarà negativo, sarai tu a darmi 5 milioni. Ci stai? Se vinci guadagnerai 50 milioni, se perdi, perderai solo 5 milioni. »
Lei si alzò dalla tavola tutta arrabbiata e mi fece una scenata alla presenza di tutti i clienti della trattoria e poi se ne andò via.
Avvicinandosi al tavolo Giuseppe il padrone della trattoria che era anche mio amico, volle sapere cosa era successo tra me e la donna che era con me.
Gli raccontai quello che era successo e lui dopo essersi fatta una risata disse ad alta voce: « E proprio a te, una puttana, ti voleva incastrare! » e giù un’altra risata.
Dopo quella sera Maria Luisa non si fece più vedere.
Mi lasciò con uno che si chiamava Francesco.
Un sabato sera (guarda che combinazione) li incontrammo alla sala da ballo “ La Rosa Bleu ”.
Mentre Maria Luisa era (certamente) al bagno, mi avvicinai a Francesco e dopo essermi presentato, gli dissi di quello che era successo a me e al signor Falliti prima di me.
Come finì non lo seppi.
Si può essere amici senza bisogno di fare il sesso; e io un’amica l’ho avuta.
In quel periodo ero ancora sposato e anche se tra me e mia moglie non c’era più quella confidenza dei primi anni.
Un giorno mentre ero in ufficio mi capitò tra le mani un giornale e un annuncio mi saltò agli occhi: Si può essere amici senza fare sesso?, e seguiva un numero telefonico.
Presi il telefono e feci il numero riportato sul giornale.
Mi rispose una voce femminile.
Dissi chi ero e del perché avevo chiamato.
Ci incontrammo, parlammo; lei si chiamava Iolanda Pecorella. e quando le dissi di chiamarmi Ilo Plinio detto Lupo, si mise a ridere.
« Pensa un pó che strana coppia noi potremmo essere: Pecorella-Lupo. » e scop-piò di nuovo a ridere.
Parlammo, lei di lei, io di me e diventammo amici.
Quando mi separai, restai a dormire dalla mia amica Iolanda più di una volta e mai che mi venne la voglia di fare l’amore con lei.
Eppure di occasioni ne ho avute.
Più di una volta le ho lavato la schiena mentre faceva la doccia.
Per me vederla nuda o vestita era uguale; anche se era bella e bóna, non mi ha
mai provocato una erezione.
Mi sarebbe piaciuto leggere nella sua mente.
Chissà cosa pensava di me: « Che ero impotente, che lei non era desiderabile? » non só.
Quando conobbi Maria Luisa, ne parlai con Iolanda e quando Maria Luisa mi diede il primo bacio (lingua a lingua), Iolanda mi disse che quella non era una donna seria.
E dopo che la mia relazione finì, non ci rimasi tanto male perché ero stato preavvertito che sarebbe andata a finire così.
Quando tornai a procurare altre compagne, Iolanda mi disse: « Se inviti una donna alla tua casa di campagna, approfittane perché chi viene sà già come andrà a finire e se non ne approfitti, quella parlerà male di te. »
Così successe.
Come portai Carla a vedere il “Ranch” in quel periodo avevo fatto stampare un cartello (plastificato) con su scritto “ Solitary Wolf Rank ” che tenevo fissato sopra il cancello.
Dopo averle mostrato il campo dove allevavo gli animali (formiche, lucertole, ragni, serpi e tanti altri animali (selvaggi), le mostrai la casa e bevemmo qualcosa.
Poi la riaccompagnai a casa.
Il sabato sera, tutte le mie amiche sapevano che avevo portato Carla al Rank e non l’avevo scopata.
Così feci, e tutte le donne che portai ad Ardea prima di tornare a Roma, passarono nel mio letto.
Una volta invitai anche Iolanda, ma lei rifiutò.
Non lo fece perché non le piaceva far l’amore, perché non ero il suo tipo.
Data l’amicizia che ci legava, Iolanda mi dette la chiave di casa e io quando lei era in ferie, mi occupavo dei fiori e di Mimì (la gatta).
Una sera, sapendo che non c’era, andai a casa sua.
Fu una buona cosa perché Iolanda non era sola.
Il suo compagno voleva metterglielo nell’ano e lei non voleva, ma lui era un tipo muscoloso, tanto da sembrare un sollevatore di pesi.
L’aveva già messa prona quando arrivai.
Non potendo affrontarlo a mani nude, risolsi la questione con il mattarello da cucina, andandogli alle spalle lo colpii tre volte di seguito.
Il primo colpo non lo sentì per niente (tanto era impegnato), furono necessari altri due ben dati colpi per metterlo KO.
Iolanda si era riabbassata la gonna e rivolgendosi a me, disse: « Non credevo fosse così violento. L’ho conosciuto a Rimini e nel tempo che l’ho frequentato, mai una volta mi ha preso così violentemente e per di più da dietro. Glielo avevo detto che da dietro non lo avevo mai fatto e che non lo avrei mai fatto. Chissà cosa gli è saltato in mente. Ti ringrazio, se non fossi arrivato, mi avrebbe
mandata all’ospedale con il .... rotto. »
Guardando Ulisse svenuto dissi: « Di lui cosa ne facciamo? Vuoi che glielo taglio per fargli capire che con te non si scherza? »
« Saresti capace di fare quello che hai detto? »
« Certo, ne vuoi una prova? » dissi mostrandogli un affilato coltello da cucina.
« No, no!, tutto al più lo metteremo fuori dalla porta e quando si sveglierà, gli dirò che non lo voglio più vedere. »
Così facemmo.
Dato che era pesante, lo facemmo rotolare e sempre rotolando lo mettemmo nell’ascensore, dopodiche dissi a Iolanda: « Ora torna dentro, ci penso io ad accompagnarlo fuori del portone. »
Così feci, solo che non lo misi fuori del portone così come era, prima lo spogliai, e una volta nudo, i suoi vestiti li misi dentro un secchione delle immondizie e poi me ne tornai su.
Immagginavo la scena una volta ripresosi, se prima non lo prendeva la polizia per scandalo in una via pubblica.
Dopo Iolanda, conobbi Mirella.
Mirella fedele al marito (a detta di lei) e non si faceva scopare.
L’invitai ad Ardea, promettendole di non fare quello che lei non voleva.
Dopo varie insistenze venne alla casa di campagna.
La feci accomodare e dopo aver un po insistito, le offrii un bicchierino di liquore.
Quando le offrii il liquore rifiutò, ma quando le mostrai la bottiglia la cui carta diceva: Acqua di Fonte Romana gradi 18, lei accettò.
Le dissi che quel liquore si beveva tutto in un colpo, per assaporare meglio il gusto, lei seguì il mio esempio, ma quando sentì bruciare lo stomaco, credeva di morire.
Veramente non aveva bevuto: l’acqua di fonte romana di 18 gradi ma, l’Acqua di Fonte Romana di 70 gradi e per chi non è abituato a bere i liquori forti era come una bomba.
La condussi in camera da letto, dicendoli di sdraiarsi un pó, facendosi passare il bruciore di stomaco.
Una volta in camera le dissi di spogliarsi, avrebbe respirato meglio.
Non volle farlo anzi mi disse: « Mi hai ingannato facendomi bere per approfittarti di me, sappi io sono fedele a mio marito e solo con la violenza mi puoi prendere ».
Senza dirle niente mi misi dal lato del letto e d’improvviso le passai le gambe intorno alle sue e sedendomi sul letto, la costrinsi a venirmi addosso.
Lei strillò ma la musica che usciva dalla Radio era più forte.
Tendendola bloccata con le gambe e con una mano chinata sul letto, le sollevai la gonna e calai le mutandine.
Lei si divincolava ma io la tenevo ferma, poi sollevando la mano destra le feci cadere una forte sculacciata.
Il colpo la bloccò, non se l’aspettava, come non si aspettò le altre.
Quando la mano mi cominciò a far male, smisi.
La lasciai andare e sollevandomi dal letto le dissi con voce cattiva: « E adesso spogliati, altrimenti questa volta userò la cinghia » e, per farle capire che non scherzavo, mi sfilai la cinta dai pantaloni e la sbattei sul letto.
Mirella sempre piangendo fece quello che le avevo detto e quando fu nuda la feci stendere sul letto a pancia sotto e con una crema per le scottature le spalmai la parte arrossata, poi la feci girare e aprire le gambe.
Cominciai a leccarla, prima lentamente e, poi quando cominciò a muoversi (segno che stava per godere), sempre più veloce.
Quando arrivò all’orgasmo, non gridò dal dolore, ma gridò dal piacere.
E dal piacere gridò quando entrai dentro di lei e solo quando stavo per arrivare al piacere, si bloccò.
« Non farlo, per favore, non farlo. »
« Questo non farlo, non lo puoi dire a uno che ti sta violentando, comunque dato che sono un violentatore serio, di dirò un segreto: Sono sterile. »
Non mi credette, fino a quando le mostrai il certificato medico, poi riaccettandomi dentro di lei mi fece arrivare al piacere.
Quando mi rilassai su di lei, mi girai sul suo fianco e le dissi bruscamente:
« Alzati e vammi a preparare il caffè ».
Lei ubbidì immediatamente e quando cercò di rivestirsi le dissi: « Che ti rivesti a fare, qui ci siamo solo noi due e poi mi piace vederti nuda ».
Si diede da fare portandomi il caffè al letto accompagnato da dei dolcetti che aveva trovato non sapevo dove e come una brave mogliettina me lo portò e rimase a guardarmi mentre lo prendevo.
Finito il caffè e dopo aver portato via il tutto, tornò al letto stendendosi accanto.
Il pisello non si era ripreso, aveva bisogno di essere sollecitao.
Le dissi di prenderlo in bocca.
Mi disse di non averlo mai fatto.
Le dissi: « Ti piacerà, pensa di leccare un gelato o una banana ».
La feci stendere su di me alla maniera 69.
Per potermi prendere il pisello in bocca si dovette metmettere a pecorone; così io con due cuscini sotto la testa, avevo la bocca a portata della sua vagina e dell’ano.
Non mi è mai piaciuto prendere una donna per l’ano; dicevo che, era come mettere il pisello in mezzo alla merda, ma leccarlo era un’altra cosa.
Così mentre lei mi leccava il pisello, io le leccavo sia la fica che l’ano.
A lei il giochino dovette farle piacere perché prese a leccarmi il pisello come una professionista e quando arrivai al piacere, non lo tirò fuori ma mandò giù fino all’ultima goccia. Come io feci con lei.
Quando dopo essere tornati alla posizione normale, era diventata una mia docile amante.
Da quel giorno, ogni volta che la invitavo ad Ardea voleva essere presa come la
prima volta; comprese le sculacciate: anche se non erano forti come la prima volta e ad ogni sculacciata ne seguiva una lisciata col dito medio tra la fica e il culo.
Mentre ero sposato, conobbi Gabriella.
Fu leggendo il giornale “ Porta Portese “.
Gabriella era andicappata, molto complessata, andava con le stampelle o con la sedia a rotelle.
Cercava un amico disinteressato al sesso.
Dato che il matrimonio se ne stava andando allo sfascio, il suo annuncio mi attirò.
Risposi al suo annuncio e poco dopo ci incontrammo e facemmo amicizia.
Finché durò il mio matrimonio, non feci nessun approccio; ma quando mi separai, le cose cambiarono.
Il suo problema erano le gambe.
Non riusciva a farsi scopare perché, come si toglieva i pantaloni, e lui le vedeva le gambe, gli si ammosciava il pisello.
Dietro la mia insistenza me le fece vedere.
Aveva le gambe come quelle di uno scheletro; erano pelle e ossa.
A me non fece nessun effetto e glielo dimostrai una sera.
Mi aveva invitato a cena (era una brava cuoca nonostante tutto) e dopo cena stavamo vedendo un programma alla televisione.
Mentre stavamo seduti, le misi una mani sotto l’elastico dei pantaloni e sotto quello delle mutandine.
Non mi ostacolò anzi partecipò alle carezze, arrivando all’orgasmo.
Quando arrivò all’orgasmo e si rilassò, mi alzai e portandomi d’avanti a lei mi inginocchiai e presi a calargli i pantaloni.
Lei non voleva e si dimenava impedendomi di proseguire.
Ma dato che insistevo con le parole e fatti, mi lasciò fare (Già sapendo come sarebbe andato a finire).
Finì così: una volta tolti i pantaloni, le tolsi le calze e le mutandine e mettendomi le sue gambe intorno al collo, presi a leccarle la fica, provocandole altri orgasmi.
Dovette piacerle (dai suoi mugolii e torsioni).
Quando la sollevai tra le braccia e la portai al letto, non si oppose e si lasciò spogliare.
Completamente nudi facemmo l’amore e tutte le volte che andavo a casa sua, mi lasciava fare quello che volevo.
Poi ho conosciuto Eleonora tramite il mio amico Gaetano (il dentista).
Ci incontrammo alla sala da ballo “ La Belladonna” in Via Tuscolana.
« Lupo, ti presento Eleonora, una mia amica. Eleonora, ti presento il mio amico
Lupo. Guardati da lui, ha la fama di un donnaiolo. »
« Piacere! Grazie per avermelo detto, mi guarderò bene da lui. »
« Veramente non sono come mi ha descritto, faccio solo del bene alle donne. Loro hanno bisogno di aiuto e io glielo dò...l’aiuto. »
Ballammo un poco, e parlammo molto.
Eleonora era Psicologa ed era alla ricerca di strani tipi da aiutare con la psicanalisi.
Mi dette il suo biglietto da visita, io gli detti il mio.
Eleonora dopo averlo guardato, disse: « Solitary Wolf Rank, cosè? »
« Il rifugio del lupo solitario. »
« Interessante, un giorno lo verrò a vedere. »
Ci lasciammo con la promessa di sentirci.
Misi il suo biglietto nel portafoglio e me ne dimenticai.
Mi capitò di rivederlo dopo chissà quanto tempo.
In quel momento non avevo niente da fare, così gli telefonai e presi appuntamento per un incontro nel suo studio.
Ci andai, lo studio si trovava nel quartiere dei Parioli ed era in una elegante palazzina.
Mi ricevette una ragazza di colore e mi fece accomodare nel salottino.
Sul tavolino c’erano diverse riviste porno.
Non le toccai, avevo un libro di avventure e mi misi a leggere.
Al salottino ci passai una mezz’ora.
Ero assorto alla lettura, che non mi accorsi della presenza di Eleonora.
« Che stai leggendo? »
Gli mostrai il libro, che prese a sfogliare un poco.
« Come mai non hai guardato le riviste, non t’interessano? »
« Veramente a me le donne mi piaciono vederle dal vivo, nella carta, non mi dicono niente. »
Mi fece accomodare nello studio e stendere sul triclinio.
« Un momento! Non ho nessuna voglia di farmi psicanalizzare. »
« Ma, io non ti voglio psicanalizzare, voglio solo fare due chiacchiere. »
« Se è solo per fare due chiacchiere, per me va bene. »
« È vero che sei uno scopatore? »
« Certo, perché negarlo. »
« E peché sei uno scopatore? »
« Perché ci sò fare e perché sono sterile. »
« E che vuol dire? »
« Alle donne piace farsi scopare, solo non vogliono restare incinte, io con il mio certificato medico, le posso accontentare. »
« Avete con voi quel certificato? »
« Ho con me una fotocopia autenticata. »
La tirai fuori dal portafoglio e gliela diedi.
Lei la guardò a lungo.
« Qui dice che sei stato operato il...aprile del 1960. perché sei stato operato? »
« Lavoravo in Svizzera e conobbi una donna a cui piaceva farsi scopare, però non voleva correre rischi, così mi propose di farmi operare (a spese sue), così
feci. Dopo oltre a essere il suo scopatore, divenni lo scopatore (a pagamento) di tutte le donne che mi presentava. Prima di conoscerla, lavoravo in una fonderia, dopo lavorai nel suo albergo. Di giorno scopavo le varie stanze, di notte scopavo le donne. »
« E dove le scopi le donne? »
« Dove vogliono loro; il più delle volte, nella mia casa di campagna. »
« Ti è mai capitato di portare una donna in quella casa e poi essersi rifiutata di farsi scopare? »
« Si! Ma poche volte. Quelle che venivano e poi dicevano di no, bastavano due schiaffoni e loro aprivano le gambe. »
« Ah! Ma allora sei un tipo violento? »
« Nò, non lo sono. Ho imparato a mie spese. Una volta portai una donna e mi comportai da gentiluomo e lei per vendicarsi, ha cominciato a sparlare di me; dicendo che ero un buono a nulla. Da quella volta, non me ne è sfuggita più nessuna. »
« E non ti è mai capitato di essere denunciato per violenza. »
« Nò mai, quando una donna accetta di andare a casa di un uomo, sà di essere scopata altrimenti rifiuterebbe l’invito. »
« E che è successo a quelle che hai usato violenza? »
« Niente! Dopo la prima scopata erano loro a propormi di portarle ad Ardea e qualcuna addirittura di essere picchiata. »
« Non ci credo. »
« È vero! Ci fu una certa Mirella che diceva di essere fedele al marito e cedeva solo con la violenza. Quando ci rincontravamo, diceva di essere stata col marito dai carabinieri, ma che, non poteva riconoscere l’aggressore perché portava la maschiera. Ogni volta si faceva strappare il vestito e la roba intima e poi la dovevo colpire con la cinta alla schiena. »
« Sei mai stato sposato? »
« Una volta. Conobbi la mia ex da bambina. Aveva sedici anni e aveva partorito un bambino. Mi fece pena, le riconobbi il figlio e la sposai. Dopo il matrimonio ebbe altri tre figli. Quando non ce la feci più a sopportare tutti i suoi tradimenti mi separai da lei e al giudice mostrai il certificato ed ebbi l’annullamento del matrimonio. Per Legge i figli sono i miei e li devo mantenere.
« A che età hai cominciato a scopare? »
« A undici anni. »
« Un pó presto, non ci credo. »
« Ma è vero. Dopo la quinta elementare, mio padre mi tolse dal collegio dove c’ero stato dall’età di sei anni e mi fece frequentare la scuola comunale. In quel periodo, i miei genitori avevano un negozio e dopo essere stati derubati di notte, decisero di rimanere a dormire nel retrobottega. Io e mia sorella maggiore, la sera tornavamo a casa. A casa c’era la governante che si occupava di noi. La governante si chiamava Rosa e doveva piacerle i pischelli perché si approfittò di me, dandomi lezioni di sesso. La cosa andò avanti per due anni. Da Rosa, la mia maestra di sesso prendevo tutti dieci, a scuola tutti zeri. Due anni dopo che cominciarono le lezioni fummo scoperti da mia sorella che, in quel periodo era fidanzata e quella notte non riusciva a dormire. Probabilmente il fidanzato non l’aveva scopata per benino. Fece una scena e Rosa fu licenziata. Da Rosa appresi che: dovevo scopare solo le donne più grande di me, a quelle più piccole le potevo solo leccare la sorca. »
« Ma glielo potevi mettere tra le gambe? »
« Si vede che: come donna e psicanalista, non capite niente di sesso. »
« Come sarebbe a dire? »
« Quando una donna è vergine ha l’imene intatto. L’imene è una membrana che impedisce al pene di penetrarla completamente. L’imene ha un foro che serve per la fuoriuscita dell’urina e del sangue mestruale. Ma non impedisce la penetrazione dello sperma. Vedi quello che è successo alla madonna. Con la scusa di essere lo Spirito Santo l’ha presa mentre dormiva e anche senza penetrarla, le ha scaricato dentro il Santo sperma e lei pur non essendo stata con nessun uomo, rimase incinta. »
« Vedo che ne sai più di me. »
« Quando avevo tredici anni portavo le ragazzine alla grotta della “sorca”. »
« Della sorca! Cosa era? »
« La grotta aveva la forma della vagina; all’esterno, alberi e cespugli mascheravano l’ingresso, all’interno c’era una apertura come se fossero “ le piccole labbra “ e una propumbenza del soffitto, veniva chiamato “ clitoride “.
In quella grotta ci ho portato tante ragazzine.
Le ragazzine a dodici anni, perdevano la verginità e per non metterle incinte, usavo il preservativo. Fare l’amore con il preservativo, non dà lo stesso piacere, che, farlo senza. Col preservativo si corrono meno pericoli; sia per prendere delle malattie veneree, sia per non ingravidare. »
« A quanto pare, ci sai fare. »
« Come di ho detto prima, a undici anni ho avuta una maestra di sesso, a venti ho perfezionato quello che avevo appreso. »
« Hai mai scopato una sorella? »
« C’è una differenza, tra sorella (suora) e sorella da parte di mio padre.
Una sorella (suora), la scopai almeno una volta.
La sorella (vera) la scopai senza sapere che era lei.
«Come è successo? »
« Claudia (una mia cugina). era orfana di padre e abbandonata dalla madre. Mio padre essendo suo zio, la adottò. Rimase in collegio fino a sedici anni, poi venne ad abitare nella nostra casa. Era come se fosse una sorella. Non l’avrei mai scopata se insieme ad altre tre amiche, mi portarono a una festa. In questa festa, a casa di una di loro, si fece scopare. »
« Ma se era come una sorella, come hai fatto a scoparla? »
« Con uno stratagemma. Mi fecero entrare in una stanza bendato e sul letto c’erano loro. Erano nude, avevano la testa coperta; non sapendo chi era mia cugina, ne scopai tre, se poi una di loro fosse stata Claudia, non posso dirlo. La sera tornando a casa, Claudia mi disse che avevo scopato con lei, non le credetti. Arrivati a casa, invitò Angela a passare qualche giorno da noi, inventando una scusa. Mentre tutti dormivano, Angela venne a infilarsi nel mio letto a farsi scopare. La sera dopo tornò e la scopai. Angela rimase a casa mia sei giorni e sei notti veniva nel mio letto e si faceva scopare »
« E se invece di Angela, fosse stata tua cugina, o fosse stata tua sorella? »
« Nel buio, penso di averle scopate. Al buio tutte le donne sono uguali; hanno gli stessi seni e la stessa fica. Facendo i conti, loro erano tre e Angela rimase sei giorni, voleva dire che ogni notte si davano il cambio. »
La sorella (suora), la scopai involontariamente; fu in una casa particolare dove lavoravo. »
« Una casa particolare; cosa è? »
« Le case, una volta si chiamavano Casini o Bordelli, poi con la Legge Merlini, nel 1956 vennero chiuse. Le riaprirono sotto falso nome. Le case avevano due facciate; una vera e l’altra falsa. Se non lo sapevi, non potevi immaginare cosa c’era, dietro una chiesa o un convento. Da che mondo è mondo, tutti vogliono scopare. Sia in modo lecito, che illecito. Basta sapere dove; e la parola giusta. Ci sono case che; pur di guadagnare, non guardano in faccia nessuno.
Con i soldi, ti puoi scopare una suora o farti scopare da un prete. In Piazza Re di Roma, c’erano due appartamenti, uno sopra l’altro. In uno c’era una Sartoria, nell’altro, una Modisteria. Nella sartoria ci andavano gli uomini, nella modisteria, le donne. Io lavoravo (per arrotondare lo stipendio) nella modisteria, nella stanza n.4. Nello stesso piano dove stava la Modisteria, c’era uno Studio Legale, serviva come passaggio per andare alla Modisteria senza farci vedere dalle donne. Lì vigeva il silenzio. La stanza aveva due bagni, in uno mi lavavo io, nell’altro, la donna. La luce si spegneva alla pressione sul letto e la stanza rimaneva al buio. Era talmente al buio, che non si vedeva niente. Dovevo aspettare che la luce si spegnesse; quando vedevo la luce spegnersi, entravo nella stanza e mi sdraiavo accanto alla donna.
« E che facevi? »
« Prima la baciavo e accarezzavo, poi la leccavo tutta e dopo che aveva avuto almeno due orgasmi, la penetravo. »
« Per eventuali malattie, usavi il preservativo? »
« Nò! A molte donne non piace. Usavo il succo del limone. »
« Il succo del limone? Non ne ho mai sentito parlare.
« Il succo del limone, brucia a contatto di una ferita, se messo su un membro sano, è come l’acqua. Se la donna ha una ferita nella vagina, il succo del limone gli brucia e lei non vorrà fare l’amore. Alle donne veniva chiesto se erano malate, spiegando loro, l’uno del limone. »
« Allora come è andata con la sorella? »
« Se non avesse parlato non l’avrei riconosciuta. »
« Parlò, che disse? »
Disse: « Ahi! Mi hai fatto male. »
« E, tu che hai fatto? »
« Niente, chiesi scusa e continuai a scoparla, in fin dei conti, ero pagato per scopare e lei aveva pagato per farsi scopare. Per me era solo un lavoro. »
« L’hai più scopata? »
« Non lo sò, dopo quella volta non ha più parlato. »
« Non sapevo che c’erano certe case. »
« Le case avevano due facciate; una vera e l’altra falsa. Anche lo Studio Legale aveva due facciate (una vera e l’altra falsa) servivano per mascherare le vere attività se fosse arrivata la polizia. C’era anche una sartoria, per chi era raccomandato/a gli veniva fatto il servizio, chi non lo era, gli prendevano le misure. Una volta ho visto un prete andare nella sartoria. »
« Che male c’era per un prete andare in una sartoria?
« È che, nella sartoria, non c’era solo il sarto a prendere le misure, c’erano pure le sartine, e, le misure le prendevano al membro. »
« E come puoi dire che il prete è andato dalla sartina?
« Perché quel giorno c’ero pure io e ho sentito benissimo: « Mi manda...»
« Un prete? »
« Come disse Gesù nel Monte degli olivi: « Lo spirito è forte, ma la carne è debole. » anche loro, come le suore, hanno gli stessi stimoli che abbiamo noi. Ne ho conosciuta di un’altra di casa. Era uno Studio Dentistico. Funzionava anche come Studio dentistico, se però gli dicevi la parola giusta, era un’altra cosa. »
« Un’altra cosa, cos’era? »
« Una volta, dietro raccomandazione del mio amico Gaetano (quello che ci ha presentati), presi appuntamento e sono andato in Via Latina. Quando mi hanno fatto accomodare nel Gabinetto dentistico (c’erano tutti gli strumenti necessari) e sistemato, è arrivata la dentista. Era una bella ragazza. Senza dire una parola, mi ha tirato fuori il membro e dopo averlo lavato, mi è montata sopra, impalandosi.
Mentre si muoveva su e giu, mi esaminava la bocca e con la lingua, cercava una eventuale caria. Mi è costata cinquanta mila lire, ma ne è valsa la pena. Lo studio funzionava pure per le donne. Una volta ci ho mandato una mia amica. »
« Per la sorella (suora), come è andata? »
« Quando andavo a... (lavorare), prendevo l’ascensore e spesso, c’erano donne e suore. Io ogni volta che mi incontro con qualcuno, gli dò: il Buongiorno o la Buonasere; qualche volta contracambiano, altre volte nò. Quella volta in ascensore, contracambiarono il saluto e quando quella donna che stavo scopando disse: « Ahi! Mi hai fatto male. » riconobbi la sua voce e quando ci incontravamo in ascensore, non rispondeva...arrossiva. Una volta, scopai pure mia moglie »
« Che male c’è scoparsi una moglie. Io mi lascio sopare da mio marito. »
« Solo? »
Eleonora rimase un pó perplessa, poi disse: « Questi non sono affari che ti
riguardano. Come è andata con tua moglie e come sai che era tua moglie? »
« Mia moglie non mi è stata mai fedele. La prova, sono i figli che ha avuto dagli altri. Come ti avevo detto prima, lavoravo in una Modisteria e un giorno nella stanza entrò lei. Il primo segno l’ho avuto quando le ho accarezzato la gamba sinistra. Nella gamba sinistra aveva una lunga cicatrice. Segno di una frattura dovuta (quando era giovane, in un’incidente). La cicatrice l’ho sempre vista, solo che lei non me la faceva toccare; come non mi faceva toccare nessun’altra parte del corpo. Lì in quella stanza, si fece toccare e fare tante cose inimmagina-bili. Le cinquantamila lire le spese bene. Alla fine si lasciò scappare una parola: Scopi meglio degli altri. segno che frequentava spesso quella casa. Un’altra volta ho scopato vestito da prete in un convento. »
« In un convento, era un convento falso? »
« No! Era un convento vero ed era sovvenzionato da benefattori, i quali come ringraziamenti, si facevano scopare dai giovani fraticelli e scopavano delle giovani suore. »
« Come può avvenire una cosa del genere? »
« Non sempre nei conventi di frati o di monache ci sono le persone disposte a fare sesso, quando non ne hanno, chiedono aiuto a certe case e loro mandano le loro giovane puttane o dei giovani prostituti. Un giorno la tenutaria della modisteria, mi mandò in un convento cisternense sull’Aurelia. Quando giunsi, dicendo: mi manda..., mi fecero indossare il saio e andare in una cella. In quella cella c’era una vecchia benefattrice e nonostante mi facesse schifo, me la dovetti scopare. »
« Oltre a prendere le donne con violenza, che fai? »
« Quando conosco una donna e me la voglio scopare, non glielo dico direttamente. All’inizio la corteggio. Quando vedo che è arrivato il momento giusto; uso l’arma segreta. »
« L’arma segreta, che cosa è? »
« Non glielo posso dire, è segreta. A proposito...le posso dare un bacio? »
« Un bacio; ma come si permette? »
« Che c’è di male, non le ho mica chiesto di far l’amore? »
« Un bacio! Nò, non me lo può dare. »
« Pazienza, vorrà dire che me lo mangerò io. » e tirato fuori dalla tasca, un Bacio Perugina, lo scartai e me lo misi in bocca.
« Un momento, non mi avete detto se volevo un Bacio Perugina. »
« Nò! Ma me lo potevate domandare. »
« E se avessi accettato? »
« Le avrei dato un bacio nella bocca. »
« Ma questo è un modo di imbrogliare la gente! »
« È vero. Ma per arrivare allo scopo, tutte le armi sono buone. »
« Ho capito, quella del bacio era l’arma segreta. »
« Non proprio, era una delle tante. »
« Avete scopato molte donne? »
« Tante da aver perso il conto. »
« Come fate a sapere se una donna ci sta? »
« Da tante maniere. Guardandole negli occhi riesco a vedere il desiderio. Da come si muovono. Ballando e ci tanti altri segnali. Per esempio: quando ballavamo, avete lasciato che avvicinassi il bacino al vostro, perché? »
« Non lo sò, non ci ho fatto caso. »
« Quello è un segno che una donna ci stà. Se quando ho avvicinato il bacino al vostro e voi avreste fatto pressione contro il mio pene, voleva dire che: volevate scopare. »
« E che altro? »
« Da come vi muovete. »
« Da come mi muovo, non capisco. »
« Quando state seduta, come ora, tenete le gambe accavallate. »
« Allora? »
« A differenza di noi maschi, per godere da soli, a voi basta accavallare le gambe e muoverle in continuazione, in questo modo, face strusciare le “ grandi labbra “ tra loro, provocando l’eccitazione. Sono sicuro che avete le mutandine umide di umori. Anzi voglio proprio vedere. »
E alzandomi, mi portai verso la sua poltrona e gli misi una mano sotto la gonna.
Non si oppose.
Avevo ragione, le mutandine erano bagnate.
Senza pensarci due volte, tirai fuori il pisello dai pantaloni, già rigido e glielo misi tra le gambe.
Eleonora con voce roca disse: « Qui non stiamo comodi, »
La presi per le cosce (lei aveva stretto le gambe ai miei fianchi), la sollevai dalla poltrona e la misi sul lettino.
Ci abbracciammo, baciandoci e giocando: lingua a lingua, mentre i corpi si premevano l’un l’altro.
Quando vidi arrivare il momento, le tolsi le mutandine.
Non portava calze o collant.
Misi la testa tra le sue gambe e presi a leccarle la fica.
Basterono poche leccate, che ebbe l’orgasmo.
Eleonora gridò con voce roca: « Non ti fermare! »
Al primo, ne seguirono altri due.
Non avevo smesso di leccare.
Poi cominciò a dire con voce alta: « Penetrami! Penetrami, col tuo grosso membro, sfondami tutta, fa presto, non ne posso più. »
Non me lo feci ripetere, senza neppure togliermi i pantaloni, la penetrai.
Bastarono pochi colpi, che venni al piacere.
Dopo, spogliandoci ambedue, ci riprendemmo e tornammo a godere.
« Questa è stata una Seduta, da non scordare. »
Di quelle Sedute ne ebbi altre, e tutte gratis.
Quelle Sedute costavano dieci mila lire l’ora.
Ad ogni Seduta, voleva che le raccontassi una mia avventura erotica.
In questa maniera, si eccitava e alla fine, ci stendevamo nudi, sul lettino e facevamo l’amore (per non dire Sesso). »
Lucrezia la conobbi in ospedale.
Era cieca e aveva cercato la morte, tagliandosi le vene delle braccia.
Cominciò così: Come donatore di sangue, ogni tre mesi andavo all’ospedale Policlinico a farmi tirare il sangue e una volta trovai una signora che era alla ricerca di sangue per la sua figlia.
Se non hai donatori; il sangue lo puoi comprare.
A me quello di vendere il sangue che a noi levavano gratis, non piaceva, così avevo aperto un conto alla Banca del Sangue.
Il Conto funzionava così: Una donazione era per il Centro, un’altra era per il possessore del Conto, così quando: un amico o amica aveva bisogno di sangue per un loro familiare e non avevano donatori sufficienti, bastava che me lo dicevano. Telefonavo al Banco del Sangue e dal mio deposito, toglievano uno e più flacconi di sangue e lo davano a chi volevo io.
Così successe con la Signora Margherita, madre di Lucrezia.
Mentre aspettavo il mio turno per togliermi il sangue, vidi una signora che allo sportello chiedeva quattro flacconi di sangue tipo B Negativo (il mio gruppo).
A sentire la cifra, rimase sorpresa, le avevano chiesto 200.000 lire.
Al che mi feci avanti chiamandola zia (potevo dare il mio sangue solo a fami-gliari).
Lei mi guardò cercando di capirmi, strizzandole l’occhio destro, mi presentai:
« Sono Ilo, il figlio di Paolo, come, non ti ricordi di me, eppure siamo parenti. »
A quel punto lei capì l’antifona e stringendomi la mano disse: « Ora mi ricordo di te, ci siamo visti lo scorso anno ad Anzio, come stà tuo padre; e tua madre, tutti bene? »
L’impiegato del Centro disse: « Se è un suo parente ed è un donatore, vuol dire che invece di quattro flacconi, ne dovrà pagare solo tre. »
Alché dissi: « Per mia cugina gliene posso dare i quattro che ne ha bisogno, basta chiederli alla Banca del Sangue; il mio Conto è il Nº 484510. »
Così sistemammo la faccenda.
Chiesi a (mia zia) se mi poteva aspettare; liquidavo la donazione periodica ed ero subito da lei.
Zia Margherita (come la chiamai da quel giorno), mi aspettò e poi insieme a lei feci una visita a mia cugina Lucrezia.
Lucrezia invece di ringraziarmi del gesto fatto, mi rimproverò, disse che voleva morire, che era stanca della vita eccetera, eccetera.
Per consolarla le dissi: « È tanto bella la vita, se poi la puoi godere con un sincero amico che poi è anche tuo cugino ».
Lucrezia disse: « Non sei mio cugino e poi non credo alla tua sincera amicizia; voi uomini volete da noi solo fare porcherie, via! Andatevene! Voglio restare sola! Voglio morire. »
Vedendo che non potevo far niente per consolarla, me ne andai, promettendole che sarei tornato a trovarla.
Così feci tutti i giorni, conquistandomi la sua fiducia, accettando i miei pensierini, come (scatole di cioccolatini).
Una volta uscita dall’ospedale in cui all’uscita ero andata a prenderla con la mia macchina, accompagnai lei e sua madre all’appartamento dove vivevano in Via Anita Garibaldi.
Era una palazzina di cinque appartamentini (ognuno composto di: una camera, una sala da pranzo, una cucina e un bagno).
La madre e il padre vivevano al primo piano e lei al secondo.
Non stavano insieme.
Lucrezia, nonostante non ci vedesse, voleva essere indipendente, così viveva da sola.
In caso di bisogno, chiamava la madre o il padre.
Una volta soli, volli sapere, perché aveva tentato il suicidio.
Successe così: a dodici anni perse la vista a causa di un incidente, poi abituandosi allo stato cui si trovava, conobbe un uomo che dopo averla corteggiata a lungo e promessole di sposarla, aveva abusato di lei e fatta
abusare da altri uomini.
In un primo tempo non aveva capito che; chi stava al letto con lei non era il suo (fidanzato), il pisello era sempre lo stesso (almeno era quello che credeva); solo quando, una volta, chi stava con lei, parlò, capì che non era Franco, ma chissà chi! Si ribbellò a quel soppruso cercando di liberarsi del falso amico (fidanzato), ma lui minacciandola, anche di morte, l’aveva costretta a prostituirsi: in casa e fuori; finché non aveva trovato il coraggio di fare quello che aveva fatto.
Che bastardo quel Franco.
Le dissi che, ora c’ero io a proteggerla e non ci sarebbe stato nessun Franco o chi per lui a darle fastidio.
Lucrezia non volle credermi fino a quando il telefono squillò e lei fece per rispondere.
La fermai, dicendole: « Se è Franco, non dirgli di me, lascialo venire, gli farò una sorpresa ».
Lucrezia fece quello che le avevo suggerito e poi tremando (più per la paura, che dal freddo, aspettò lárrivo di Franco.
Nel frattempo avevo fatto una telefonata ad un mio amico poliziotto della Narcotici e aspettai l’arrivo di Franco.
Franco arrivò con due amici. Avendo la chiave di casa non toccò il campanello.
Una volta dentro, invece di Lucrezia da sola e pronta per l’uso, trovò me, con tanto di pistola (finta) pronta a sparare.
« Fermi tutti, polizia! Siete in arresto! »
A quella vista, fecero dietro front e fuggirono per le scale andando a finire addosso ai poliziotti che li aspettavano fuori dal portone.
Finirono tutti e tre in prigione.
Franco dopo il processo, prese 10 anni per: Sfruttamento alla prostituzione (non aveva solo Lucrezia, ma tante altre) e spaccio di stupefacenti.
Gli altri due erano solo clienti e presero una lavata di testa e la minaccia di gravi consequenze se andavano a procurare Lucrezia.
Dopo l’arresto di Franco, festeggiammo in casa dei genitori di Lucrezia e lei per ringraziarmi di più, volle offrirmi il suo corpo.
Rifiutai l’invito (del corpo) ricordandole quello che aveva detto in ospedale: «Voi uomini da noi volete fare solo porcherie ».
Io le offrivo solo la mia sincera amicizia.
Lei mi disse che, non credeva nell’amicizia tra una donna e un uomo senza sesso.
Le dissi: « Non tutti gli uomini sono uguali, può darsi che: il 99% pensa più al sesso che, all’amicizia pura, io facevo parte di quell’uno%. »
Continuò a non credermi e tutte le volte che l’andavo a trovare, mi chiedeva tante cose; come: farle il bagno, passarle la mano insaponata in mezzo alle gambe o sui seni, asciugarla, scegliere la biancheria intima da indossare e aiutarla ad indossare, quando stavamo a tavola, alle volte si grattava di sotto e poi voleva che controllassi se avesse qualche bricola che le dava prurito.
Non aveva niente tra le gambe (a parte quello che tutte le donne hanno).
Per non cadere in tentazione, la “Pazienza di Tantalo” non era sufficiente, ci voleva di più.
Come quando stava seduta in poltrona, si toglieva le mutandine e poi voleva che la guardassi mentre si masturbava o si introduceva nella vagina il Vibratore dicendo che era come se fosse il mio pisello.
Poi diceva: « Sono sicura che ti piace guardarmi, di certo hai il membro in erezione, fammelo toccare ».
Ma io mi allontanavo da lei per non farmi toccare (era vero, avevo il membro in erezione).
E quando stava sul letto e mi implovava di prenderla, le chiedevo di aspettarmi; andavo al bagno e poi mi sarei spogliato.
Invece, silenziosamente, andavo via e passavo da casa di sua madre a dirle che Lucrezia chiedeva di lei e poi me ne andavo a trovare una o un’altra donna da
sfogare la voglia che avevo di Lucrezia.
Quando dopo un mese di inutili tentativi andati a vuoti, Lucrezia finse di non tormentarmi più.
Un giorno mi disse che: voleva andare a ballare.
Le chiesi se conosceva qualcosa, in particolare? Rispose di aver sentito di un certo locale.
Ci andammo. Era un Naith Club.
Aveva le luci soffuse e la pista da ballo era quasi allo scuro.
Ci sedemmo e senza ordinare qualcosa, ci servirono: una bottiglia di Champagne.
Chissà quanto mi sarebbe costato.
Tra un ballo e l’altro, Lucrezia alzò la mano e chiese l’attenzione di una cameriera.
Arrivata al tavolo, Lucrezia le disse qualcosa che non capii e poi si alzò e accompagnata dalla cameriera andò con lei.
A me disse di non preoccuparmi; tornava presto.
Dopo dieci minuti tornò e mi chiese di portarla in pista.
Non avevo mai trovato una donna come Lucrezia.
Si strigeva a me, mi strusciava il pube contro il sesso (che stava al sicuro nei pantaloni), mi baciava passandomi la lingua in bocca e esplorando tutte le cavità.
Facevo fatica a resistere.
Il membro era in erezione e non potevo farci niente.
Quando cercò di tirarmelo fuori, la bloccai.
« Sei matta, vuoi far scoppiare uno scandalo ».
Lucrezia mi disse: « Voglio il tuo membro e se non mi prometti di darmelo, lo chiederò a qualcun’altro ».
Per calmarla, le promisi di accontentarla, ma non lì in quel locale, ma a casa sua.
Pagai il conto: 500.000 lire (Ammazzate oh!!!).
In macchina non mi lasciò in pace, me lo prese in mano stringendolo fino a farmi male.
« Basta, non ce la faccio più, poi pensasse quello che vuole, se si vuole far scopare, l’accontenterò, poi dicesse quello che vuole » pensai.
Arrivati sotto casa, mi ripresi il pene rimettendolo nei pantaloni e con Lucrezia abbracciata a me, salii le scale fino al suo appartamento.
Una volta dentro, mi scatenai.
Le strappai di dosso tutti i vestiti, comprese le mutandine e la penetrai sul pavimento.
Fu una scopata memorabbile.
Una volta che avemmo goduto ma non sazi, volle essere portata a letto e dopo avermi spogliato mi distesi accanto a lei.
Da vera professionista (si vede che il mestiere lo aveva imparato davvero), mi scopò (vero senso della parola), fece tutto lei; io dovevo fare tutto quello che
mi chiedeva, compreso, metterglielo nel culo (quello che non mi è mai piaciuto).
Poi d’improvviso si addormentò.
Dormii anch’io.
Quando mi svegliai era giorno fatto e Lucrezia continuava a dormire.
Mi alzai, feci la doccia, lavandomi ben bene, andai in cucina e feci il caffè.
Una volta fatto tornai in camera a vedere se Lucrezia fosse sveglia, dormiva e non si svegliò nonostante la chiamassi.
Tornai in cucina, feci un’abbondante colazione e vedendo che dormiva ancora, raccolsi i vestiti strappati e li portai nel cesto dei panni sporchi, nel bagno, poi me ne andai.
Tornai a trovarla il giorno dopo.
Non ricordava nulla, né del ballo, né della scopata.
Il sabato successivo, la scena si ripeté.
Così il terzo sabato.
C’era qualcosa che non andava.
Il quarto sabato, quando Lucrezia si azò e andò via con la cameriera, la seguii nel bagno delle donne.
Lì stava Lucrezia che si faceva bucare.
Lucrezia si stava drogando.
Me ne tornai al tavolo e chiamata un’altra cameriera, dissi che avevo bisogno di andare via con urgenza e non potevo attendere la mia compagna, lasciando una banconota di 50.000 lire a lei, le dissi di chiamarle un taxi per tornare a casa (chissà se poi si fece scopare dal taxista?) e me ne andai.
Non tornai più a trovare Lucrezia né mi feci più sentire.
Ogni tanto mi piaceva cambiare cucina e andavo in questo o quel ristorante, non m’importava di quale paese, lo facevo, tanto per provare un gusto nuovo.
Mi trovavo in un ristorante coreano, avevo finito di mangiare e pagare; stavo per andare via, quando fui attratto da una discussione ad un tavolo vicino.
Mi voltai e vidi che si trattava di una coppia coreana o di un paese somigliante.
Ad un certo punto l’uomo si alzò, prese per la collottola la donna e gli diede due schiaffoni.
Non ho mai sopportato vedere picchiare una donna.
Poteva essere sua moglie o sua figlia.
Andai vicino all’uomo e gli diedi un pugno tale da farlo volare addosso a due tavoli, poi mi avvicinai alla donna e cercai di consolarla.
Lei piangendo, diceva delle cose che non capivo, poi si alzò e uscì dal ristorante.
Fuori si guardò intorno con un aria smarrita.
Sembrava, non sapesse dove andare.
Mi faceva pena.
Le indicai la mia macchina e lei mi seguì.
Le aprii lo sportello e la feci salire, poi mettendomi al volante, misi in moto e partii dirigendomi verso casa.
In quel periodo abitavo ad Ardea.
Strada facendo non dicemmo una parola.
Arrivato, aprii il cancello e parcheggiai la macchina sotto il pergolato.
Scesi e andai ad aprire la portiere alla donna; più che donna sembrava una ragazzina.
« Ecco, io abito qui! », le dissi indicandole la casa.
Aprii la porta ed intrai, lei mi venne dietro.
Le mostrai la casa.
Al piano dove eravamo entrati c’era: l’ngresso, la cucina, la sala da pranzo, il bagno e due camere da letto.
Al piano di sopra: una sala da pranzo (usata per le feste), un bagno e due camere.
« Io dormo qui, » e indicai una camera e aprendone un’altra le dissi: « E questa è la tua camera. »
Tornammo in cucina e mostrandole il frigorifero le dissi: « Se vuoi mangiare qualcosa, non devi far altro che prenderla. » e gli feci vedere dove stavano le altre provviste.
Poi risalii a rifare la sua stanza.
L’aprii e spalancai le finestre per far entrare aria, poi mi dedicai a rifare il letto, cambiando le lenzuola.
Mentre stavo sistemando la camera, sentii qualcuno ridere.
Mi affacciai alla finestra e vidi la cinesina (per me tutti quelli con gli occhi a mandorla, sono cinesi) giocare con i miei cuccioli: Ndina e Ndeo.
Finito il lavoro scesi e mi misi a giocare anch’io con i cuccioli e lei.
La sera dopo aver cenato e visto la televisione andammo a letto.
Mentre stavo al letto, sentivo l’acqua della doccia scorrere, di certo a fare il bagno.
Stavo per addormentarmi quando la porta si aprì e lei entrò.
Aveva l’asciugamano avvolto attorno ai fianchi, lasciando scoperti i piccoli seni.
« Che fai, questa non è la tua camera. »
Lei con un sorriso, lasciò cadere l’asciugamano, mostrandosi nella sua completa nudità.
Mi si donava, voleva che facessi l’amore con lei.
Ma era poco più di una bambina, come potevo approfittare di lei?
Mi alzai e mi avvicinai a lei.
Avevo messo il pigiama ma nonostante quello, non potevo nascondere l’erezione.
Cercai di non pensarci.
Una parte di me diceva di spingerla nella sua stanza, rifiutando il suo invito.
L’altra, di approfittare l’invito.
Una volta vicino a lei, nonostante dicessi di nò, mi lasciai togliere i pantaloni del pigiama mentre io pensavo al resto.
Una volta nudo, avevo perso ogni pensamenti negativi, dovevo possederla.
Liù (il suo nome lo seppi il giorno dopo) era piccolina, una piccola bambolina cinese.
Era tanto piccola che il pene gli arrivava vicino ai seni.
La vidi chinarsi e passare la piccola lingua sulla testa del pene.
Non potevo aspettare oltre, se apriva la bocca, mi sarei scaricato dentro, così la sollevai e la stesi sul letto.
Mi ci sarei messo sopra, ma avevo paura di romperla con il mio peso, così mi stesi accanto e lei mi salì sopra inpalandosi sul pene.
Rimasi un pó deluso, pensavo che data la presunta età, fosse ancora vergine, invece non lo era.
Il pene scivolò dentro senza nessuno sforzo e non ebbe nemmeno il tempo di muoversi, che ero già arrivato.
Mi ero scaricato, ma ne avevo ancora voglia, così mentre lei si muoveva su e giù, io le accarezzavo i piccoli seni e pizzicavo i torgidi capezzoli.
Arrivò due volte, prima che arrivassi anch’io, poi scese su di me e mi si mise al fianco cominciando a baciarmi.
Anche io la baciavo e le nostre lingue giocavano tra loro.
Non ricordo se avrò dormito quella notte, tante furono le volte che facemmo l’amore.
Mi svegliò il rumore dell’acqua.
Mi alzai con la voglia di andare al bagno a fare pipì e quando entrai, lei stava sotto la doccia ed era tutta insaponata.
La voglia di fare pipì mi passò e mi portai sotto il getto dell’acqua.
Liù cominciò ad insaponarmi la schiena e quando passò sul d’avanti e vide l’erezione, fece una cosa.
Lasciò cadere la saponetta e voltandomi le spalle si chinò per raccoglierla.
Vedendo i suoi piccoli glutei, non resistetti alla tentazione e prendendola per i fianchi la sollevai e sprofondai dentro (la vagina).
Liù per facilitarmi il compito si reggeva ai rubinetti.
Quando mi scaricai dentro, la voglie era passata e potemmo continuare a lavarci.
Una volta asciugati, tornammo in camera.
Sarei tornato a fare l’amore, ma le lenzuola erano bagnate dei nostri umori, così presi a levarli, mentre liù spariva dalla stanza.
Finito di cambiare le lenzuola, sentii un profumino di caffè.
Mi volevo rivestire, ma, quell’odorino mi aveva messo una gran fame.
Mi misi una vestaglia (di finta seta) e scesi in cucina.
Liù era nuda, anche se si era messa il grembiule da cucina.
Stava ai fornelli a friggere delle uova con la pancetta.
Aveva già tostato alcune fette di pane, di cui ne addentai una.
Sulla tavola ci aveva messo di tutto.
Invece della colazione, sembrava un pranzo.
Portate le uova in tavola si tolse il grambiule e si mise a sedere di fronte a me.
Cominciammo a mangiare, poi Liù scese dalla sua sedia e venne vicino a me.
Vedendo l’erezione, si arrampicò sopra di me e voltaldomi la schiena, si impalò sul pisello, riprendendo a mangiare come se non ci fosse nulla di strano tra noi.
Si vede che era abituata ad avere il pisello in fica.
Finito di mangiare, andammo a lavarci i denti e poi di nuovo nel letto a fare l’amore.
Per fortuna era domenica e potevo passare tutta la giornata a scopare, ma poi vedendo il sole tra le persiane, mi venne voglia di andare al mare.
Finita l’ultima scopata, le dissi: « Andiamo al mare. »
Dopo averci di nuovo lavati, prendemmo a vestirci.
Avevo indossato il costume da bagno, poi andai nell’altra stanza e mostrandolo le feci capire se ce l’aveva anche lei.
Liù sollevandosi la gonna, mi fece vedere che aveva solo le mutandine di pizzo.
Mi tolsi il costume e indossai gli slip.
Mi era venuta un’idea.
Appena pronti, aprii il cancello e feci uscire la macchina.
Richiusolo, mi avviai verso Torvaianica, passando vicino ad un negozio che vendeva i costumi, Liù mi strattonò la mano, ma io scuotendo la testa proseguii.
Proseguii dino a Castel Porziano e mi diressi verso il cancello numero 11.
Conoscevo già quel posto.
Era riservato ai nudisti.
Parcheggiata la macchina scendemmo e con la tovaglia da mare e due asciugamani, ci dirigemmo al botteghino per pagare l’ingresso e la cabina.
L’impiegato non disse nulla, prese i soldi e ci diede la chiave.
Chi andava lì non era uno normale, ma un naturalista e lui ci era abituato.
Una volta in cabina e di nuovo nudi, mi rivenne la voglia e facendo capire a Liù che così non potevo uscire, ci pensò lei, facendomi un pompino.
Una volta scarico e moscio, uscimmo dalla cabina e come se non ci fosse niente di strano, muovendoci tra tanti nudi, ci trovammo un posto sotto un ombrellone in cui stendemmo l’asciugamano, poi tenendoci per mano, ci tuffammo nella fresca acqua del mare Tirreno.
Giocammo nell’acqua toccandoci a vicenda e baciandoci sia in bocca, che nelle parti intime.
Quando stanchi di giocare e infreddoliti ci andammo a sdraiare sull’asciu-gamani.
Mentre stavamo sdraiati, sulla sabbia feci due cuori, in uno scrissi Lupo, poi indicai l’altro e lei scrisse Liù.
Dal mio cuore feci una freccia che trafisse il cuore di Liù e lei ne fece una che trafisse il mio, poi ci abbracciammo baciandoci con ardore stringendoci l’un l’altro.
Avrei fatto l’amore lì se Liù non si fosse alzata, mi alzai anch’io mettendomi l’asciugamani d’avanti per nascondere l’erezione.
Una volta dentro la cabina ci gettammo l’uno tra le braccia dell’altro, poi sdraiati su pavimento facemmo l’amore fino a quando ne fummo stanchi.
Ricomponendoci uscimmo dalla cabina e notammo che sulla spiaggia non c’era quasi più nessuno.
Gardando l’ora vidi che erano le 13,30, segno che la maggior parte era andata a mangiare.
Sapendo già come si stava al ristorante, calzai i pantaloncini e Liù solo la minigonna.
Entrati dentro la sala, vedemmo che anche le altre coppie erano vestite più o meno come noi.
Le donne avevano tutte i seni scoperti
Ci sedemmo in un tavolo con altre due coppie. Una era tedesca, l’altra svedese.
Finito di mangiare e tornati in cabina, Liù non volle tornare in spiaggia e cominciò a rivestirsi.
Tornammo ad Ardea e una volta in casa e fatti la doccia, andammo a letto a fare l’amore.
Liù era insaziabile, trovava tutte le posizioni possibili per invogliarmi e io non avevo mai fatto tanto sesso come quei giorni, sembravo tornare giovane di tren-t’anni.
La sera a cena le feci capire che dato che ci amavamo, dovevamo restare insieme per sempre, indicandomi e mostrando il dito anulare sinistro e facendo un cerchio con il pollice e l’indice della mano destra lo feci passare nell’anulare sinistro mio e di lei, facendole capire che la volevo sposare.
A Liù scesero le lacrime e io l’andai a consolare baciando quelle lacrime.
Più tardi a letto facemmo l’amore con amore
Baciandoci e abbracciandoci ci addormentammo.
Fummo svegliati dalla sveglia che suonò alle 6.
Mi alzai, andai al bagno a fare la barba e la doccia, poi tornato in camera cominciai a vestirmi.
Liù mi guardava dal letto, con gli occhi spalancati; probabilmente non capiva cosa stavo facendo.
Una volta pronto scesi in cucina e feci il caffè.
Mentre il caffè saliva dalla caffettiera, apparve Liù, senza nulla addosso.
Misi il caffè e il latte in due tazze e mentre mangiavamo le dissi: « Ora vado a lavorare, finisco alle 2 e torno subito a casa. Tu aspettami qui, fai quello che vuoi, ma aspettami, appena torno, torniamo a fare l’amore. Hai capito? »
Non sò se mi capì, anche se fece cenno con la testa.
Se non avevo fretta avrei preso l’autobus che da Ardea andava a Roma-Fermi e con la metropolitana, alla stazione Termine e da lì al Ministero; ma la fretta ce l’avevo per tornare a casa e tra le braccia di Liù, così presi la macchina.
L’andata la feci con calma, il ritorno come un Chumaker.
Quando arrivai, Liù non mi venne incontro.
Sistemata la macchina sotto il pergolato mi diressi alla porta di casa.
Al mio battere, la porta non si aprì.
Con le chiavi di riserva aprii la porta.
« Liù! Amore! Sono tornato! »
Mi accolse solo il silenzio.
La casa era tutta pulita.
Le lenzuola lavate e stirate.
Il mio letto rifatto; mentre il suo aveva tutto piegato come quando eravamo arrivati.
Tutto sistemato come l’avrebbe fatto una brava mogliettina per fare piacere al maritino che tornava dal lavoro.
Solo che la mogliettina non c’era.
Sul tavolo della sala c’era un biglietto, scritto in cinese.
Il cinese non lo conoscevo, perciò non lo potei leggere.
La giornata passò con una tristezza tremenda.
Liù era andata via.
Perché?
La sera non riuscii a mangiare niente, così pure la mattina dopo.
Andai al lavoro come se andavo ad un funerale.
I colleghi che si erano complimentati con me il giorno prima, capirono che le cose erano andate male.
Mi lasciarono in pace, fino a quando non ce la feci più e con le lacrime agli occhi raccontai quello che mi era successo e mostrai il biglietto lasciatomi da Liù.
Fu il Dottor Sottopanti che mi lesse il biglietto.
Liù era una prostituta.
Mi amava, ma non poteva vivere con me, se non tornava a casa, l’avrebbero cercata e avrebbero ucciso sia lei che me.
Chiedeva di perdonarla.
Terminava dicendo: « Con amore Liù. »
Per un bel pó non la riuscii a dimenticare, fino a quando conobbi Monica (la balena bianca).
Dopo l’avventura o disavventura con Liù, tramite il giornale “ Porte Portese “ conobbi Monica.
Quando la conobbi, stava in macchina e l’appuntamento era a Piazza di Spagna alle 18.
Quando la vidi, o per lo meno vidi il suo viso al finestrino della sua macchina Fiat 1300, mi avvicinai dicendo: « Hai gli ammortizzatori scarichi, »
« È la solita battuta spiritosa che sento ogni volta. Daì sali. »
Salii dall’altro lato e capii perché la macchina era giù di carrozzeria.
Monica era grassa, pesava centotrenta chili (me lo disse lei).
Nonostante la sua stazza, divenimmo amici.
Io la chiamai “ la Balena Bianca “, lei mi chiamò “ Lupo Alberto “.
La prima volta che la portai a mangiare al ristorante “ I Tre Maghi “ alla Garbatella, venimmo accolti da battute, come: « Hai il portafoglio pieno? o Errico, a lui fagli pagare il doppio. o Una sedia non basta per quel culo che se ritrova. »
Non mi fece fare brutta figura, mangiò come un uccelletto; più o meno come mangiai io.
Un giorno mi invitò a cena a casa sua.
Il tavolo, le sedie e il letto era tutto di ferro.
Monica mi disse che quando era vivo suo marito, pesava più o meno quanto lei, per quello che s’erano fatti fare la mobilia alla loro misura o al loro peso.
Sapendo che mi piaceva ballare, di chiese di portarla in una sala.
Non l’ho mai portata per paura di provocare incidenti se avessimo ballato una Polka.
Però a scoparla, la scopai.
Su di lei era come stare in un mare di gelatina o un budino.
Ci lasciammo quando conobbi le gemelle Dia e Dea.
Quando conobbi Dia, non sapevo che avesse una gemella.
Quando portavo Dia ad Ardea e la scopavo, credevo di scopare Dia e non Dea.
Un giorno mi accorsi della differenza tra Dia e Dea.
Dia aveva un piccolissimo neo tra le gambe, vicino alla fica.
Lo si poteva notare solo se ci si faceva caso.
Ed io una volta mentre leccavo la fica a Dia, mi accorsi di non vedere il neo.
E quando la cosa si ripeté, il neo c’era.
« Come era possibile?», pensai.
Un giorno presi una decisione.
Mentre stavo sdraiato accanto a Dia dopo aver scopato, le domandai: « Per caso, hai una gemella? »
« No! » disse. « Sono figlia unica ».
« E come mai che ogni volta che ti lecco la fica, una volta vedo il neo che tu hai tra le gambe e una volta non lo vedo? Fuori la verità o non ci vedremo più ».
A quel punto, confessò la verità.
Aveva un’altra sorella, sua gemella che si chiamava Dea e quando volevano, si scambiavano i fidanzati.
Per fare pace, le dissi che la prossima volta doveva venire con la sorella, fu così che scopai due donne contemporaneamente.
Non potete immaginare cosa si prova sentirsi una donna dietro le spalle che si struscia le mammelle e i peli del pube sulle natiche.
Dopo le gemelle, tornai a mettere l’annuncio dul giornale: « Lupo Alberto cerca pecorelle da divorare.
Come sempre ricevetti varie telefonate.
Una di queste, disse di essere Cappuccetto Rosso e mi voleva incontrare all’u-scita della Metro a Ottaviano, dicendo che usciva alle ore 19 dalla palestra e aveva una felpa rossa.
Andai all’appuntamento e quando vidi una donna in felpa rossa, le dissi: « È Cappuccetto Rosso? Io sono Lupo Alberto. »
Non era lei, mi rispose male, mandandomi a “Quel Paese”.
Ci fu poi Franca.
Franca era una ninfomane, diceva di essere come una farfalla: che volava di fiore in fiore « Fiore di pisello », le dissi.
Quando andai a casa sua, lei viveva a Lunghezza con la madre e un figlio già grandicello.
Mi disse di dare mille lire alla madre; se ne sarebbe andata al Bar e ci avrebbe lasciati in pace.
Dopo le presentazioni, Franca guardandomi disse: « Ma lo sai, sei proprio brutto, chissà come fanno le donne ad andare con te? »
Le risposi: « Non è la faccia che le donne guardano ma, l’uso in cui faccio del pisello e poi, tanto che parli, penso che non sai neanche scopare? »
Come finii di parlare, lei mi disse: « Non sò scopare? Giù i pantaloni che te lo faccio vedere io se non sò scopare ».
Non me lo feci ripetere.
Mi tolsi i pantaloni e le mutande poi l’afferrai e la stesi sul letto.
Lei non voleva essere presa sul davanti, ma da dietro.
La feci voltare e una volta che stava a chiappe aperte, glielo infilai dentro (la fica) in un colpo solo, senza tanti complimenti.
« Ai! Mi hai fatto male ».
Con lei non mi comportai come le altre; prendendola con calma e tante raffinatezze.
Una volta dentro, stantuffai come un coniglio e venni in un batter d’occhi.
Mentre scopavo, Franca se ne usciva con una serie di parolacce da far impallidire qualsiasi puttana.
Andando via, pensai che non valeva la pena rivederla.
Avendole detto dove lavoravo, mi venne a cercare.
Mi chiamò dalla portineria.
« Viè giù che non mi hai soddisfatto completamente .
Le risposi: « Con te, veramente ho solo perso il mio tempo, come ti ho detto: Non sai seanche scopare, perciò non mi và di ripetere e poi ho da lavorare. »
« Se non vieni giù immediatamente, vengo su io e mi scopo il primo che mi capita ».
Non le risposi riattaccando il telefono; poi cercai Giaconia, un amico (sempre in cerca di fiche da scopare) e gli dissi di quella matta di Franca.
« Stai qua in mezzo al corridoio e quando viene una donna in cerca di me, digli che sono andato via, ma se vuole, ci sei tu al mio posto ».
Una sera stavo finendo di cenare a casa dei miei genitori a Roma, quando squillò il telefono.
Andai a rispondere.
« Sei lupo Alberto? Io sono una pecorella che ha voglia di essere divorata ».
Gli risposi: « Quando? »
« Subito se ti và! ».
Non ho mai detto di nò a un invito del genere e senza cambiarmi, uscii da casa e con la macchina mi diressi verso Piazza della Radio
Al numero 7, secondo piano, interno 8 suonai.
« Chi è? »
« Il lupo Alberto ».
Si aprì la porta e apparve una donna di mezza età.
Era in vestaglia rosa.
Come entrai, la prima cosa che feci, fu di slacciarle la vestaglia.
Era in reggiseni e mutandine bianche.
La strinsi a me, facendole sentire la fame che avevo.
Mi condusse alla sua camera e mi aiutò a spogliare, poi tutte due nudi, ci rotolammo sul letto.
La scopata fu lunga, non la mangiai in un boccone ma a pezzettini, tanto che alla fine era lei che disse:
« Basta! Nú gliela faccio più ».
Veramente neanche io ce la facevo più, così colsi l’invito e mi lasciai andare al suo fianco e poco dopo mi addormentai.
Non só quanto dormii, ad un dato momento mi sentii scuotere.
« Sveglia, svegliati! »
Aprii gli occhi e feci l’atto di rimontargli sopra.
« Ma che fai? Ti devi alzare e andare via, tra poco torna mi marito »
« Tuo marito! Pensavo che era sola? »
« Mio marito lavora al Gasometro di notte e quando torna, si mette subito a dormire, e io quando scopo? »
Dicendole un « Tacci tua », mi rivestii e lasciai quella casa.
Non ci sono più andato.
Un giorno d’estate, il mio amico Gaetano mi chiese se volevo andare con lui in Sicilia e precisamente a Taormina.
Non sapendo come passare le ferie, accettai.
Nei pressi di Taormina c’era un camping e dietro il suo suggerimento ci andammo e affittammo una grande tenda che aveva, tra l’altro, uno spazio con due brande.
Mi fidavo di lui, così non discussi né del luogo, né del costo della tenda.
In quel camping c’erano un sacco di stranieri, alcuni erano con le respettive famiglie, altri da soli o con amici.
Noi al Bar facemmo amicizia con due inglesine.
Una si chiamava Esther e l’altra Mary Ann.
Erano cugine e avevano noleggiato una tenda per loro due.
Ci incontravamo al mare e qualche volta pure a ballare.
Avevo legato con Esther e mentre lei mi insegnava l’inglese, io le insegnavo il dialetto italiano.
Esther parlava un pó italiano che aveva appreso ad un corso che aveva fatto prima di partire.
Esther mi piaceva anche fisicamente.
Ogni volta che ci toccavamo, involontariamente, sentivo il pisello irrigidirsi.
Non sapevo come trovare la scusa per portarla sotto la mia tenda.
La scusa ce l´ha trovò il cielo.
Un pomeriggio dopo una mattinata di sole, il tempo mudò.
Esther era venuta da me per chiedermi qualcosa.
Era a quattro passi da me con una espressione piacevole, per chissà cosa, quando un lampo improvviso parve materializzarsi proprio in mezzo a noi, inondando il mondo di una luce bianca e accecante.
Vi fu un’esplosione netta, come lo schiocco di una frusta.
Entrambi avvertimmo fisicamente la violenza della scarica che ci lasciò storditi
e spaventati, riempiendo le nostre narici di uno strano odore di zolfo (il diavolo
ci aveva messo la coda).
E poi, prima che potessimo riprenderci, un diluvio di pioggia gelata ci investì, inzuppandoci all’istante e lasciandoci senza fiato.
Fui il primo a riavermi.
Andai verso di lei, la sollevai tra le mie braccia e in tre passi la misi al riparo sotto la tenda.
Appena fummo al sicuro all’interno, la deposi a terra e feci per ritirarmi, ma Esther si aggrappò a me con un gemito, tremando per quello che credetti di terrore, e che in realtà non era che l’improvviso scatenarsi di quell’ardente desiderio che l’aveva assalita poco prima.
Me lo disse lei, quando ci riprendemmo.
Aveva voglia di fare l’amore e non sapeva come farmelo capire.
La tenni tra le braccia, gustando della dolce flessuosità di quel corpo femminile sotto la stoffa leggera dell’abito e della pressione delle cosce di Esther contro le mie.
Sentendomi imbarazzato, tentai una seconda volta a staccarmi da lei, ma Esther si strinse a me ancora più forte.
Che stupido non averci pensato subito! Era quello che voleva lei.
Posandole una mano sulla nuca le premetti dolcemente il volto contro la mia spalla.
Ma proprio in quel momento lei rovesciò il capo all’indietro e mi guardò con i suoi occhi immensi, socchiudendo le labbra come se volesse dirmi qualcosa.
Mi chinai su di lei per ascoltare, ma Esther continuò a fissarmi in silenzio, abbandonandosi ancora di più tra le braccia che la stringevano e spingendo la parte inferiore del corpo contro di me in un movimento deliberato e inequivocabile.
Infiammato da quel contatto, cercai di allontanarmi da lei per avere le mani libere.
Ma lei si alzò in punta di piedi, mi prese la testa tra le mani e mi attirò a sé offrendomi la bocca e insinuando la lingua tra le mie labbra.
Risposi al bacio e mentre lei mi teneva le braccia al collo, le passai le mani sotto le chiappe e la spinsi ancor di più verso verso il mio rididissimo membro.
Ci trovavamo nello spazio dove di solito io e Gaetano mangiavamo o giocavamo a carte.
Si trattava di un robusto tavolo in ferro, in quel momento ingombro di oggetti.
Vi distesi Esther strigendola alla vita, cercando nuovamente le sue labbra, e contemporaneamente le sollevavo il vestito.
Sotto era nuda, segno che anche lei mi desiderava.
Teneva le gambe serrate intorno ai miei fianchi, mentre la possedevo.
Come era uscito il pene dai pantaloni, non me ne sono accorto; ci avrà pensato Esther mentre le sollevavo il vestito.
Fu un amplesso breve e violento, accompagnato dal tambureggiare della pioggia e da un coro incessante di tuoni.
Alla fine rimasi chino sopra di lei, tremando, con la fronte posata sui suoi seni, mentre Esther col capo rovesciato oltre il bordo del tavolo, mi accarezzava i capelli bagnati sulla nuca, cullandomi dolcemente e ritmicamente tra le ginocchia.
Sospirai e mi sollevai su un gomito, allungando l’altro braccio per accarezzarle la nuca.
« Mi scusi, » dissi ancora ansimante « non sapevo che sarebbe successo questo.»
« So che non lo sapevi. Non lo sapevo neppure io, fino a oggi. »
« Oggi? Quando? »
« Prima, quando mi hai preso in braccio. »
« Ah, sì. Ora ricordo. Cosa c’era di speciale in quel gesto? »
Lei mi sorrise. « Era...significativo. ho sentito come una scarica attraversare il mio corpo e, ho capito che, tu saresti stato il padre di mio figlio. »
« Il padre di tuo figlio? »
« Vedi, sono sposata con un uomo che non ama le donne, lui preferisce i maschi.»
« Allora, perché lo hai sposato? »
« Sono state le nostre famiglie a volerlo. È stata una unione di due società e noi siamo stati, il vincolo che lega le due società. Dalla prima notte ho capito che tipo era. Solo a toccarmi, gli facevo schifo. Oltre a fare l’amore, a me piacciono i figli. Ne ho parlato con Donald e lui mi ha risposto: « I figli, se li vuoi, falli con chi vuoi, purché siano di razza bianca. Non voglio meticci in mia casa. Se sono maschi, li accetto come miei figli, se sono femmine, saranno solo tuoi. Ah... »
Emise un piccolo gemito quando ritirai senza preavviso il pisello ormai moscio.
Brontolando, non sò cosa, mi riaccostai come se volessi penetrarla di nuovo, malgrado fosse ancora presto per farlo e lei mi si strusciò contro.
« Ancora » mormorò Esther. « Voglio farlo ancora. »
Annuii con finta gravità. « Tra non molto sarà di nuovo possibile. »
« E poi ancora. »
Sorrisi e scossi la testa.
La pioggia era cessata, mi preoccupava sua cugina Mary Ann; non mi andava che mi vedesse in quella posizione.
« Ha smesso di piovere, dovremo vedere cosa è successo agli altri. A tua cugina, al mio amico, e poi, dobbiamo andare a mangiare, fare l’amore, fa venire fame.»
« Non ti preoccupare per gli altri. Vedrai che Mary Ann starà facendo compagnia al tuo amico e per mangiare, non ho fame, anzi, ne ho molta...ma di quello. »
E accennò il pene che si andava indurendo.
« Aspetta! Ma che sta succedendo? Oh, che rapidità. »
« Incredibile, vero? Aggrappati a me, ti porto al letto.
Esther allacciò le dita dietro la mia nuca gemendo appena quando la penetrai di
nuovo, poi la sollevai dal tavolo agganciandole le ginocchia con le braccia e così
impalata la condussi fino al letto, dove alla fine terminai il rapporto cominciato.
Finita la seconda parte, l’aiutai a rivestirsi, anche se i vestiti erano ancora bagnati, li indossò di nuovo; si sarebbe cambiata nella sua tenda.
Uscimmo, il terreno era zuppo della pioggia caduta, facemmo fatica a camminare.
Raggiunta la sua tenda, Esther entrò e poco dopo ne uscì cambiata.
« Stavano facendo l’amore, non si sono nemmeno accorti della mia presenza. Vieni andiamo a mangiare, e poi ancora a letto. Ho una fame arretrata di te. »
Sorridendo andammo al ristorante.
I tavoli erano tutti occupati, ci lasciarono sedere l’uno accanto all’altro in una tavola.
Mentre mangiavamo, Esther non mancava i momenti, per mettere la mano di sotto e accarezzarmi il pisello.
Volle che lo facessi anch’io con lei. Non s’era messo le mutandine, così potevo toccare la vagina senza farmi spazio da loro.
Ci era tornata la voglia, finimmo di mangiare in tutta fretta. Dopo aver pagato, lasciammo il ristorante.
Strada facendo, Esther parò di botto.
« Non ce la faccio ad arrivare alla tenda. Prendimi qui! »
Cercai un posto meno scomodo dell’erba bagnata.
Facemmo l’amore appoggiati ad un pino, piegato dal troppo uso.
Quella lunga notte di piacere con Esther, iniziata e conclusa alla luce del giorno, fu la prima delle quattro notti che passammo insieme.
Esther era instancabile, anche quando il pene non riusciva più a sollevarsi, trovava tutti i modi per fare l’amore.
Era bello fare l’amore con Esther.
Una notte dopo aver fatto l’amore, stavamo riposando. Esther mi voltava la schiena. Mi ero addormentato. Fui svegliato da qualcosa.
Sempre stando di spalle, Esther aveva sollevato una gamba e messo il membro tra le chiappe e la vagina.
Si era errigidito e lei dopo averlo lubrificato con gli umori della vagina, lo aveva appoggiato sull’apertura dell’ano appoggiandosi contro.
Senza il mio aiuto, non sò se ci sarebbe riuscita.
Cingendole i due fianchi, inarcai la schiena e spinsi con forza.
Gemendo. Non sò se per il dolore o dal piacere, il pisello riuscì a farsi strada e poco dopo era nelle profondità del ano. Muovendosi, lo faceva scivolare. Contemporaneamente gli tormentavo il clitoride.
Con un grido, si abbandonò contro di me, inondandomi lle mani di umori; tanto ne fuoriuscirono dalla vagina.
Anch’io gli scaricai i miei umori.
Era una delle poche volte che lo facevo e veramente fu per me, un vero piacere.
Misi il pisello e la lingua in tutti i buchi esistenti; per non mancare delle mani.
Quando non potevo penetrarla con il pisello, dovevo farlo con le dita.
Un dito nell’ano e l’altro nella fica.
Esther aveva l’orgasmo facile.
Mi lo dimostrò un giorno.
Era di domenica ed eravamo in chiesa.
La chiesa era affollata e noi stavamo in piedi.
Esther stava appoggiata, dietro di me; quando ad un tratto mi disse all’orecchio:
« Mettimi una mano tra le gambe. » Non volevo farlo.
Eravamo in chiesa, quella che si chiamava “ la Casa di Dio “ ma lei indisteva; tanto che, finì che l’accontentai.
Le mutandine erano bagnate ed appiccicose.
« lo vedi? » disse più tardi. « Il solo sentire il tuo contatto, mi fa venire la voglia ed avere l’orgasmo. Non mi era mai capitato. Te lo giuro. »
Anche se non le credetti, faceva sempre piacere sentirselo dire: L’orgoglio del maschio.
Facemmo l’amore in qualsiasi luogo e momento che ci capitava.
Solo che cercavamo di non dare scandalo.
Finì quando a Esther gli venne voglia mentre stavamo al ristorante.
Stavamo a mangiare il pollo, quando Esther prendendo le coscia del pollo con le mani mi disse: « Vorrei essere una gallina e tu mi prendessi le coscie così e mi penetrassi. »
« Va bene; quando saremo nella nostra tenda, lo farò.»
« Non posso aspettare, lo voglio fare adesso. »
Si mise a sedere sul tavolo e alzata la gonna mise in mostra la vagina tutta aperta e gocciolante.
« Ora, prendimi per le coscia e penetrami. »
Cercai di tirarle giù la gonna, senza riuscirci.
Molta gente ci stava osservando.
I camerieri si erano fermati con i vasoi tra le mani.
Alzandomi da tavola, le dissi: « Ora sei arrivata al limite dell’indecenza. Se voi inglesi non avete pudore, qui siamo in Italia e a me farlo in pubblico non mi va.
E lei alzando la voce: « Te lo ordino, prendimi e al diavolo i guardoni. »
Avvicinandomi a Vittorio, il padrone del ristorante, dissi: « Telefona al manicomio, quella è pazza da legare. » e me ne andai via dal ristorante e dal camping.
Era un periodo in cui sulla Cronica si leggeva di aggressione a donne che abitavano sole, così da Buon Samaritano, misi un annuncio sul giornale più letto: « Guardia del corpo offresi. », seguiva il mio numero telefonico.
Ricevetti tante telefonate e andai a vari appuntamenti ma non trovai, la vera bisognosa, fino a quando mi chiamò Evelina.
Fissammo un incontro e quando ci vedemmo, mi piaque immediatamente.
Evelina era divorziata, aveva tre figlie abitava in una zona in cui c’erano già state aggressioni e aveva paura; non tanto per lei, quanto per le figlie.
Dissi che oltre al lavoro che facevo, ero anche una guardia del corpo e che in
quel momento non avevo nessuno da proteggere.
Volle sapere perché non avevo nessuno da proteggere.
Le dissi che l’ultimo che avevo era stato ucciso il giorno stesso in cui mi aveva dato libertà per svolgere affari miei.
Volle sapere come mai facevo la guardia del corpo.
Le dissi che ero stato alla Legione Straniera (non le dissi, solo per quindici giorni); non perché ero ricercato, ma per aver voluto fare una pazzia.
Disse che ero quello che faceva per lei, ad una condizione: niente sesso, né con lei, né con le figlie.
Promisi e mi trasferii a casa sua.
La sera a tavola fui presentato alle figlie: Ada, Bruna, e Claudia.
Avevano: sedici dieciassette e diciotto anni e erano una più bella delle altre.
Chissà come avrei resistito con quelle quattro donne.
Rimasi inteso che, nessuno doveva sapere di me, dovevano fare come gli altri giorni; io non esistevo.
Andò bene una quindicina di giorni, poi ci fù il primo incontro non voluto.
Un giorno furono ad un supermercato in cui erano conosciute e si fecero portare la spesa a casa.
Quello era il modo in cui gli assaltanti adottavano, c’era sempre uno che stava nei supermercati, vicino alle casse e quando qualche donna chiedevano se potevano recapitare la spesa in casa, si informavano e quando sapevano che erano sole, si facevano passare per garzoni dei negozi e una volta aperta la porta, oltre che a rubare, le violentavano.
Quando mi dissero che quel giorno erano state al supermercato del Signor Antonio, che conoscevano da quando erano piccole e quando stavano caricando la roba in macchina, avevano trovato due ruote della macchina sgonfie, così avevano chiesto al Signor Antonio se poteva far recapitare la roba a casa loro da un suo garzone.
Conoscevo il trucco delle gomme sgonfie.
Lo dissi e loro non volevano crederci.
La sera alle ore ventuno (l’ora in cui chiudono i negozi e si fanno le consegne), suonarono alla porta.
« Chi è? »
« Il ragazzo del Signor Antonio! Devo consegnare la roba che avete comprato nel pomeriggio! »
Stavo vicino alla porta, nascosto dietro un appendi-abiti e Ada e Bruna aprirono la porta.
Come aprirono la porta, la porta si spalancò di colpo, spinta dalla forza di quattro ragazzi.
Entrarono e chiusero la porta.
« Chi siete, cosa volete? », disse Ada.
« Oltre a tutto quello che c’è di valore, vogliamo i vostri corpi. »
A quel punto uscii dal nascondiglio dicendo: « Invece dei loro corpi, prenderete
un sacco di botte. »
Loro erano in quattro e due di loro erano muscolosi (da quello che si vedeva sotto le loro magliette).
« E come farai? Noi siamo in quattro e tu sei solo, oltre a darti noi un sacco di botte, poi per premio ci divertiremo con queste.
Mi si avventarono addosso tutti insieme.
Muovendo velocemente mani e piedi, li misi a mal partito.
Quando videro con chi avevano a che fare, tirarono fuori i coltelli facendo i cattivi.
« Ora invece di darti le botte, ti uccidiamo ».
Evelina e le figlie volevano telefonare alla polizia, ma il telefono non funzionava, di certo avevano tagliato i fili prima di bussare, restavano mute dal terrore.
Prendendo il cappotto che stava appeso, lo arrotolai intorno al braccio, poi invece di aspettare il loro assalto, assaltai io.
Non si spettavano quella mossa; così li presi di contropiede.
Afferrai il più piccolo che disarmai e che poi usai come scudo.
I suoi compagni, non volendo colpire il loro compagno aprirono la porta e fuggirono per le scale.
Uscendo fuori gridai: « Vi siete scordati il vostro compagno », e sollevatolo, lo scaraventai giù dalle scale.
Finì addosso all’ultimo che ruzzolando, colpì gli altri che ruzzolarono a loro volta.
« La prossima volta venite in dieci, in quattro non mi diverto! », poi rientrai in casa dove fui abbracciato da tutte e quattro.
« Lo sapevo che potevo contare su di voi, siete veramente una vera guardia del corpo. »
Dopo cena andammo a letto, ognuno nella propria stanza.
Evelina dormiva da sola, mentre Ada, Bruna e Claudia dormivano insieme dato che Bruna, la più grande mi aveva ceduto la sua stanza.
Quella notte non dormii solo.
Mentre ero nel dormiveglia, si aprì la porta e una donna si infilò nel mio letto.
Non domandai chi era; per me, bastava che fosse una donna.
E che donna! Doveva essere Evelina, da donna sposata doveva conoscere tutti i trucchi per piacere a un uomo.
Pur non parlando, fece parlare il suo corpo.
Io contribuivo come potevo, ma era lei che comandava.
Mi lavorò di mano, di fica e di bocca.
Quando finalmente mi lasciò solo, mi lasciò spompato.
La mattina dopo essendo domenica, rimasi a letto, più del solito.
Furono in quattro a servirmi la colazione al letto, coccolandomi e coprendomi di bocconcini prelibati; ognuno era stato fatto con le proprie mani da una delle donne, quando non ne potei più, le mandai tutte fuori, dicendo che mi volevo alzare e fare la doccia.
Mentre stavo nella gabina, entrò la piccola Claudia dicendomi se mi potevo far lavare la schiena, le dissi: « Se si tratta sola della schiena, va bene »; invece non si limitò a lavarmi la schiena.
Quando prese ad insaponarmi il pisello, la fermai.
« Ora è meglio che continui io, non voglio guai con una minorenne », e la mandai via chiudendomi dentro al bagno.
Verso le ore undici andammo a messa e anche se io non mi feci la comunione, lo fecero loro, come se non avevano peccati da scontare.
Da quella notte, non dormii più solo.
Non ero io ad andarle a cercare, erano loro (non sò se di comune accordo) a infilarsi dentro il mio letto e una volta dentro, non ero io a mandarle via.
Mi sarò scopato pure la piccola Claudia, se lò fatto, non la trovai vergine, perciò non avevo nulla da rimproverarmi.
Da vero esperto, sapevo riconoscere una fica che aveva lavorato tanto, da una fica giovane.
Comunque venivano tutte dalla stessa scuola e tutte furono promosse a pieni voti.
Se di notte si comportavano da vere mignotte, di giorno erano: la serietà in persona, non una parola di quello che avevamo fatto durante la notte.
Un giorno quando tornai a casa, la trovai occupata, sembrava ci fosse in corso un assalto.
Senza far rumore mi avvicinai alla sala da dove giungevano i rumori.
Avevo la pistola in pugno, pronta a usarla se me ne davano la possibilità.
La sala era affollata, ce n’erano almeno dieci e tutti stavano scopando le quattro donne.
Stavo per intervenire quando sentii Ada dire: « Sì, più forte, spingi » e così anche le altre.
Capii che non era un assalto ma, una ammucchiata.
Rinfoderai la pistola e senza nascondermi, passai tra loro e mi diressi verso la mia stanza e presi a prepararmi la valigia, poi con quella alla mano tornai in sala e passando tra loro, raggiunsi la porta e me ne andai via.
Se mi hanno visto o nò, non sò; era troppe occupate a farsi scopare.
Ero stato con il mio amico Gaetano a ballare alla “ Rosa Bleu “ , quando ci preparavamo per uscire, venimmo avvicinati da una donna.
Non si poteva dire che fosse una bella donna, ma, non era neanche brutta.
Quella donna ci chiese un passaggio per tornare a casa.
Disse che era andata con una amica, che poi l’aveva piantata per andare con un occasionale amico.
Non mi è mai piaciuto lasciare in mezzo alla strada una donna di notte, anche se non la conoscevo.
Le chiesi dove abitava, rispose: « A Mentana. »
Non è che fosse a due passi da dove eravamo, ma a mezzanotte, trovare una anima buona disposta ad accompagnarla a casa era un pó difficile, e poi, chissà chi avrebbe potuto incontrare, con i tempi che correvano.
Era sabato e il giorno dopo non dovevo lavorare, anche se arrivavo tardi a casa, voleva dire, che avrei dormito di più.
La feci salire in macchina insieme a Gaetano e cominciai il viaggio di ritorno, prima per casa di Gaetano, poi a Mentana a casa di Genoeffa (il nome della donna).
Lasciato Gaetano a Piazza Re di Roma, presi la Circonvalazione e una volta giunto alla Nomentana, presi la stada per Mentana.
Strada facendo, parlammo un pó di noi.
Non gli dissi che ero sposato (anche se separato) e che avevo quattro figli.
Gli dissi che vivevo in campagna ad Ardea e che lavoravo ad un Ministero.
Lei disse che era separata, non aveva figli e che lavorava come infermiera all’Ospedale Umberto Iº.
Parlando, parlando, giungemmo a Mentana e dopo aver seguito le sue indicazioni, arrivammo sotto casa sua.
Abitava in una palazzina di tre piani.
Scesi dalla macchina e le aprii lo sportello per farla uscire.
Era l’una e mezzo di notte.
Sarei arrivato ad Ardea alle tre.
Genoeffa come scese, mi disse di salire da lei.
Rifiutai, era tardi e non vedevo l’ora di arrivare a casa.
Genoeffa disse: « Solo un caffè, che la terrà sveglio durante il viaggio. »
Se fosse solo un caffè, non rifiutai, anzi, ne avevo proprio bisogno.
Chiusi la macchina e salii da lei.
Abitava a piano terra all’interno 2.
L’appartamento era piccolo, me lo fece vedere mentre preparava il caffè, poi mi disse di aspettarla nel salottino in una comoda poltrona.
La poltrona era comoda, tanto che, dopo un pó mi addormentai.
Mi svegliò la voce di Genoeffa.
Aprendo gli occhi, la vidi.
Si era messa la vestaglia, pronta per andare a letto.
Mi fece compagnia mentre bevevo il caffè.
Stava seduta di fronte a me, in una poltrona e mentre beveva il caffè, i miei occhi andarono alla vestaglia che si era leggermente aperta.
Aveva le gambe aperte e potevo vedere i peli della fica.
Mi disse che era separata da tre anni e da tre anni non avena più fatto l’amore con nessuno.
Non le credetti, ma non lo dissi.
Come avevo detto prima, non era una bella donna, ma non era neanche brutta.
Finito il caffè, mi alzai per andare via e stavo sulla porta, quando Genoeffa mi si mise d’avanti e accostandosi a me, mi disse: « Vuoi proprio andare via? »
Era più bassa di me, così accostata a me, mi lasciava intravedere le rotondità dei suoi seni.
Finì che invece di andare ad Ardea, rimasi a casa sua e dato che era sabato, ci rimasi anche la domenica.
Poi ci fu quella di Tarquinia.
Dall’annuncio del giornale “ Porta Portese “, avevamo combinato il luogo dove incontrarci.
Ci incontrammo fuori della stazione Metro, Lepanto.
Io con il mio abito azzurro, lei con un vestito di pelle nero.
Sembrava che fosse stato cucito addosso.
Dopo esserci presentati, mi chiese se avevo un posto in cui andare, per conoscerci meglio.
Gli dissi della casa di campagna.
Gloria aveva un’auto sportiva scoperta.
Non só se siete mai saliti in una macchina sportiva?
Il sedile è basso, quasi al livello della terra.
Dopo avermi invitato a salire, si mise al volante e... via verso Ardea.
Sulla strada Pontina, sembrava di essere ad una gara di corsa.
A zighe e zaghe tra le macchine, a momenti faceva andare fuori strada un camionista.
E sapete perché?
Come avevo detto, Gloria aveva un vestito di pelle e non era in pantaloni ma, con una corta gonna e quando si sedette al volante, la gonna le salì ancora più sù e si vedeva il pizzo delle mutandine bianche, che con la gonna nera, risaltavano come un faro nella notte nera.
È logico che anchio non avevo gli occhi sulla strada ma sù quello che riuscivo a vedere.
Arrivati ad Ardea e a casa, fu lei a chiedermi dove era la camera da letto, poi...fece tutto lei; non fui io a scoparla, ma lei a scopare me.
Mi spoglò e gettandomi sul letto, si impalò sul mio pisello e prese a muoversi come una dannata.
Saziata la fame (mia e sua) mi riaccompagnò a Roma dicendomi: « Domenica dò una festa a Tarquinia e voglio che si sia pure te. Vieni, ci sarà da divertirsi ».
Ci andai, ma dovetti andarci in pulman; quella mattina la macchina non si volle mettere in moto.
Comunque sia, a Tarquinia ci andai.
Mi scusai per il ritardo dicendo quale era stata la causa.
Fui presentato agli altri.
C’erano un sacco di donne e molte carine.
Dopo pranzo feci una pennichella per digerire.
Stavo steso sul letto, tutto vestito.
Mi ero tolto solo le scarpe e la giacca.
Stavo nel dormiveglia quando sentii la porta aprirsi.
Pensando fosse Gloria feci finta di dormire.
Il pisello non faceva finta di dormire, al pensiero di una ripetizione di quello che era accaduto ad Ardea era rigido ed in attesa.
Lei fece quello che aveva fatto Gloria ad Ardea.
Mi sbottonò i calzoni e me li sfilò insieme allo slip, poi mi montò sopra e si impalò sopra il pisello.
Portando le mie mani sopra le sue natiche aprii gli occhi.
Non era Gloria su di me, ma una ragazza che a prima vista sembrava una ragazzina.
Ormai nel pieno dell’azione; ragazzina o non ragazzina, agguantandola sui fianchi la feci girare e senza toglierle il pisello dalla fica, me la misi sotto.
Le slacciai il reggiseno.
Aveva dei piccoli seni, li potevo stringere in mano.
Fu una bella scopata, arrivammo al piacere tutte due.
Quando finimmo di divertirci, ci rivestimmo e scendemmo di sotto.
Cercai Gloria, la trovai seduta ad un tavolo, stava giocando a poker.
Come mi vide, si alzò e andandomi vicino mi disse all’orecchio: « Ti è piaciuta Rita? »
Risposi di sì ma, che avrei preferito che fosse lei.
Dal tavolo fu richiamata a continuare il gioco interrotto.
Gloria disse che si era stancata di giocare, ma che io avrei preso il suo posto.
Per non offenderla presi il suo posto e mi sedetti prendendo le sue carte.
Aveva un full di donne con assi. Era un buon gioco.
Stava a me puntare.
Non sapevo il valore delle fisce, così ne presi una e la misi nel mezzo.
Non era sufficiente, mi dissero.
Per rispondere, avrei dovuto mettere nei mezzo quasi tutto quello che avevo.
Accettai il gioco e persi.
L’atro aveva un poker di re.
Continuammo a giocare, persi sempre.
Alla fine dissi: « Per me basta così », e mi alzai.
Il mazziere disse che dovevo pagare 500.000 lire.
Non le avevo con me e tra l’altro non avevo con me il libretto degli assegni.
Mi scusai dicendo che, al momento non potevo pagare.
Gloria mi tolse da quell’impiccio, dicendo che avrebbe pagato lei per me, poi chiedendomi se la potevo accompagnare, facemmo un giro della tenuta parlando, del più e del meno.
Gloria mi chiese se avevo dei conti con la giustizia, se ero mai stato in prigione.
Le dissi di nò e lei stringendosi a me disse: « Sei quello che fà per me. »
Dopo cena fu lei a dormire con me e durante gli intervalli mi fece una proposta.
« Dovresti andare ogni martedì all’aereoporto di Fiumicino e ritirare per me, un pacchetto e portarmelo nella mia casa di Roma e come compenso del servizio; avresti il mio corpo e 500.000 lire, accetti? »
Capii che di certo si trattava di droga, anche perché ne avevo sentito l’odore.
Le dissi di volerci pensare sopra.
La mattina dopo fui accompagnato al ministero con una Roll Rois.
Arrivato feci scalpore, mi avevano scambiato per qualche ministro, tanto che le guardie alla porta, fecero entrare la macchina nel cortile e quando uscii: non era il Ministro tizio, ma il semplice Uscere Capo Ilo Plinio.
Dissi all’autista di aspettarmi, gli avrei dato una lettera per la signora Gloria...
Salii al mio ufficio, alla mia scrivania presi un foglio e scrissi: « Sono un poliziotto della Narcotici, quella proposta non me la dovevi fare. Vi potrei far arrestare, non lo faccio, per il piacere che mi avete dato. Non cercatemi più, non potrei tacitare il mio senso del dovere. »
Non firmai, misi il foglio in una busta che scrissi: Per la signora Gloria ...
Scesi e la diedi all’autista e lo salutai mentre si dirigeva verso l’uscita.
Non potete immaginare le domande che mi rivolsero gli amici e superiori.
Margherita non l’ho mai scopata, diceva di essere una donna seria, che si faceva scopare solo dal marito.
Toccare, sì, con le mani o con la lingua, ma il pisello dentro la fica, lo lasciava mettere solo dal marito.
La conobbi sull’autobus.
L’autobus era affollato e io mi trovavo in piedi, in fondo all’autobus, con le spalle alla parte finale.
D’avanti a me c’era lei.
Mi stava appoggiata di schiena.
Da quello che ero riuscito a vedere, doveva avere un bel culo.
Anche non pensandoci, il pisello si era errigidito e lei, non poteva, non sentirlo.
Dato che non cercava di togliersi da quell’incomodo, ne approfittai mettendole una mano in basso su una coscia.
Non si mosse, né protestò, non mi diede una gomitata ed io cominciai a sollevarle la gonna.
Una volta sollevata quanto bastava, presi ad accarezzarle una chiappa.
Lei si mosse, non per sfuggire al mio maneggio ma per spostarsi, dandomi così la possibilità di mettere la mano tra le due chiappe e metterla sotto le mutandine, abbassandomi un poco, passare dallo spacco delle chiappe al pelo della fica.
Avevo messo il dito medio dentro e mi apprestavo ad accarezzarle il clitoride, quando l’autobus si fermò e cominciarono a scendere quasi tutti.
Non potendo continuare il maneggio le dissi: « Si potrebbe continuare in un altro posto, per esempio mella mia macchina. »
Lei voltandosi mi disse: « Lavoro nel negozio di modista a Viale Liegi 69, stacco dal lavoro alle 18 se ti fai trovare nei pressi con la macchina, potresti continuare quello che stavi facendo. »
Non me lo feci ripetere.
Alle ore 18 mi trovavo nei pressi di Viale Liegi 69 all’ora combinata lei arrivò e
come se fosse una cosa normale, salì in macchina e si mise comoda.
Per arrivare dove abitava, con l’autobus ci volevano due ore, in macchina, bastavano venti minuti.
Per approfittare il tempo, presi la Via del Mare.
Conoscvo un posto dove c’ero già stato e in macchina avevo un playd.
Mentre percorrevamo quella strada parlavamo un pò di noi e mentre parlavamo, le misi una mano tra le gambe.
Lei non disse nulla, continuando a parlare.
Si chiamava Margherita, era sposata e amava suo marito.
Aveva gli slip ma, non mi erano d’ostacolo.
Facendomi largo, superai l’ostacolo e misi la mano a contatto della fica.
Era una donna seria, si faceva scopare solo dal marito.
Solo che il marito non aveva fantasia e pensava solo a se stesso; se lei godeva o no, non gli importava, quello che gli importava era che godesse lui.
Il dito medio entrò dentro e cominciò ad accarezzarle il clitoride.
Per poter godere, cercava le avventure sopra gli autobus affollati, c’era sempre qualcuno che ne approfittava.
Alle volte andava al cinema col marito e se a fianco a lei c’era un uomo, bastava che lei prendesse la mano di lui, il resto veniva da sè.
Cominciò ad agitarsi alle mie carezze e poco dopo, arrivò all’orgasmo.
« E come giustifichi a tuo marito, le mutandine bagnate? »
« Non giustifico niente, prima di entrare in casa me le cambio, ne porto sempre un paio di ricambio nella borsetta. »
Arrivammo dove sapevo e una volta giunti, scesi e stesi il playd in terra e lei ci si stese sopra.
Le fui d’avanti e le tolsi le mutandine, poi mettendomi con la faccia a contatto della fica, le presi a leccarle il clitoride.
Arrivò altre due volte, poi per ricompensarmi, me lo prese in bocca e succhiandolo, mi provocò l’orgasmo.
Una volta soddisfatti i nostri appetiti, risalimmo in macchina e mi diressi verso casa sua.
Ci vedemmo ancora altre sei volte, poi si vede che trovò uno meglio di me, e non salì più nella mia macchina.
Conobbi Marzia quando una sera la salvai da una aggressione e lei mi invitò a casa sua, ricompensandomi alla sua maniera.
Marzia era l’imperatrice del sesso orale, e la più ricca del mondo.
Possedeva tutto e tutto lo doveva alla sua bocca.
Come la usava lei, non l’ha usata nessuno.
Era molto ricercata e avere un incontro con lei, era come averlo in privato con il papa.
Dalle voci che giravano, si diceva che tutti gli uomini più ricchi e potenti, si siano fatti succhiare il pene e... persino un papa.
Marzia prendeva da 100 a 1000 sterline o dollari in oro al minuto e di solito, una
sveltina, non durava meno di dieci minuti.
Aveva una casa degna della sua posizione e uno stuolo di guardie a proteggere lei e le sue ricchezze.
Aveva sempre rifiutato gli inviti al matrimonio, ovunque venissero, dal petroliere americano, al petroliere arabo.
Marzia era molto parlata dai giornali di tutto il mondo.
Se ci fossero state le Olimpiadi, Marzia sarebbe stata la campionessa.
Marzia faceva godere, lei non godeva, si diceva che fosse frigida.
Quando lavorava di bocca, si faceva toccare le parti intime, come se non le avesse.
Era la sua bocca che parlava.
Un impero di lussuria que levava le sue labbra e la sua lingua alla maestria dello stimolo.
Molti avevano detto: « Divento matto con la bocca calda e umida e con le sue mani. Una combinazione fantastica. Adoro quando non faccio idea di quello che
viene dopo a seguire quando lei mi provoca e mi fa implorare per un orgasmo.
È lei che comanda, noi nonostante pagassimo, i suoi schiavi.»
Ero alla ricerca di una nuova donna che mi mantenes-se, così tornai a scrivere al giornale “ Porta Portese”.
« Giovane cinquantenne, cerca giovane cinquantenne per lieta compagnia. »
Aspettando le telefonate, fu il destino a farmi incontrare Anna.
Il nostro incontro fu casuale.
Andavo a trovare Rivo, un collega d’ufficio che era malato quando giungendo al portone del palazzo, sentii involontariamente delle parole che diceva un uomo a qualcuno tramite il citofono.
« Sono il fioraio, ho dei fiori da consegnare. Chi li manda? Non posso mica leggere il biglietto in allegato, l’indirizzo è questo e il nome è il suo, se mi apre, glieli consegno, se nò li riporto indietro dicendo che lei li ha rifiutati. »
Finito di parlare, ci fù lo scatto della serratura del portone e il portone si aprì e lui entrò.
Essendo il portone aperto, non citofonai a chi andavo a trovare, dato che ero atteso.
Entrammo entrambi nell’ascensore e l’uomo di disse: « A che piano va? »
Risposi: « Al sesto, » anche se il collega abitava al quarto.
Lui schiacciò il terzo e arrivato, uscì e richiuse la porta dell’ascensore e io premetti il sesto.
Arrivato scesi e di corsa tornai al terzo piano senza fare rumore, arrivai giusto in tempo per bloccare la porta dell’appartamento n.11 che si stava chiudendo, con la scarpa.
Vedendo che non riusciva a chiudere la porta, chi stava dentro, la riaprì e apparve lo stesso uomo dell’ascensore, solo che invece dei fiori, teneva in mano un coltello a scatto che mi puntò addosso dicendomi: « Sparisci o di buco. »
Non mi lasciai intimorire dal coltello e messa una mano in tasca tirai fuori una
pistola (di plastica se la si prendeva in mano, ma vera se qualcuno te la puntava addosso; come successe ad un altro collega che fu derubato. Quando lo raccontò, disse: « Ero sicuro che la pistola fosse di plastica. » non se ne accertò, dandogli tutto quello che possedeva), dicendo: « Penso che non vale la pena di provare a farmi un buco con il coltello, se fai una mossa, ti scarico tutti i sei colpi che contiene il caricatore. »
« Ma chi sei, che t’impicci dei fatti che non ti riguardano? »
« Vedi, quando qualcuno al citofono dice che il fioraio, che ha dei fiori da recapitare e non tiene i fiori, mi fa pensare ad un assalto e quello che hai intenzione di fare, non è certo una visita di cortesia, ma un assalto, perciò o sparisci subito o la polizia ti troverà già cadavere. »
Avendo capito l’antifona, uscì dalla casa e borbottando non capii quale minacce, scese per le scale e poco dopo sentii il portone richiudersi.
Rimessa in tasca la pistola entrai.
Appoggiata alla parete di fronte alla porta stava una donna di mezza età, pallida in volto che indossava una vestaglia da bagno.
Doveva stare a fare il bagno quando l’uomo aveva citofonato.
La tranquillizzai dicendole: « Non c’è più niente da aver paura, l’uomo cattivo è andato via. »
Sempre tremando e strigendosi addosso la vestaglia si portò verso l’interno dell’appartamento entrando in un salotto dove si rannicchiò in una poltrona.
Dato che l’appartamento si trovava al piano di sotto dove abitava il mio collega e che conoscevo, mi diressi senza esitazione in cucina e presi un bicchiere d’acqua e portandoglielo glielo porsi.
« Ecco beva, la calmerà un poco. »
Lei prese il bicchiere con la mano tremante e lo portò alla bocca.
Quando finì di bere, mi quardò e con la voce tremante mi disse: « Vi ringrazio per quello che avete fatto, senza il vostro intervento, non sò come sarebbe andato a finire. »
Non occorreva essere un indovino per sapere come sarebbe andata a finire.
« Chi siete, come avete fatto a capire le cattive intenzioni di quell’uomo? »
« Mi chiamo Ilo Plinio. »
« Per me, siete il mio angelo che mi ha salvato, è stato certamente il Signore a mandarvi. »
« Vi ringrazio per quello che avete detto. Comunque come stavo per dire, sono venuto a trovare un mio collega di lavoro che sta ammalato, il signor Rivo che abita proprio al piano sopra il suo e quando sono arrivato al portone ho sentito quello che diceva quel signore. La cosa mi ha messo in sospetto quando ha detto di essere il fioraio, che aveva dei fiori da consegnarvi e dato che non portava i fiori, la cosa mi ha insospettito e quando sono sceso dall’ascensore, sono venuto di corsa e ho fatto a tempo a non far chiudere la porta. Quando l’uomo ha aperto la porta puntandomi addosso il coltello, ho tirato fuori la pistola. La pistola è finta, ma a prima vista non sembra, la porto sempre con me per difendermi da qualche assalto, finora non ho avuto occasione di sparare, la sua vista basta a calmare i bollenti spiriti; come è successo pure a quell’uomo che vi stava aggredendo. Ora dato che state bene e non avete più bisogno di me, tolgo il disturbo e vado a trovare il mio collega. »
« Quando avete finito la visita, tornate, vorrei ringraziarvi meglio. »
Con certe idee per la testa, la lasciai e andai a trovare il collega Rivo.
Non mi appressai a trattenermi in sua casa, ma dopo mezza ora, lo salutai augurandogli una pronta guarigione.
La moglie mi accompagnò all’ascensore e per non dire dove andavo, entrai e scesi fino all’ingresso del palazzo poi aprii il portone e lo richiusi e quando
sentii la porta dell’appartamento di Rivo richiudersi, risalii le scale e suonai all’appartamento della signora Anna Belsanti.
Quando la porta si aprì, non mi apparve la donna che mi aspettavo, ma una donna completamente vestita che mi invitò ad entrare.
Tornammo in salotto e quando mi chiese se accettavo qualcosa; per non offendere, accettai un vermout con dei pasticcini.
Mi invitò a sedermi e mentre bevevo, le chiesi: « Come mai si trova sola, suo marito non c’è? »
« Mio marito non c’è, perché non sono sposata. »
Chiesi scusa della gaffe.
« Non sono sposata e non penso di sposarmi. Gli uomini non mi piaciono, sono tutti brutali, pensano sempre a fare cose sporche con le donne. »
« Mbè! Non tutti sono brutali, io per esempio non ho mai alzato una mano su mia moglie, anche quando se lo meritava, odio la violenza, specie sulle donne. »
« Ah! È sposato, non l’ho capito dato che non porta la fede. »
« Ero sposato. Sono stato sposato per 20 anni. Ora sono separato. Quando ho scoperto che mia moglie era una prostituta, mi sono separato. »
« Mi dispiace che sia andata a finire così, avresti dovuto trovere un’altra donna, una veramente seria. »
E io pensai: « Come te! »
« Io sono figlia di una violenza che subì mia madre. Mia madre era orfana e viveva sola, subì delle violenze dalla persona che credeva fosse il garzone del negozio che gli doveva portare la spesa. Per causa di quella violenza rimase incinta, non volle abortire. Da quella violenza naquì io, mia madre era fidanzata e il fidanzato l’abbandonò quando seppe della violenza. Venimmo a vivere qui, sempre con la paura di una nova violenza. Siamo sempre vissute qui, in questa casa e ora che lei è morta, sono rimasta sola. Non ho amici ne amiche, tutti pensano di fare cose sporche, preferisco restare sola che soffrire quello che soffrì mia madre. »
« Allora perché avete aperto al falso fioraio? »
« Perché ogni sabato un mio collega di lavoro mi mandai fiori, per accettare la sua amicizia. Non voglio essere sua amica, perché sò che lui non vuole solo la mia amicizia. »
« Questo lo credo bene. Come disse il Signore: Non si vive di solo pane...io ora sono tornato a casa dei miei genitori e non voglio più sentire parlare di donne.»
« Se sei solo e non pensi a fare quello che pensano gli altri, possiamo essere amici. Non ho mai avuto un amico vero. »
« Se tu vuoi, ti tratterrò come se fossi una mia sorella e dato che tra fratelli e sorelle il sesso non c’entra, com me starai tranquilla. Ora però ti devo lasciare, si sta facendo tardi e i miei genitori potrebbero stare in pensiero per me. Ci rivedremo, spero, hai il mio numero telefonico; quello dell’ufficio e quello di casa, mi puoi chiamare a qualsiasi ora e se starai in pericolo, correrò ni nuovo a salvarti. »
Ci salutammo sulla porta con una stretta di mano.
A casa raccontai a mia madre quello che mi era accaduto e lei fu contenta per quello che avevo fatto.
Da quel giorno ci vedemmo spesso.
Insieme andavamo in giro: al mare, al cinema, a ballare.
Anna era di cinque anni più piccola di me, uguale a me di statura ed era rotondetta, usava portare i capelli con due trecce che usava unirle con dei spilloni; le dava un aspetto di donna seria.
Quando stavamo insieme, li teneva sciolti, come piacevano a me.
Si potrebbe dire che: mi innamorai alla prima vista.
Anna lavorava come Assistente Sociale, ad una scuola elementare in cui c’era pure un asilo.
Quando aveva bisogno di me, bastava che mi telefonasse che correvo da lei.
Un giorno mi telefonò dicendo che aveva una perdita nel bagno.
Andai da lei e vidi che il danno, non lo potyevo riparare, l’unica cosa da fare era di chiamare un idraulico.
Gli telefonò e combinò per la visita.
Quando venne, c’ero pure io.
L’idraulico cambiò un pezzo di tubo, chiese il conto che Anna pagò, poi come l’idrtaulico andò via, poco dopo andai via anch’io.
Il giorno dopo mi telefonò dicendomi che aveva telefonato l’idraulico dicendole che sarebbe tornato per controllare il lavoro fatto, disse che aveva paura di riceverlo da sola, quando c’era stato il giorno prima le aveva fatto dei complimenti che lei non aveva gradito.
Le dissi di non farlo entrare, sarei andato da lei.
Così feci e trovai fuori dal portone l’idraulico che sbuffava impaziente.
Citofonai e insieme salimmo da Anna.
Notai che la mia presenza lo aveva incomodato.
Andò al bagno, mise la mano intorno al tubo, dicendo: « Sembra tutto a posto, con questo vecchio impianto, c’è poco da fidarsi. Se dovesse tornare a gocciare, torni pure a chiamarmi. »
Poi averla salutata stringengole la mano, andò via.
A me sembrò che, la mano gliela strinse un pó troppo a lungo, come se le
volesse far capire quello che sentiva per lei.
Dopo quel fatto, Anna ebbe paura di restare da sola.
Mi chiese se potevo andare ad abitare con lei.
Per me poteva andare, solo che non volevo che la gente sparlasse di lei; e glielo dissi.
« È vero, qui tutti mi conoscono e sanno che sò una donna seria, non sò cosa fare, d’altra parte ho paura. »
Trovai una soluzione: « Da domani verrà a stare con te, tuo fratello. »
« Ma io non ho fratelli, sono figlia unica. »
« Chi lo sà? »
« Qui, nessuno. »
« Bene, domani mattina prima di andare al lavoro, alla prima persona che incontri, gli dirai: « Verrà a stare con me mio fratello, si è separato dalla moglie e mi ha chiesto se poteva stare un pó con me.» Vedrai, basterà dirlo a uno, che poi lo saprà tutto il palazzo. »
« Ma è una bugia e io non sono abituata a dire bugie.»
« È vero che è una bugia, ma detta a fin di bene. e poi, non ti ho detto che oltre che amici è come se fossimo fratello e sorella? »
« Sì è vero, penso che potrà andare; e poi se più là scoprissero la verità...ma chi se ne frega. »
Così il giorno dopo, con le raccomandazioni di mia madre, mi trasferii in casa di Anna.
Lei mi diede la stanza dove aveva vissuto quando era andata a vivere lì con la madre, lei si era trasferita nella stanza della madre.
Nella stanza c’era un letto singolo, un armadio a due sportelli con una cassettiera, un tavolino con una sedia e dei scaffali pieni di libri.
Sul tavolo c’era un vecchio computer.
Sistemai i vestiti nell’armadio, le camicie e gli indumenti intimi nei cassetti e nell’armadietto del bagno, gli accessori per la barba, lo spazzolino e il dentifricio.
Come c’era da aspettarci, ogni persona che mi incontrava, oltre a salutarmi, mi chiedeva le cose mie.
Per non fare il maleducato e mandarle a quel paese, dicevo quello che avevo combinato con Anna.
Ero fratello di Anna, ero nato dal primo matrimonio della madre di Anna, avevo tre anni quando mio padre morì in un incidente e mia madre si era risposata un anno dopo con il padre di Anna e un anno dopo era nata Anna. Molto giovane mi ero sposato ed ero andato a vivere in un’altra città. Era separato e avevo chiesto ad Anna se potevo stare un pó con lei fino a che avessi trovato una nuova casa. Se c’era qualcosa che potevo fare, era solo da chiedere.
Le domande, me le fecero per una settimana, poi mi lasciarono in pace.
Quando incontravamo qualcuno che conosceva per strada o in qualche sala da ballo, mi presentava come il fratello maggiore.
Quando ballavo con lei, non appoggiavo il mio corpo al suo, come desideravo.
Quando ero invitato da qualche sua amica, l’amica vedendo che non prendevo l’iniziativa, la prendeva lei e ballando, ballando mi si strusciava contro.
Una arrivò persino a dirmi che voleva far l’amore con me.
Mi scusai dicendo che; la prima volta che lo avevo fatto con la mia ex moglie, rimase incinta e fui obbligato a sposarla perché io avevo ventiquattro anni e lei sedici, anche se dopo venti anni, scoprii che ne quella volta, ne le altre volte, era incinta di me.
Anna non ballava con nessuno se n on con me.
Mentre tornavamo a casa mi chiese: « Ho visto che Bruna ti stava parlando, cosa voleva? »
« Mi ha chiesto di fare l’amore con lei; io ho rifiutato. »
« Che spuderata, potevi accettare, perché hai rifiutato? »
« Perché se dovessi fare l’amore con qualcuno, quello sei te. »
« Hai fatto male, io non farò mai l’amore. »
Non me parlammo più.
La vita a casa di Anna corse bene anche se con qualche malinteso e i malintesi successero sopratutto nel bagno di casa.
Nel suo appartamento c’era solo un bagno e che tra l’altro la porta non aveva la chiave, così se non si bussava, c’era il caso che...
Una volta stavo orinando quando la porta si aprì e lei mi vide con il pene in mano, richiuse la porta scusandosi, anche se a me parve che tra lo scusarsi e uscire ci impiegò qualche secondo di troppo.
Un’altra volta successe a me di entrare senza bussare.
Avevo urgente bvisogno di andare al bagno, così aprii la porta nello stesso tempo in cui lei usciva dalla doccia.
Il tempo di scusarmi e uscire fuori, ci impiegai qualche secondo di troppo.
La questione del bagno l’avevamo risolta così: se uno dei due stava facendo la doccia e l’altro aveva bisogno di andare in bagno, se non poteva aspettare, poteva entrare dato che la gabina aveva i vetri opachi e non lasciavano intravedere niente; salvo se non si bussava e l’altro o l’altra usciva dalla cabina.
Un’altra volta mentre ero in cucina a preparare il caffè lei entrò con una camicia da notte cortissima e semi-trasparente; potei vedere che sotto era nuda. Si scusò, dicendo di non ricordarsi che non era più sola in quell’appartamento.
Tra una cosa e l’altra, finì che, all’inizio si era stabilito che tra noi non ci doveva stare il sesso.
Ma...tutto cominciò con un bacio.
Da quando l’avevo conosciuta desideravo baciarla, non potevo, tra noi c’era un accordo, così il fato mi aiutò.
Passando d’avanti ad una pasticceria vidi delle scatole di cioccolatini detti “Baci Perugina”, entrai e ne presi una scatolina da quattro Baci, la misi in tasca e tornai a casa.
La sera dopo cena (come al solito) stavamo a guardare la televisione, trasmet-
tevano un film la cui trama non ricordo, solo che i personaggi ogni tanto si baciavano.
Ad un intervasllo, le chiesi: « Ti posso dare un bacio? »
« Che sei matto...non ricordi l’accordo? »
« Non lo vuoi? Vorrà dire che, lo mangerò da solo. »
Tirata fuori la scatolina, ne estrassi un cioccolatino, lo scartai e lo misi in bocca.
Dandomi un pugno sulla spalla, disse: « Sei un imbroglione, non hai detto: se volevo un Bacio Perugina. »
« Ma era quello che intendevo io. »
« E se ti avrei detto di sì, cosa mi avresti dato? »
« In questo caso, ti avrei dato un bacio in bocca. »
Dandomi un altro pugno sulla spalla disse: « Ecco lo sapevo, non mi posso fidare di te, hai una doppia faccia e poi io non ho mai baciato, non sò nemmeno cosa sia baciarsi, a parte quello che fanno vedere al cinema. »
« Ah! Non lo sai? »
Lasciando il salotto andai nella mia stanza e tornando mostrai due libri.
« E cosa ci fanno questi due libri che ho trovato nella tua libreria, uno è “Guida intima delle relazioni sessuali” l’altro “Kama Sutra” ».
Divenne rossa come un papavero e balbettandoi disse una scusa:
« Ma...non sò... non li ho mai visti. »
« Quando ho detto che avrei detto alla gente che ero tuo fratello, tu hai detto che sarebbe stata una bugia e che tu non avevi mai detto una bugia; e ora? »
« Sì...va bene, li ho comprati, ma poi dopo una occhiata li ho messi via. »
« Un’altra bugia. Comunque sono cose tue, riguardando la mia richiesta di un bacio. Vedi...da quando ti ho vista, mi sono innamorato di te, è vero, non è una delle mie tante bugie, non te l’ho mai detto per non offenderti. Se ti ho offesa, ti chiedo scusa e domani lascerò la tua casa. »
« Nò, non è il caso di drammatizzare, solo che quello che mi preoccupa è...se ti concedo di baciarmi, dove andremo a finire? »
« Andremo a finire dove tu vuoi, io non prenderò quello che non mi vuoi dare, non sono un violento, odio i violenti, non ho mai colpito una donna, anche quando se lo andavano a cercare, come successe una volta con la mia ex moglie, quando mi mise in dubbio sulla paternità dei miei figli. »
« Va bene, ti concedo di darmi un bacio, ma uno solo e, non allungare le mani. »
Mettendo le mani dietro la schiena, porsi le labbra in avanti e lei vi appoggiò le sue e contemporaneamente ci scambiammo il primo bacio.
Poi riprendemmo a vedere la televisione, anche se i miei pensieri e (di certo i suoi) non stavano al film che veniva trasmesso.
Come finì il film ci ritirammo nelle nostre camere e poi a turno, al bagno a lavarci i denti.
Ero stato il primo a lavarli e quando Anna uscì dal bagno, le dissi: « Il bacio della Buona Notte. »
Questa volta si lasciò abbracciare e baciare. Fu solo un casto bacio ma
lasciandola le dissi: « Buona Notte Amore. »
Anna guardandomi disse: « Non ho capito che hai detto? »
« Ho detto: Buona notte Amore e aggiungo Sogni d’oro ».
La mattina dopo, fu, il bacio del Buon Giorno e prima di uscire di casa per andare al lavoro era il bacio del Buon Lavoro e quando si rientrava, era il bacio del Buon Ritorno a casa.
Ogni occasione era buona per scambiarci i “casti baci ” a cui aggiungevo sempre la parola Amore.
Lei non la ripeteva.
Si vede che: non era arrivato il momento.
Un giorno ero a fare la doccia e mentre ero sotto il getto a risciaquarmi, Anna dopo aver bussato disse che aveva bisogno di andare al bagno.
Anche senza vederla, la sentii sedersi sul water e dal rumore, ad orinare, poi nel bidé a sciacquarsi.
Poi sentii la porta aprirsi e richiudersi.
Uscii dalla gabina per asciugarmi e...d’avanti la porta c’era Anna che mi guardava.
Non era uscita, aveva solo fatto finta.
« Non ho resistito alla tentazione di vederti come tu hai fatto l’altra volta. »
Quando avevo sentito Anna orinare, mi era venuto un desiderio: Volevo essere il water e vedere la sua fica, così mi era venuta un’erezione e con l’erezione ero uscito dalla gabina.
Così oltre a vedermi nudo, aveva visto pure l’erezione.
La nascosi mettendoci sopra l’asciugamano.
Lei dopo essersi scusata, lasciò il bagno.
Cenammo e andammo a sederci sul divano a guardare la televisione.
Davano un film. In una scena, c’era un uomo e una donna seduti su un divano a vedere la televisione. Lui aveva il braccio sinistro intorno alle spalle di lei (cosa che...non incomodava). Ad un dato momento, l’uomo mise la mano sotto il vestito della donna e lei suo pantaloni dell’uomo.
« Che stanno facendo », mi disse.
« Se è quello che penso io...»
Misi la mano sinistra sulla spalla di Anna, stringendola a me, contemporaneamente, le mettevo la mano destra sotto la gonna e in mezzo alle sue gambe.
Anna, presa dal film, mise la sua mano sopra la patta dei calzoni, sentendo il gonfiore che provocava il mio pisello, in erezione.
Tra un (casto) bacio e l’altro, mi disse: « Mi puoi mostrare un’altra volta il tuo coso? »
« Il mio coso ha tanti nomi come la tua cosa, che sto toccando; a me piace chiamare il mio coso “Fico” e la tua cosa “Fica” sono nomi di frutti più simpatici. Comunque se vuoi vedere il mio Fico, te lo mostro ad una condizione: che tu poi, mi fai vedere la tua Fica. »
« Conosco il fico frutto, ma non sapevo che c’era anche il fico femmina. »
« In tutti i frutti, c’è sempre il frutto maschio e quello femmina, sennò come fanno a nascere i nuovi alberi? »
Un pó si da parte mia, un pó no da parte sua, coclusione: io tirai fuori dai pantaloni il “Fico” e lei dopo essersi tolta le mutandine, sollevò la gonna mostrandomi la “Fica”.
Dopo averlo guardato a lungo, lo prese in mano.
Lui, quando uscì dai pantaloni era semi-normale, ma quando lo prese in mano, si cominciò a ingrossare e indurire.
« Come è grosso e duro, se entra nella mia...fica mi farà molto male, mi spaccherà, mi farà morire. »
« Non farà nulla di tutto questo. La prima volta farà male per causa dell’imene, poi una volta aperta la strada, sarà solo un piacere. Vedi, se uno ti prende violentamente di certo ti potrebbe provocare delle lacerazioni, che potrebbero essere pericolose, ma se uno (come me), ti prende con amore, con delicatezza, dopo il primo dolore, ti farà solo del bene. in ogni modo ora che l’hai visto e toccato, è la mia volta. Vedi, quello che mi hai mostrato non era la fica, ma solo il pube, la fica si trova nascosta, più in giù, per mostrarmela o ti sdrai o ti siedi in quella poltrona e metti le gambe nei braccioli, come di certo hai fatto quando sei andata dal ginecologo; ci sei già stata? »
« Sì ma solo una volta. Quando ebbi delle perdite fuori del normale, ebbi paura di avere il tumore e così dopo averne parlato con una mia amica, mi sono andata a far visitare. È stata la prima e l’ultima volta che ci andai. Anche se avevo gli occhi chiusi, sentivo le sue mani toccarmi e poi quando disse: « Lei è ancora vergine, non posso vedere l’utero se prima non si fa sverginare ». Lo disse come se lo avrebbe voluto fare lui. Mi vergognai tanto che, cominciai a strillare fino a quando entrò l’infermiera che mi liberò dal lacci e rivestitami, scappai via. »
« Va bene, però io non sono il ginegoloco, ma il tuo innamorato. »
Poco dopo si sistemò nella poltrona e le gambe sui braccioli, lasciandomi contemplare la sua fica.
Stavo in piedi accanto alla poltrona e Anna tornò a impossessarsi del mio pisello stringendolo fortemente.
Chinandomi, allungai una mano e delicatamente le accarezzai prima il monte di Venere, poi scesi più in giù, accarezzandole sia la vagina che l’ano, le allargai le grandi labbra fino alla zona più prossima alla parte interna delle cosce ponendo allo scoperto le piccole labbra e il clitoride.
La pressione della mano di Anna aumentò e come doveva averlo letto nei libri, cominciò a far scorrere la pelle del pisello in una azione masturbatoria.
« Fermati, non muoverti, non senti niente? »
Anna smise di agitare il pisello e disse: « Io non sento nulla. »
Liberandomi della sua mano, mi portai sul davanti, misi l’orecchio poggiato sulla fica.
« Che hai detto, cosa vuoi? »
« Io non ho detto niente. »
« Tu no! Ma lei sì. »
« Non sapevo le la fica parlasse. E che ha detto? »
« Dice che, la devo baciare e accarezzarla con la lingua. »
« Se tu dici che lei ha detto questo, chi sò io a metterlo in dubbio. »
« Sì però con tutti questi peli, sarà un pó difficile, mi entreranno in bocca. Se dovessi risposarmi, lo farei a condizione che la mia futura moglie si depili, una vagina senza peli è una bellezza: vederla, toccarla e baciarla. Comunque per questa volta ne farò a meno per non offenderla. »
Così poggiai le labbra sulla vagina e dopo averla baciata, presi a leccarla.
Prima cominciò a dire: « Mi stai facendo il solletico, » poi: « Fermati, mi sta scappando la pipì, se non smetti, te la farò in bocca: »
Vedendo che non smettevo, prima cominciò a ridere, poi a ansimare e poi sollevando e abbassando il bacino, arrivò all’orgasmo, restando poi rilassata.
« Ecco hai visto che mi hai fatto fare, ora sei tutto bagnato. »
Sollevandomi su di lei, le dissi: « Quello che sentivi, non era solletico, ma piacere, e quello che ti stava scappando, non era pipì, ma gli umori dell’orgasmo, che ho ingoiato con vero piacere. »
Quando le dissi che poteva tornare a mettersi le mutandine, parve induggiare, forse si aspettava qualcos’altro.
Dopo il bacio della buona notte, ci ritirammo ognuno nella propria camera dandoci la Buona Notte e sogni d’oro.
I miei di certo sarebbero stati sogni erotici.
Non riuscivo a dormire, ero troppo tenso. Avevo sempre davanti agli occhi la sua fica che parlava e mi diceva: « Prendimi, prendimi. »
Non ce la feci più, dovevo andare in bagno a masturbarmi per scaricare la tensione.
Uscii dalla stanza per andare al bagno quando sentii strillare: « Nò, nò, non voglio, aiuto, Ilo, aiutami. »
Corsi nella stanza di Anna pronto a scontrarmi con qualcuno che si era introdotto in casa, ma quando entrai; non c’era nessun uomo.
C’era solo Anna sul letto che si agitava, strillando e muovendo le braccia come se sopra di lei ci fosse un uomo.
Aveva le gambe sollevate e aperte, la camicia da notte tirata sul ventre.
Mi avvicinai al letto e prendendola tra le braccia le sussurrai: « Non è nulla, non c’è nessuno a farti del male, è stato solo un brutto sogno ».
Anna si era svegliata, era tutta sudata e tremava come una foglia.
La ricoprii con le coperte e mi accinsi a tornare in camera.
« Non mi lasciare, se mi lasci lui tornerà a farmi del male. »
« Non ti preoccupare, non ti lascio. »
Mi sarei sdraiato sul letto, ma faceva freddo, così mi infilai nel letto.
Anna si strinse a me.
Pur cercando di non pensarci, il suo corpo contro il mio, mi provocò una nuova
erazione che non passò inosservata.
Anna ci poggiò il bacino contro e prese a strusciarlo, per soddisfarla, lo tirai fuori dal pigiama e glielo misi in mezzo alle gambe che strinse forte.
A quel punto non potevo rimanere inerte.
Le passai una mano sopra una natica e cominciai a muovermi fino a quando dal pisello scaturì il getto di sperma.
Dove finì, non lo sò, sò solo che quello ci lasciò entrambi soddisfatti che poco dopo esserci scambiati un bacio e pronunciato entrambi:
« Buona Notte Amore » ci addormentammo abbracciati.
Fui svegliato da uno scossone, a prii gli occhi; era giorno e Anna accanto al letto dopo avermi svegliato, mi stava rimproverando.
« Lo sapevo, basta dare un pó di confidenza ad un uomo che lui ne approfitta subito; e tu sei come gli altri, sei un farabutto, un mostro, un bruto, ti odio. »
« Ma che stai a dire, ma che ho fatto? »
« Come che hai fatto, senza il mio permesso ti sei infilato nel mio letto e vedendo che dormivo, hai approfittato di me. Ecco, guarda, qui è la prova. »
E mi mostrò una macchia sulla camicia da notte, all’altezza della fica.
Mi ricordai di quello che avevamo fatto durante la notte e cercai di spiegarmi.
« La notte passata mentre andavo verso il bagno a fare pipì, ti ho sentita strillare, chiamandomi, mi chiedevi aiuto. Credendo che si fosse infilato in casa qualche mariolo, mi sono precipitato in camera tua e non ho visto nessuno. Eri sola e ti agitavi. Ti sono venuto vicino e ho cercato di calmarti dicendoti che non era successo niente, che era stato solo un brutto sogno. »
« Non è vero! Io i sogni li ricordo e sono sicura che stai mentendo. »
« Senti, se mi credi o nò, poco importa, quello che importa è che nonostante il tuo invito di fare l’amore, io non ti ho penetrato, mi sono accontentato di tenerlo tra le tue gambe; e se sono venuto, non è colpa mia. Ma tu questo non lo puoi capire. In ogni modo se vuoi controllare, puoi sentire con la tua mano che l’imene è ancora intatto. »
« Stati tranquillo che controllerò, e se hai approfittato di me, te la farò pagare. »
Nel frattempo, noncurante dei suoi rimproveri, mi lavai, mi vestii e poi senza fare colazione, presi la porta e uscii dirigendomi al posto di lavoro.
Quel giorno non risposi al telefono, lasciai che ci pensasse un mio collega e se era la voce di donna e a lui sconosciuta che chiedeva di me, rispondeva che non c’ero e non sapeva dove ero.
Il pomeriggio feci dello straordinario e la sera non tornai a casa, ma me ne andai al cinema.
Era più o meno le dieci di notte quando rientrai.
Anna era ad aspettarmi e quando entrai, vidi che aveva pianto.
Cominciò a lamentarsi dicendo: « Dove sei stato tutto il giorno, perché non sei andato al lavoro, è questa l’ora di tornare? »
« Senti Amica mia, non sono ne tuo fratello, ne il tuo amante e nemmeno tuo
marito, perciò non devo renderti conto di come ho passato il giorno. E poi, che
cavolo vuoi? »
Sentendomi parlare in quel modo, scoppiò in lacrime e io abbracciandola le sussurrai: « Smettila di piangere, a me le donne piagnucolone non piaciono. »
Singhiozzando: « Ti ho cercato per chiederti scusa delle cose che ti ho detto oggi, quello che è successo l’altra notte, è stata colpa mia, non avrei dovuto stuzzicarti facendoti eccitare. È che ho capito di essermi innamorata di te e non volevo perderti per colpa mia. »
« Quello che hai detto, mi ha fatto molto piacere. Così se ci amiamo, non dobbiamo più litigare. Ecco, facciamo la pace con un bel bacio. »
Non fu solo un bel bacio, ma tanti baci e quando cercai di insinuare la lingua nella sua bocca, non si tirò indietro, ma contracambiò allacciando la sua lingua alla mia.
Avrei potuto approfittare l’occasione per stenderla sul divano e penetrarla.
Ma il divano non è fatto per queste cose, così mi limitai a stringerla, facendole sentire il mio desiderio.
« Ora basta di baci, non si vive di solo sesso, ma anche di roba da mangiare. »
Così dopo esserci alzati dal divano andammo in cucina e insieme preparammo la cena.
Avremmo potuto vedere la televisione, ma si era fatto tardi e l’indomani dove-vamo andare al lavoro.
Così dopo averci lavato i denti e data la Buona Notte con un bacio, ci ritirammo, ognuno nella propria stanza.
Mi stavo per mettere il pigiama, ma poi ci rinunciai, mettendomi a letto nudo, spensi la luce, sperando di addormentarmi.
Non erano passati cinque minuti, quando la porta si aprì ed entrò Anna.
Anna era nuda e avvicinandosi al letto mi disse: « Ti volevo far vedere quello che ho fatto, l’ho fatto per amore, per farti piacere. »
Accendendo la luce del comodino, la potei vedere meglio, si era depilata la vagina.
« Se non vuoi che mi raffreddi, fammi entrare nel tuo letto. »
Scostai il lenzuolo e lei scivolò dentro, accostandosi a me.
« Lo sapevo che mi stavi aspettando, eri sicuro che sarei venuta? »
« Sicuro nò, ma lo desideravo. »
« Eccomi qui accanto a te, prendimi, voglio essere tua. »
« Mi piacerebbe farlo, ma qui non è possibile, questo letto è troppo piccolo, dovremo trasferirci nel tuo letto. »
Dopo esserci scambiati un altro bacio, Anna uscì dal letto e dopo essermi alzato la presi in braccio.
« Ma cosa fai? »
« Non lo vedi? Così non ti raffreddi. »
Portandola in braccio, la portai nella sua stanza.
Anche Anna ci aveva pensato.
Le lenzuola superiori erano scostate e su quelle di sotto, aveva steso un
asciugamani da bagno e sopra di quello, un altro asciugamano più piccolo; bianco.
La posai sopra e mi distesi accanto stringendomi a lei.
Portando le mani ai seni, me li l’offrì; ed io portando la bocca su di uno, presi a succhiare e strngere i capezzoli con i denti, cercando di non farle male.
Non le facevo male, anzi, dal modo in cui mi teneva la testa.
« Hai sentito? » disse.
« Cosa? »
« Lei vuole essere baciata come prima. »
« Mbè! Se lo dice lei, chi sono io a contrariarla. »
Ponendo il viso sulla vagina, presi: prima a baciarla, poi a leccarla.
Come successe la sera prima, Anna si cominciò ad agitare e sollevando i fianchi disse: « Ecco, vengo, vengo, vengo. »
A questo punto risalii dal basso verso l’alto e mentre portavo la bocca verso le sue labbra, introdussi il pene dentro la vagina.
« È così bello, così caldo. »
La voce di Anna si era fatta stranamente rauca.
La sentii rabbrividire, di certo per l’intensità del desiderio che sentiva.
« Dài, dài, Ilo, presto. » Le sue mani mi strigevano i lombi.
« Dài Lupo, dái! » incalzò protendendo il grembo.
« Ti farò male. »
« No...sì, voglio che mi facci male. »
Come c’era da aspettarsi, il pisello trovò l’ostacolo; un resistente ostacolo.
« Vieni! Spingi! » e poi: « Ahi, brucia ».
« Ora smetto. »
« No, no! Se smetti adesso, non ci sarà un’altra volta.»
« Tesoro. È troppo duro, te lo dovrai fare tagliare da un chirurgo. »
« Ancora una volta, dài, spingi più forte. »
Picchiandomi sulla schiena con i pugni stretti.
Tornai a premere contro l’ostacolo elastico che con riluttanza cedeva, poi via, poi di nuovo, poi via, poi ancora dentro, e via, e di nuovo a spingere.
« Sta cedendo, sento che sta cedendo. Hai! » e il pene sprofondò dentro.
Una volta dentro, non lo fece uscire anche dopo che avevemo goduto entrambi.
Ne avevamo ancora voglia, fino a quando dopo essere venuti ancora una volta; il membro cominciò ad ammosciarsi.
Dopo aver tolto il tovagliolo sporco di sangue suo e mio, ci demmo una lavata nelle parti intime.
Dopo esserci lavati, tornammo al letto.
« Ora ci dobbiamo medicare e l’unica medicina infallibile è la saliva. »
Portando la bocca sulla vagina, presi a leccarla, facendole entrare più saliva possibile.
Avrei continuato così, ma le avrei provocato un nuovo orgasmo, così a malincuore lasciai la vagina e mi portai su di lei.
« Ora tocca a te mettermi la tua saliva nel fico. »
Prima con titubanza, prese a passare la lingua sul pisello, poi prendendoci piacere, se lo mise in bocca (di certo come lo aveva visto nel libro del Kama Sutra).
Il pisello era tornato rigido grazie alla sua bocca e gli avrei scaricato il mio sperma se lo avessi voluto.
« Ora basta così. » e tirandolo fuori, tornai ad abbracciarla e abbracciati, ci addormentammo.
La mattina dopo, allegri come due giovani sposi facemmo colazione e uscimmo insieme per andare al lavoro.
Tornando a casa, la portiera vedendoci felici, per mano, ci salutò.
« Che bravi fratellini, per mano come due ragazzini. »
Una volta dentro casa...altro che, due fratellini; andammo subito in camera da letto.
Appena giunti mi (ordinò) di spogliarmi e una volta nudi entrambi, mi fece distendere sul letto, poi mi salì sopra e s’impalò sopra il pisello, cominciando a muoversi su e giù sempre più svelta, fino ad arrivare all’orgasmo, una volta giunto si lasciò andare su di me, ansimando.
Dopo essersi rilassata, tornò ad alzarsi, sempre con il pisello ancora rigido, perché non mi aveva dato il tempo di arrivare al mio orgasmo.
« Ora tocca a te. » e cominciò a muoversi più lentamente.
Quando sentì che stavo arrivando al piacere, riprese a muoversi più velocemente fino a quando entrambi arrivammo al piacere.
Questa volta eravamo in due ad avere il fiatone come se avessimo fatto una corsa.
Una volta ripreso il fiato, le dissi: « Ho sempre desiderato una donna come te; attiva non passiva come la mia ex e tante altre che, non sanno far altro che aprire le gambe e lasciavano fare tutto a me. Le donne passive sono come le bambole di gomma. »
« Le bambole? Ne ho sentito parlare, ma non ne ho mai viste. Come sono? »
« Le bambole, sia maschili che femminili, sono fatte di gomma, piene di acqua, con una presa di corrente posta alle spalle, serve per scaldare l’acqua. Una volta calda, la bambola è come il corpo umano, fornita di una fica o un fico. Mettendo il fico dentro la fica è come metterlo in una fica vera, è fatta in maniera di dare l’impressione di fare l’amore con una donna vera, solo che non ha orgasmo e non si muove. La bambola maschile ha il fico sempre rigido e le donne si impalano sopra come hai fatto tu, fino ad arrivare all’orgasmo, solo che loro non partecipano al piacere, si lasciano prendere come certe donne o prostitute. »
Dopo la prima volta, Anna ci prese gusto e volle sempre fare l’amore.
Per non finire all’ospedale o al cimitero per il troppo sesso, stabilii una regola: avremmo fatto l’amore una volta al giorno.
E così fu, tutte le sere mentre stavamo a letto, facevamo l’amore prima di dormire.
Ci furono anche qualche eccezioni.
Di solito ero io a cercarla, ma se non lo facevo, era lei a procurarmi.
Non lo faceva apertamente, ma facendo finta di non farlo apposta, mi dava la possibilità di vedere le sue mutandine.
Come per esempio: quando andava al lavoro, indossava gonne lunghe, a casa portava la minigonna, che era tanto mini, che si vedevano le mutandine alla giuntura delle gambe.
Le avevo detto che a me, le donne nude non piaciono, a meno che non sia io a spogliarle, così...
Spesso, quando mi passava accanto, lasciava cadere qualcosa e per raccoglierla, invece di piegare le ginocchia, si chinava mostrandomi (senza farlo apposta, a detto di lei,) o i seni o le mutandine se mi voltava le spalle.
Di solito portava le mutandine di colore tenue, di pizzo o merlettate.
Sapeva già che, vederla in quella posizione, mi sarei alzavo e le sarei andato dietro, mi avrei fatto largo dalle mutandine e l’avrei penetrata.
Anna rimaneva chinata tutto il tempo che ci mettevo per arrivare alla fine, poi rialzandosi diceva: « Ora tocca a me godere, » e in qualsiasi posto mi trovavo, non dovevo far altro che stenderla e leccarle la fica, noncurante i miei umori che la riempivano.
Una sera, avevamo appena finito di cenare, mi venne vicina dicendomi; « Met-timi la mano tra le gambe. »
« La sai, mi è sempre piaciuto mettere la mano in mezzo alle gambe delle belle donne. »
« Lo sò! Già dalla prima volta che ti ho visto, ti ho classificato per: un maniaco sessuale. »
« La colpa è la tua, che colpa ne ho io se tu sei così bbbona? E poi devi sapere, il sesso per me, è come una droga; sono un drogato di sesso. Posso stare anche un anno o più senza fare sesso, ma se me ne danno l’occasione, mi riprende il vizio e non mi fermo più. »
Mettendole la mano in mezzo alle gambe, andai a cercare la vagina.
« Cosa senti? »
« Sei in calore, la tua fica è umida e vuole essere penetrata. »
« Ma io non intendo della fica. Senti qualcos’altro? »
Tastando bene, oltre al bagnato, mi sembrò di sentire qualcosa nelle mutandine.
Tastando bene, mi sembrò di sentire una giuntura.
Sentendo il bordo dell’unione, tirai e...le mutandine si aprirono, lasciando scoperta la vagina.
« Le ho viste in un negozio vicino la scuola e l’ho comprate. Così quando vorrai, invece di scostarle, non dovrai far altro che tirare la chiusura; sarà più semplice penetrarmi. »
« Veramente, è più semplice. Per inaugurarle, vieni qui! »
Tirato fuori il pene, lei mi venne sopra allargando le gambe e sedendosi sulle mie ginocchia e con i piedi poggiati sulle stecche della sedia, cominciò a sollevarsi e abbassarsi facendo scorrere il pene nella vagina fino a quando entrambi godemmo.
Restò su du me, fino a quando sentì il pene afflosciarsi ed uscire fuori della fica poi scese e andò a lavarsi al bagno.
La seguii e mentre si stava lavando, le dissi: « Dovrei fare come te; quando torno a casa mi metto in libertà togliendomi i vestiti e indossando una vestaglia. Dato che però nenza mutande non ci sò stare, vuol dire che domani, comprerai un altro paio di mutandine più grandi per me, della quarta misura; così ogni volta che ti lasci penetrare, non mi sporco i pantaloni come è successo oggi e come spesso succede. »
Dicendolo, le mostrai la macchia sulla patta dei pantaloni.
Da quel giorno, ogni volta che rientravamo a casa, ci cambiavamo e se ci veniva voglia di fare l’amore, bastava sganciare la giuntura e sia il pene, sia la vagina si mostravano in piena libertà, sempre pronti per l’azione.
Ci faceva piacere fare la posizione 69, con cui trovevamo sempre una maniera più comoda per farlo.
A me piaceva quando stava su di me.
Con un cuscino sotto la testa, avevo la fica e l’ano a portata di bocca.
All’inizio giocavamo con i nostri sessi, ma quando volevamo arrivare al piacere, uno o l’altro smetteva di stuzzicare il compagno, così ci si poteva concentrare al piacere che si provava e arrivare all’orgasmo.
Anna dopo averlo ingoiato lo sperma, una volta, lo fece sempre dicendo: « È un peccato sprecare questa delizia. »
Alle volte lo facevamo stando di fianco, sia io che lei stavamo comodamente istallati con la faccia nella parte interiore della coscia di uno o dell’altro, lasciando le mani libere di fare del corpo del compagno, quello che voleva.
Non perdemmo mai una occasione per godere.
Ogni mese gli venivano le mesturazioni e Anna si arrabbiava.
Un giorno le dissi: « Perché ti arrabbi, ogni volta che ti vengono le mesturazioni? »
« Perché non resto incinta, con tutto lo sperma che mi lasci dentro. »
A quel punto le confessai perché da me non poteva aver figli.
Anna ci rimase male, avrebbe voluto avere almeno un figlio da me.
I nostri rapporti subirono un rallentamento, fino a quando mi disse di essere incinta.
Sapendo che non poteva esserlo da me, le chiesi come aveva fatto.
Si era fatta scopare da un collega di lavoro che era divorziato.
Quando gli avrebbe detto di aspettare un figlio da lui, di certo, l’avrebbe sposata.
Ci lasciammo da buoni amici.
Tornai ad abitare ad Ardea e a dedicarmi all’orto.
Non ricordo chi mi regalò un compiuter.
Mi spiegò i termini di base e poi comprai un libro.
Non era facile lavorare con il compiuter.
C’era sempre qualcosa che non andava e chiedere aiuto ad un amico, non sempre era possibile.
Chi se ne intendeva più di me abitava lontano e per telefono, le spiegazioni non erano ben spiegate.
Mi occorreva qualcuno che abitava vicino.
Domanda qui, domanda là, scoprii chi aveva il computer abitava non lontano dalla mia casa.
Si chiamava Elisa Roschi.
Ogni volta che mi trovavo in difficoltà, andavo da lei e lei mi aiutava a risolvere i problemi che mi assilla-vano.
Elisa era da poco sposata e il marito militare, era andato nel Kossovo con il contingente italiano della Nato.
Sarebbe rimasto via sei mesi, poi si sarebbe congedato.
Un giorno mi stavo divertendo con il compiuter quando, l’immagine sparì e non riuscii a farla tornare.
Che era successo?
Telefonai a Elisa e lei mi disse di andare da lei.
Ci andai.
Non mi spiegò subito che era successo, anzi mi volle offrire un caffè.
Mentre stavamo prendendo il caffè, mi disse: « È vero che voi siete un grande amatore? »
« Chi lo dice che sono un grande amatore? »
« L’ho sentito dire nel negozio di sor Antonio, che a casa vostra ci avete portato un sacco di donne. »
« Probabilmente sarà vero. »
« Un grande amatore; cosa è un grande amatore? »
« Un grande amatore è quello che sà amare. »
« E chi dice che voi siete un grande amatore? »
« Lo dicono le donne che ho conosciuto. »
« E cosa fa un grande amatore? »
« Un grande amatore fa pressapoco così. »
Mi alzai dalla sedia e mi diressi verso di lei.
Per prima cosa, tirai indietro la sedia dal tavolo dove era seduta, poi inginocchiatomi d’avanti a lei, le sollevai la gonna.
« Ma che sta facendo, signor Ilo? »
Non le risposi e forzandomi, le tolsi le mutandine, poi prendendo una gamba, me la feci passare sopra una spalla, così feci con l’altra.
Cominciai a leccarle la vagina.
La vagina aveva un buon sapore.
Sapeva di urina.
Doveva essere andata al bagno e non si era lavata.
Leccando la vagina, facevo passare la lingua, anche nell’ano.
Ad alcune donne, piaceva quell’omaggio.
Anche ad Elisa dovette piacere.
« Ancora, ancora, fallo un’altra volta. »
Quando me lo chiedono, le accontento sempre.
Continuai a leccarle sia la vagina, che l’ano, fino a quando si irrigidì e rilassò contemporaneamente, scaricandomi nella bocca una quantità di umori vaginali.
Quando gli umori finirono di uscire, mi tolsi le sue gambe dalle spalle e tirato fuori il pene dai pantaloni, la penetrai.
« Mettimi le mani intorno al collo, che ti porto al letto.»
Così fece e io tenendogli le gambe intorno alla mia vita, mi sollevai e con lei mi diressi verso la camera da letto.
Il letto era ancora disfatto.
L’adagiai di traverso e sempre stando dentro di lei, la spogliai e mi spogliai.
Dopodiché salito sul letto in posizione normale, cominciai a muovermi, facendo scivolare il pene dentro la vagina, fino a quando non potendo resistere più a lungo, scaricai il mio sperma dentro di lei, contemporaneamente al suo di nuovo orgasmo.
Una volta affievolito, il pene scivolò fuori ed io mi stesi accanto a lei a riposare.
« Ora sò cosa è un grande amatore. Con Carlo, non ho mai goduto tanto. »
Me lo disse standomi sopra e dandomi tanti bacetti.
« Lo voglio rifare ancora. »
« Lo rifarei anchio se avessi l’età di Carlo. »
« Se è per questo, sò come risvegliarlo. »
E prendemdomi il pene in bocca, mi fece un pompino.
Quando lo sentì di nuovo duro, tornò nella posizione normale e lo rivolle dentro.
Non fu una cosa veloce come lo era stato prima.
Prima di arrivare di nuovo al piacere, sperimentammo varie posizioni; sempre senza tirarlo fuori.
Fu un vero piacere tornare a godere e farla godere.
Sarei rimasto ancora da lei a fare l’amore se, non avesse telefonato la madre dicendole che andava da lei.
La salutai dicendole che ogni volta che mi trovavo in difficoltà con il computer, sarei tornato da lei per farmi aiutare.
La settimana successiva la chiamai con la scusa del computer.
Mi disse di andare da lei che mi avrebbe spiegato quello che non riuscivo a capire.
Una volta da lei, le chiesi abbracciandola: « Come mai una come lei è così bbona. »
Non capì quello che avevo detto, ma si strinse forte a me, avvicinando il pube contro il pene.
Prima di andare a letto, le chiesi una birra.
Elisa andò al frigorifero e mi prese una bottiglia di birra...
« Veramente a me la birra piace al naturale, senza conservanti. »
Non capì quello che volevo.
Allora la presi per il braccio e la portai al bagno.
Una volta dentro, Elisa cominciò a spogliarsi, ma quando andò verso il water, la fermai.
« Che vuoi fare? »
« Voglio orinare; perché? »
« Perché sprecare della buova urina », e mettendomi sdraiato in terra, con la testa nel bidé, le dissi di orinarmi in bocca.
Non sapendo che fare, forse pensando che gli uomini dovevano essere tutti matti, allargò le gambe e chinandosi sul bidé, mi urinò in bocca.
Dopo essermi sciaquato la bocca andammo al letto e facemmo l’amore.
Ogni volta che andavo da lei e le chiedevo della birra, mi conduceva al bagno e mi orinava in bocca, anche quando, volevo veramente della vera birra.
Dovetti tornare ancora molte volte.
Apprendere a lavorare con il computer è molto difficile; ci vogliono molte lezioni e lei me ne dette tante di lezioni) che quando tornò il marito, ero esperto nel computer..
Un amico si stava costruendo una casa ad Ardea e non avendo molti soldi, aveva contattato un bravo muratore e lui gli faceva da manovale.
In due ci si metteva molto tempo a costruire la casa, così mi disse se gli potevo dare una mano.
Gli dissi che gliela potevo dare quando non dovevo fare gli straordinario.
Non era un villino gemellare, ma una casa di campagna.
Si era da poco trasferito ad Ardea e erano arrivati alla copertura del primo piano,
Stavo sul terrazzo a sistemare i ferri per la gettata del cemento, quando vidi una ragazza nell’orto del vicino.
Faceva caldo e stavo a dorso nudo.
La ragazza come vide che la stavo guardando, si tolse la maglietta e rimase a dorso nudo, mostrandomi i suoi seni.
Alché pensando ad una provocazione, tirai fuori il pisello dai pantaloni e glielo mostrai.
Lei per nulla perturbata, sollevò la gonna e mi mostrò il pelo della vagina.
Se non ci fosse una donna di una certa età (forse la madre) nei pressi, sarei sceso dal terrazzo e l’avrei presa.
Non potendola scopare, andai al bagno e mi masturbai.
Ero da poco tornato dal lavoro, quando suonarono alla porta.
Andai ad aprire e vidi che era la ragazza dell’orto vicino.
« Mi scusi, potrebbe darmi dello zucchero? »
La feci accomodare.mentre gli mettevo dello zucchero nella zuccheriera che aveva portato.
« Io questa casa la conosco, prima ci abitava un uomo cieco con la moglie. »
« Era mio padre e mia madre, ora loro stanno al loro paese e io curo della casa e del terreno.
« Oggi è una giornata molto calda, fa tanto caldo che i vestiti mi si appiccicano
addosso. »
« Se sente caldo, l’unica cosa è, toglierli. »
« Me li toglierei volentieri, ma poi...cosa penserebbe lei di me? »
« Non penserò a niente. »
« Allora me li tolgo. »
Se li tolse e poco dopo restò in regiseni e mutandine.
« Veramente, ora che ci penso, fa veramente caldo, se non ti dispiace mi alleggerisco un pó. »
E mi tolsi la maglietta e i pantaloni restando con gli slip.
Gli slip che porto d’estate sono ridotti, così non riescono a nascondere bene la protubenza del pene.
D’altra parte anche i suoi slip erano ridotti, tanto che facevano fuoriuscire i peli della vagina.
Così alleggeriti stavamo più comodi.
Preparai il caffè e lo prendemmo insieme.
Poi Giuseppina prese le tazzine e le portò al lavello.
Mentre stava per mettere le tazzine nel lavello, gli cadde un cucchiaino in terra.
Si chinò per raccoglierlo, così facendo mi mostrò il culo e il rigonfiamento della vagina.
Non ce la feci più.
Mi alzai e tirato fuori il pene dagli slip, mi portai dietro di lei appoggiandoglielo tra le chiappe.
« Ma che fa, signor Ilo? »
« Glielo faccio capire meglio. »
Gli calai le mutandine che, lei mi aiutò sollevando i piedi e glielo misi dentro la vagina.
« Ahi! Mi ha fatto male. »
« Scusami, non l’ho fatto apposta. »
« Non fa niente, la prima volta fa sempre male. »
Non capii quello che voleva dire.
Muovendomi su e giù, arrivai al piacere e mi scaricai dentro di lei.
Quando il pisello tornò moscio, lo tirai fuori e accompagnai Giuseppina (il nome della ragazza) in camera da letto, facendogli vedere che, a letto si stava più comodi.
Gli tolsi anche il reggiseno e nudi ci rotolammo nel letto tornando a fare l’amore
Quando fummo tutt’e due soddisfatti, facemmo la doccia fredda e poi ci rivestimmo.
« Ora vado ad aiutare Michele a costruire la casa. »
« Michele lo conosco, anche lui scopa bene, meglio di Giuseppe il muratore. »
Poi con lo zucchero nella zuccheriera se ne tornò al suo orto.
Tornai a mettere l’annuncio sul giornale “ Porta Portese “ e qualche giorno dopo l’uscita del giornale, mi telefonò una donna.
Fissammo un appuntamento e nel pomeriggio ci incontrammo.
Dopo le presentazioni, mi disse cosa voleva da me.
Dovevo sostituire il quinto uomo.
Non capii bene, perché dovevo sostituire il quinto uomo.
E lei me lo spiegò.
Aveva sempre vissuto in un collegio delle suore Orsoline di Perugia.
Una volta raggiunti i 18 anni, fu mandata a servizio a Roma presso una signora di origine russa.
Aveva la valigia con i suoi vestiti e la borsetta con isoldi dateli dalla madre superiora.
Con il treno giunse alla stazione Termini e una volta fuori, chiese ad un signore se gli indicasse i mezzi per raggiungere la casa dove doveva andare.
Mentre parlava con quel signore, aveva posato la valigia in terra e mentre quello gli indicava l’autobus che doveva prendere, due ragazzi si erano avvicinati senza farsene accorgere e mentre uno gli prendeva la valigia, l’altro gli strappava la borsetta dalle mani, fuggendo via.
Scoppiò in lacrime e quel signore l’abbracciò con fare paterni, dicendole: « Su non pianga, sono cose che capitano a Roma, non ti puoi distrarre, che subito qualcuno ne approfitta. Comunque ho letto dove devi andare, ti ci porto io con la mia macchina. »
Facendo un cenno, si avvicinò una grande macchina nera che, una volta ferma accanto a loro, ne scese un autista che aprì gli sportelli, facendoli entrare.
Quel signore aveva un’aria distinta che, si fidò di lui e lo seguì.
La macchina poco dopo, uscì fuori città, giungendo ad una villa.
Una volta dentro, il signore la presentò ad una signora dicendole che era quella da cui doveva andare a servizio.
Dopo aver salutato la signora con un inchino, quel signore risalì in macchina e se ne andò.
La signora si presentò come Contessa Anastasia Rofanoff ultima discendente dello zar di Russia.
Facendole conoscere quali erano i suoi compiti, la contessa l’affidò ad un’altra collega che l’accompagnò nella sua stanza, facendole vedere gli abiti che doveva indossare, il giorno dopo.
Quando cenò con le altre ragazze, bevve un bicchiere di succo d’arancia che, finito di cenare le provocò un pesante sonno.
Giselle (una compagna) l’accompagnò nella sua stanza.
Una vota sola, si spogliò e non trovando una camicia da notte, si mise a letto con le mutandine e il reggiseno.
Riuscì a dire le preghiere, prima di addormentarsi.
Passò una notte piena di incubi.
Sognò di stare sul letto e i due ragazzi che l’avevano derubata la stavano spogliando.
Cercava di reagire, ma non ci riusciva.
Una volta nuda, presero a fotografarla, facendole assumere varie posizioni.
Come ebbero finito, la rivestirono e la coprirono con le coperte ed andarono via.
Quando si sveglò era tutta sudata.
A colazione ne parlò con Giselle che la consolò dicendole: « È stato solo un sogno; solo un brutto sogno. »
Dopo colazione le fu presentato il “ Principe “.
Il Principe era quel signore distinto che l’aveva aiutata quando era arrivata a Roma ed era stata derubata.
Si presentò baciandole la mano: « Sono il Principe Luigi Pignorelli, vedovo senza prole, alla ricerca di una nuova moglie. Se lei mi accetta, farà di me l’uomo più felice del mondo e lei sarà padrona oltre del mio cuore; di vari castelli sparsi un pó per tutta l’Italia. »
A sentire quella proposta, non voleva credere a quello che aveva sentito.
Sembrava gli fosse stato concesso un miracolo.
Non sapeva se accettare, d’altra parte, aveva un dovere verso la Contessa.
Ne parlò e la Contessa disse: « Per me va bene, non si trova tutti i giorni un principe disposto a sposare una ragazza di servizio. »
Accettò senzaltro e il Principe rivolgendosi alla Contessa disse: « Ci potremo sposare nella sua cappella privata. »
La Contessa Anastasia accettò e fu combinato che la cerimonia si sarebbe svolta nel pomerigio alle 18 e 30.
Tatta la mattinata la passò con il Principe.
Lui gli parlò dei piaceri che avrebbe avuto una volta diventata sua moglie, delle crociere che avrebbero fatto per tutto il mondo, degli abiti e gioielli che avrebbe avuto; tutto questo e altro, lo avrebbe avuto se lo avesse dimostrato, dandogli piacere.
Verso le 16 seguì la sua cameriera Giselle, che l’avrebbe preparata per la cerimonia.
Una volta giunti in camera, Giselle le disse di spogliarsi mentre lei gli preparava il bagno.
Si spogliò, restando in mutande e reggiseni.
Quando tornò Giselle e la vide così vestita, le andò vicina, dicendole: « Non vorrai fare il bagno con questa roba. » e passandole di dietro, le tolse il reggiseni e le mutande (in collegio non erano ammessi indumenti ridotti), poi dandole una mano l’accompagnò nella stanza da bagno.
La stanza da bagno, oltre le maioliche, era piena di specchi, dal pavimento al soffitto.
Una volta dentro, la fece entrare nella vasca piena d’acqua calda e spuma di sapone.
Avrebbe voluto restare sola per lavarsi, ma Giselle fu perentoria dicendole: « Sono gli ordini del signor Principe, mi devo accertare che sia ben pulita. Al Principe non piaciono le donne sporche. »
Giselle sentendola a disagio, si spogliò, poi tenendola in piedi, cominciò ad insaponarla, facendo passare la spugna tra i seni e in mezzo alle gambe.
Anche se turbata da tutto quello che Giselle le stava facendo, non si opponeva, trattandosi di una ragazza come lei e come lei anche nuda.
Dopo il bagno, l’aiutò ad asciugarsi e facendola accomodare d’avanti ad una specchiera, le prese ad asciugare i capelli con il Phoone e a pettinarla.
Quando i capelli furono asciutti e ben pettinati, Giselle si occupò del viso e del corpo.
Dopo due ore di estenuanti trattamenti, Giselle l’aiutò a vestirsi.
Quando l’aiutò a mettersi le mutandine, cercò di opporsi a indossarle perché avevano uno spacco sul davanti, lì dove si trovava la vagina.
Giselle disse che quelle mutandine gliele aveva offerte il Principe.
Non indossarle, lo avrebbe di certo offeso.
Il vestito da sposa era corto, gli arrivava a malapena sulle ginocchia.
Avrebbe preferito un vestito lungo da strascinare, ma Giselle disse che, era di moda.
Come stabilito alle 18 e 25 scesero e accompagnati da amici (del Principe) e parenti (della Contessa Anastasia), si diressero verso la cappella dove l’aspettava il Principe e il prete che avrebbe celebrato il matrimonio.
Andò tutto bene, alla fine dopo lo scambio delle fedi e la consueta: « Vi dichiaro marito e moglie », il prete rivolgendosi ad Angela, gli disse: « Oltre ai doveri che entrambi avete espresso, tu gli dovrai obbidienza, fare e dire tutto quello che tuo marito ti chiederà, anche se alcune cose ti dovrebbero sembrare sporche, le dovrai fare, tutto per far piacere a tuo marito. »
Dopo la cerimonia, ci fu la cena; una lunga cena.
Sedeva accanto al Principe (suo marito), che non mancava l’occasione per mettere la mano sotto il tavolo e attraverso la spaccatura delle mutandine, in mezzo alle sue gambe e dentro la vagina.
Sulle prime, rifiutò strigendo le gambe, ma poi quando suo marito le disse a denti stretti: « Apri le gambe, non poté che ubbidire.
A lei, questo dava fastidio ma non potendosi opporre (dopo quello che gli aveva detto il prete) ai desideri di suo marito, allargò le gambe e lasciò che le facesse quello che voleva.
Quando finirono di cenare, era tardissimo (a detta del Principe) per andare al castello di Bresciano.
Il Principe chiese alla Contessa se poteva rimanere quella notte.
La Contessa ne fu contenta e gli mise a disposizione la stanza rosa; quella risaervata agli ospiti illustri.
Poco dopo furono accompagnati nella stanza e lasciati soli.
Una volta soli, il Principe le disse: « Qui nessuno ci disturberà e sarà la nostra prima notte d’amore. »
Poco dopo la stanxa fu invasa da una musica soave.
« Al suono di questa musica ti dovrai spogliare, cercando di essere più sexi possibile. »
Non sapeva cosa fare, ma seguendo i consigli di suo marito, si spogliò.
Il Principe si era già spogliato e l’attendeva sdragliato sul letto.
Quando vide quello che suo marito aveva tra le gambe, restò senza fiato.
Non aveva mai visto il sesso maschile.
« Vieni a far conoscenza il mio pisello che, d’ora avanti sarà solo tuo. »
Lei salì sul letto e si avvicinò per vederlo più da vicino.
« Dovrai ripetere tutto quello che ti dirò di fare. Ora lo dovrai baciare e metterlo in bocca. »
Ripeté quello che suo marito gli aveva detto: « Ora bacio il tuo pisello e lo metto in bocca. »
Poco dopo si ritrovò quell’enorme pisello che gli riempiva la bocca.
Cercò di tirarlo fuori, ma suo marito glielo impedì, dicendo che lo doveva succhiare.
A fatica fece quello che suo marito gli aveva detto.
Ad un certo punto sentì qualcosa uscire fuori dal pisello, cercò di farlo uscire, ma suo marito tenendogli la testa premuta, gli fece ingoiare tutto quello che era uscito.
« Perché gettare tutta questa vitamina. Adesso ti sdraierai e aprendo bene le tua gambe, mi farai vedere la tua fica. Ripeti quello che devi fare. »
Ripeté quello che suo marito le aveva chiesto: « Perché gettare via tutta questa vitamina. ora mi sdraio, apro le gambe e ti farò vedere la mia fica. »
« Così brava! Ora metti le mani nelle due labbra e aprile bene per farmi vedere l’interni della tua fica. »
« Ora metto le mani sulle labbra della fica e ti faccio vedere l’interno. »
Così fece e dopo che suo marito la guardò bene, disse: « Ora poggio la mia bocca e ti lecco la fica. »
E lei ripeté: « Ora poggi la tua bocca e mi lecchi la fica. »
Poco dopo cominciò a sentire gli effetti che le provocava la lingua di suo marito, cominciando ad agitarsi e gemrtr, fino a emettere un verso, come: « SÌ! Si, stò godendo, bevi la mia vitamina. »
Il Principe non ne fece perdere una goccia.
Dopo aver goduto varie volte, il Principe gli salì sopra, dicendo: « Ora metto il mio pisello dentro la tua fica e ti romperò l’imene, togliendoti la verginità. »
E lei ripeté: « Ora metti il tuo pisello dentro la mia fica e mi romperai l’imene togliendomi la verginità. »
Fu doloroso quando il pisello di suo marito entrò dentro e gli ruppe l’imene, ma dopo, quando lo sentì tutto dentro e muoversi, gli fece piacere, godendo e facendo godere suo marito.
Quando il pisello del Principe cominciò ad afflosciarsi, seguendo le istruzioni di suo marito, dovette mettersi sopra di lui, con la bocca sul pisello e la fica allo sguardo del Principe.
Dopo tanto succhiare e leccare, il pisello tornò a irrigidirsi.
« Ora ti metti prona, che ti metto il pisekko nel culo. »
Ripeté: « Ora mi metto prona e tu mi metti il pisello nel culo. »
Non aveva immaginato il dolore che gli provocò.
Dovette sopportarlo, anche se le lacrime gli scorrevano nel viso.
Fu una lunga notte.
Fece tutto quello che il Principe (suo marito) gli chiedeva di fare.
Era già mattina quando si svegliò.
Suo marito non c’era, si doveva essere alzato.
Andò al bagno e dopo aver fatto i bisogni corporali, si immerse nella vasca per un bagno rilassatore.
Era tutto un dolore.
Gli faceva male tutto il corpo che il Principe aveva posseduto e strapazzato.
Finito il bagno e asciugata, tornò in camera.
Non volendo rindossare l’abito da sposa, indossò le mutandine, il reggiseno e una vestaglia di seta rosa.
Così vestita lasciò la stanza alla ricerca di suo marito.
Le si fece incontro la Contessa Anastasia, dicendole che suo marito era andato a comprarle dei vestiti nuovi.
La invitò a fare colazione insieme alle altre ragazze.
Finita la colazione, suo marito non era ancora tornato.
La Contessa la invitò, nell’attesa, a vedere il filmino del suo matrimonio.
La seguì in salotto e insieme a loro si unì Giselle.
La fecero accomodare in un divano, in mezzo a loro.
Sulla tela posta nella parete di fronte, si cominciò a vedere il filmino.
Ma non era la riptrda che era stata fatta nella cappella; era quella che avevano fatto i due ragazzi e che credeva di aver sognato.
A mostrava in tutti i particolari più intimi.
Indignata fece per alzarsi, ma si trovò bloccata nel divano da due mani (quella della Contessa e quella di Giselle).
« Lasciatemi, lo dirò a mio marito, quando lo saprà, ve la farà pagare. »
Alle sue parole, ci fu uno scoppio di riso.
« Tuo marito? Sai chi è tuo marito? È un uomo che ha tanti soldi da permettersi ogni volta, una verginella come te. E poi, neanche è tuo marito, il matrimonio era finto, come finto era il prete, per farti stare tranquilla e fare tutto quello che il Principe voleva che tu facessi. In cambio ci lasciava filmare tutto, come tu vedrai e sentirai. »
La ripresa interrotta, proseguì quando insieme a Giselle erano nel bagno e quando la preparava per il matrimonio e quando durante la cena il Principe gli metteva la mani in mezzo alle gambe, ci doveva essere uba telecamera fissata sotto il tavolo che riprendeva tutta la scena.
Vide e sentì tutto quello che aveva detto e fatto in camera con quello che credeva suo marito.
Avevano tolto le parole del Principe, si sentivano solo quelle sue, tanto da sembrare che fosse lei a voler fare quello che aveva fatto.
Si voleva alzare, fuggire via, ma non poteva muoversi.
Per di più, Giselle gli aveva messo una mano in mezzo alle gambe e grazie allo spacco delle mutandine, sopra la fica e le accarezzava, sia la fica, che il clitoride.
Anche agitandosi, non poteva impedire quello che Giselle le stava facendo.
Poco dopo, anche contro la sua volontà, cominciò a provare piacere, fino a quando ebbe l’orgasmo, gettando indietro la testa.
Come gettò indietro la testa, si trovò due mani stringere la faccia e una bocca poggiarsi sulla sua in un lungo bacio e una lingua dentro la sua bocca, giocare con la sua lingua.
E mentre qualcuno la stava baciando, sentì due mani impossessarsi delle sue mutandine e un pisello prendere il posto della mano di Giselle.
Dovette subire il doppio amplesso, fino alla fine, poi fu lasciata in pace.
« Perché avete fatto questo, che volete da me? » disse singhiozzando.
« Devi sapere che questa villa dove abito, è anche un bordello in cui vengono tanti signori pieni di grana che si vogliono divertire con le ragazze come te. »
« Volete dire che...dovrò fare la prostituta? Questo non lo farò mai. »
« Lo farai, sì che lo farai, se non vuoi che questo filmino oltre ad andare al tuo collegio, verrà messo in circolazione e tutti sapranno quello che hai fatto. »
« Non cederò alle vostre minacce, appena fuori, vi denuncerò alla polizia, vi farò arrestare. »
« Pensi che abbiamo paura della polizia? Per dimostrartelo, ti lasciamo andare. Yirna nella tua stanza e rivestiti. Giacomo! Accompagna Angela nella sua stanza. »
Seguì Giacomo, ma quando fece per salire le scale, Giacomo le disse: « La tua stanza non è più di sopra, ma in giù. »
Arrivati davanti ad una porta, Giacomo l’aprì dicendole: « Entra. » e la spinse dentro.
Nella stanza c’era un letto nel mezzo e quattro uomini nudi.
Con la voce tremando disse: « Che volete da me? »
Risposero tutti insieme: « Tutto! »
Fece l’atto di tornare indietro, ma Giacomo che le era dietro, trattenendo la vestaglia con una mano, la spinse sul letto.
Si ritrovò nuda sotto lo sguardo di cinque uomini.
Mentre quattro le tenevano le mani e le gambe, Giacomo (che si era spogliato) gli metteva il pene nella vagina.
Facendola girare, si trovò di sopra e un pene entrargli nel culo.
Fece per gridare, si ritrovò un pene in bocca.
Non se lo poteva togliere, perché nelle sue mani c’erano altri due peni che la costringevano a stringere.
Non ricorda quanto durò quel tormento.
Quando tutti e cinque ebbero goduto, la lasciarono andare dicendole: « Ci vediamo domani. » e uscirono.
Corse al bagno e vomitò tutto quello che era stata costretta a ingoiare e nel water tutto quello che aveva nel corpo.
Poi fece la doccia, lavandosi tutta la sporcizia che aveva addosso.
Fatta la doccia, si asciugò e rimise la vestaglia.
Non voleva salire sul letto, si sedette in terra in un angolo della stanza e pregòil Signore che l’aiutasse, fino ad addormentarsi.
Ma il Signore non l’aiutò.
Fu svegliata con un calcio da altri cinque uomini che la costrinsero a rifare quello che aveva fatto prima.
Dopo che anche loro ebbero goduto, la lasciarono dicendole: « Ci vediamo domani. »
Dovette tornare al bagno e rifare quello che aveva fatto prima.
Per cinque giorni dovette subire l’amplesso.
Chi glielo aveva mrsso nella vagina, glielo metteva nel culo o in bocca o nella mano.
Non gli davano da mangiare, per non morire di fame, dovette trattenere quello che gli scaricavano in bocca.
Dopo cinque giorni si rifece viva la Contessa.
« Hai imparato la lezione? Ora farai quello che ti dirò di fare. Se non lo farai, a Roma ci sono tanti uomini che prenderanno il posto di quelli che ti hanno già presa e se non cederai, alla fine, ti farò uccidere. »
Non potendo fare altrimenti, gli toccò di accettare forzatamente.
Per cinque anni lavorò per la Contessa, rimase incinta tre volte; tutte le volte dovette dare il suo corpo fino al giorno che gli venivano i dolori del parto.
Veniva portata in una clinica particolare, dove partoriva, non sapeva cosa, perché non le facevano vedere cosa aveva partorito.
Gli levavano il figlio o la figlia e una volta ripresa, doveva tornare a lavorare.
Quando i suoi seni erano pieni di latte, c’era sempre chi...mentre la prendeva, si attaccasse ai suoi capezzoli e succhiava il latte come se fosse un neonato.
Non si arrese mai, cercò sempre che la potesse aiutare a fuggire da quella casa.
Ogni volta veniva scoperta ed era picchiata.
Aveva scoperto che...nella stanza dove cormiva e lavorava, c’erano telecamere e microfoni.
Non disperò, continuò con altri mezzi a procurarsi l’aiuto che cercava, fino a quando incontrò Carlo (un banchiere) il quale baciandola, le passò un biglietto che lesse quando era sola (nel bagno).
Conosceva un amico che l’avrebbe aiutata.
Qualche giorno dopo conobbe Giulio (così disse di chiamarsi), si faceva passare per un industriale tedesco, un certo Barone Von Ludvik.
Il barone era un accanito giocatore di poker, anche se perdeva grosse somme, non smetteva di giocare.
Era anche amante di belle e giovani donne.
Una sera perse cinque milioni di euro.
Si rifece andando a letto con una ragazza, ogni volta diversa.
Una sera scelse Angela e quando furono soli, si lsciò spogliare e una volta nudo
entraò nel letto.
Una volta coperti, si misero a parlare.
Un registratore copriva le loro voci, emettendo gemiti e parolacce in cattivo italiano.
Gli raccontò quello che gli era accaduto, oltre ad una rabbia, gli provocò una erezione che Angela smorzò con vero piacere.
Il compleanno della Contessa era il 18 settembre e come ogni anno, lo champagne veniva bevuto come se fosse acqua.
Ogni volta che Giulio andava alla villa e perdeva, si rifaceva con Angela e ogni volta (mentre facevano sesso) si mettevano d’accordo per il da farsi.
L’accordo era che...il 18 Settembre Angela non doveva bere lo champagne.
Lo champagne fu avvelenato e mezz’ora dopo averlo bevuto, si sentirono gli effetti del veleno.
Morirono tutti, eccetto i bambini e le bambine (date ai pedofili) a cui non era permesso berne.
Anche se qualcuno telefonò chiedendo aiuto.
La polizia e le varie autombulanze non riuscirono ad entrare nella villa (un grosso camion carico di pietre, alcune molto grosse, si era ribaltato di fronte al cancello ostruendone il passaggio).
Solo dopo diverse ore, erano riuscite ad entrare.
Chi aveva bevuto lo champagne non era sopravissuto.
Tra i morti, oltre alla Contessa c’era il Principe, Giselle e altri collaboratori, oltre a Senatori e Deputati, Giudici, Avvocati, il Primario della clinica Salus (di proprietà dei vari padroni di bordelli), Registi e Attori del cinema e della televisione, un Cardinale, due Vescovi, quattro Preti, le Badesse dei vari orfanatrofi che fornivano (per denaro) il bordello, di ragazze vergini, future prostitute (tra cui, la Badessa delle Orsoline di Perugia).
Tutti i morti avevano sulla fronte la lettera G impressa con la tinta indellebile.
Dopo aver ispezionato la villa, oltre alle ragazze-prostitute, trovarono tanti bambini e bambine (figli di prostitute) che venivano usati dai pedofili che, lì (morti) si trovavano.
Documenti, foto e filmini porno, dove si ritrattavano gli invitati in varie posizioni con ragazze e bambini.
Prima dell’arrivo della polizia, Giulio e Angela avevano sottratto diversi fascicoli compromettenti.
Chi non era presente alla festa, avrebbe ricevuto lo stesso trattamento quando meno se lo aspettava.
Quando tutto finì, Angela scoprì che l’uomo che l’aveva aiutata non si chiamava Giulio, ma era conosciuto come il Giustiziere.
Continuò per conto suo a fare la puttana, fino a quando un vecchio cliente, morendo le lasciò la casa e tanti soldi.
Non aveva più bisogno di prostituirsi, e quando lo faceva, lo faceva solo per il suo piacere; come essere presa da cinque uomini contemporaneamente.
Non fui il quinto uomo, perché a me le donne piace prenderle da solo e non spartirle con altri quattro.
I miei incontri telefonici, non andavano sempre in buca, molte volte, o non incontravo chi dovevo incontrare oppure non ero di loro gradimento.
Un giorno ero a Piazza Mazzini e portavo una rosa.
Lei non venne, passata mezz’ora (dò sempre mezz’ora alle donne), andai in un Bar e sedendomi ad un tavolino all’aperto, chiesi una birra, sale e pepe.
Quando il cameriere mi portò quello che avevo ordinato, misi il sale e il pepe sulla rosa e mangiandola (i petali), bevetti la birra sotto lo sguardo stralunato del cameriere e degli altri clienti.
Un’altra volta (telefonicamente) andai ad Ariccia e non incontrando la donna, mi feci un panino con la porchetta e ci bevvi un quartino di vino alla sua salute.
A Pescara invece di incontrarmi con chi mi aveva dato appuntamentamento, me ne andai al mare a fare il bagno.
Un giorno per vedere cosa pensavano di me (le donne),tornai a mettere l’annuncio sul giornale “ Porta Portese ”, così scrivendo: « Brutto, vecchio, pelato e sdentato cerca anima gemella. »
Dato che le donne sono tutte matte, ricevetti un sacco di telefonate.
Una di tale, diceva: « Ma è proprio vero quello che hai scritto? »
« Certo, a casa mia non ci sono specchi, da l’ultima volta che mi sono visto, a momenti mi veniva un infarto. »
Dopo aver selezionato le varie candidate, mi fissai su Giovanna.
Giovanna abitava a Ostia-Infernetto, sola in un villino.
Era scrittrice e aveva fatto successo, quando scrisse un libro sulla Anonima Sequesti Sarda, intervistando un ricercato dalla polizia di nome Mesina.
Non avendo rivelato alla polizia, quello che il bandito le aveva detto, gli fece comprare un terreno (vista mare) sulla costa Smeralda, per due soldi (ovvero, per pochi milioni).
Su quel terreno ci fece costruire una villa, che non fù mai visitata dai ladri, perché era sotto la protezione di Mesina.
Giovanna Grim... non si era mai sposata per non avere nessuno che la comandasse.
Quando ci incontrammo; io ero in macchina e lei in bicicletta.
Tornava a casa dopo aver fatto palestra.
Disse che aveva settanta anni, ma non sembrava di averne tanti, forse per causa della ginnastica che frequentava.
Il suo villino era ben guardato, aveva i sistemi di allarme ben sofisticati, come gli altri abitanti di Infernetto.
Ogni tanto però c’erano degli assalti e straneamente durante gli assalti, i dispositivi di allarme, non funzionavano.
Perciò cercava oltre alla compagnia, un appoggio in caso di assalto.
Le parlai di me, del mio passato e dello sport che ogni tanto praticavo, e cioè, lo Judo.
Mi chiese se potevo dormire da lei; accettai ad una condizione: potevo rimanere, se non avevo lavoro da svolgere ad Ardea.
Giovanna non aveva domestici, dopo che tutti quelli che aveva avuto, l’avevano sempre derubata.
Mi aveva dato il telecomando a codice, la chiave del cancello, la chiave di casa e la chiave della “ Dependance ” (dove avrei dormito).
La “ Dependance ” stava nello stesso villino, solo a piano terra e nella parte posteriore.
Quando uscivo dal lavoro andavo da lei; dopo le ore 14 se non avevo straordina-ri da fare, la sera alle 20 o 21, se li avevo.
Il giorno dopo che mi aveva dato le chiavi, tornai a Infernetto dopo le ore 14 e dato che faceva caldo, andai in casa sua a prendermi una birra.
Sul tavolino all’ingresso vidi una grande busta; la busta era aperta e s’intravedevano diverse banconote di grosso taglio.
Come la vidi, lì rimase; solo che non mi allontanai dalla casa, restai in giardino ad allenarmi.
Come rientrò Giovanna le dissi della birra che avevo bevuto e della busta; lei disse di aver fatto bene a prendere la birra, di fare come se stessi a casa mia. Della busta non disse niente.
Se avrà controllato le banconote non lo sò; avevo la coscenza a posto, non avevo l’abitudine di prendere quello che non era mio.
La notte dato il mio sonno leggero, mi svegliavo spesso e aprendo la finestra, ascoltavo i rumori notturni.
Una notte, mi sembrò di sentire dei rumori nel giardino.
Uscii dopo aver indossato sopra il pigiama una tuta blu scuro.
Muovendomi come un leopardo (il leopardo è nero), presi tre ladri.
Portavo sempre con me un manganello di piombo (ricordo del Fascismo) rivestito di gomma.
Quando colpiva, stordiva, ma non lasciava lesioni.
Così quando sorpresi i tre ladri, uno dopo l’altro, li misi fuori combattimento e con dei lacci che portavo sempre con me, li immobilizzai.
Quando furono immobilizzati, svegliai Giovanna che chiamò la polizia.
Da quel giorno ero diventato l’eroe del quartiere, perché dopo quei tre e un dipendente della Compagnia di sistemi di allarme, non ci furono più assalti.
Una sera dopo aver cenato, stavo leggendo un libro, quando Giovanna apparve in costume da bagno e dopo aver messo una musica, si mise a fare ginnastica aerobica.
A me più che: aerobica, sembrava erotica, tanto che mi fece venire la voglia.
Cecai di concentrarmi al libro, ma non potevo fare a meno di tornare a volgere lo sguardo al corpo di Giovanna.
Per avere settanta anni, (non mi mostrò il suo documento d’Identità) li portava bene; aveva il corpo di una trentenne; massimo quarantenne.
Ad un dato punto dissi: « È meglio che me ne vado a dormire, sennò finisce
male. »
« Male, per chi? » disse Giovanna.
« Per te! Non sono mica fatto di ferro. »
« Per me, e che mi fai? »
« Questo! »
L’afferrai per la vita e me la misi in grembo facendole sentire l’erezione, poi le presi il viso e la baciai.
Al bacio rispose, aprendo la bocca e lasciando che le nostre lingue giocassero tra loro.
Mentre ci baciavamo le tolsi il costume e cominciai ad accarezzarle la vagina che era già umida.
Alzandomi la portai in braccio verso la sua camera da letto e me la scopai.
Giovanna non fece la passiva, rispose al mio assalto con il controassalto e alla fine ci fu una resa di entrambi.
Da quella notte, la sua camera diventò la mia, con lei compresa.
A Giovanna piaceva scopare e me lo dimostrava sempre, in qualsiasi occasione:
Se stava al bagno a fare qualsiasi cosa, mi chiamava e si scopava: sotto la doccia, dentro la vasca, sul bidè, appoggiata al lavandino, seduta sulla lavatrice in moto.
A Giovanna d’estate, piaceva abbronzarsi stando sdraiata nuda sul terrazzo; senza pudore, anche perché lì ognuno si faceva i cavoli propri.
Un giorno tornato dall’ufficio, fui guidato dalla musica e una volta giunto, mi spogliai e mi feci abbronzare la schiena stando sopra di lei.
Giovanna era però una donna strana.
Era ricca, eppure era attaccata ai soldi.
Me lo dimostrò quando gli rubarono la vecchia, scassata (di carrozzeria) Fiat 500.
Quando la polizia la ritrovò, i ladri gli avevano bruciato (forse per un male contatto), l’impianto elettrico.
Per sostituirlo, l’elettrauto gli chiese 140 mila lire.
Apriti cielo, 140 mila lire; la volevano derubare.
Non ci stava a pagare tanto.
L’elettrauto gli aveva detta, che era il minimo che aveva chiesto.
Giù lacrimoni, non voleva mangiare (quello che avevo comprato con i miei soldi).
Alla fine, parlando con l’elettrauto, gli dissi: « Settantamila lire ce le metto io che sono un amico di Giovanna, però non devi dirlo a lei; basta dire che è uno sconto che faceva solo a lei.»
Giovanna fu contenta di pagare settantamila lire.
In casa diceva spesso: « Quel meccanico mi voleva fregare settantamila lire. »
Meno male che non glielo disse in faccia.
Alle volte dopo aver fatto sesso prima di dormire, nel salutarmi sulla porta di casa, la mattina, mi diceva: « Non la vuoi salutare? »
Ed io pur vestito di tutto punto, tiravo fuori il pene e lo introducevo dentro la sua vagina e serrandole le chiappe con le mani, me la scopavo, poi con il fazzoletto mi asciugavo l’uccello ed andavo al lavoro.
Al lavoro, alle volte non rispondevo ad una chiamata (femminile); dopo lo strapazzo di Giovanna, l’uccello non voleva lavorare.
Andammo bene, fino a quando non ci stancammo.
Di Giovanna conservo un buon ricordo.
Tornai a mettere l’annuncio sul giornale.
Ci fu un periodo in cui le donne mi chiedevano i soldi per scopare.
Una dopo averla pagata anticipatamente, voleva che gli leccassi la vagina, al che le dissi: « Avendomi chiesto i soldi, sei te che devi lavorare, non io, piuttosto, leccami tu l’uccello. »
Un giorno stufo di tante richieste, misi l’ultimo annuncio: Le donne pensano solo ai soldi che all’Amore.
Quando uscì il giornale, lo comprai per vedere se avevano pubblicato il mio annuncio.
Lo avevano pubblicato.
Sotto al mio ce ne era un altro che mi attirò l’attenzione: Donna disperata cerca un vero amico. C’era un numero telefonico.
Telefonai e mi rispose una donna che pur parlando italiano, si sentiva che era straniera.
Quando le chiesi come si chiamava, mi disse Marie, era francese di Toulouse, abitava vicino Roma; a Campagnano.
Non sapendo dove era Campagnano, fissammo un incontro a Piazza Venezia, sotto al Vittoriano.
Avendomi detto come era vestita, la riconobbi subito.
Quando la vidi, mi stava di spalle e dalla siluetta, si capiva che doveva essere una bella donna.
Quando la chiamai: Madmoiselle Marie, si voltò e...si può dire, fu un amore a prima vista.
Se non fossero state le mani, avrei detto che era una ragazzina.
Le mani invece, mostravano l’età; e quando me lo disse, non ne dubitai.
Aveva la mia stessa età (cinquanta anni).
Parlammo di noi.
Marie era divorziata da quattro anni.
Dopo essere divorziata aveva venduto la sua casa e si era trasferita in Italia, in una terra dove le case costavano meno che nella città di Roma.
Quando era sposata, lavorava come segretaria in uno studio legale il quale aveva rapporti con l’Italia, così aveva studiato l’italiano e con le referenze che aveva, aveva trovato lavoro in uno studio legale a Roma.
Il suo lavoro le permetteva di vivere e di pagare le rate del mutuo della casa.
Quando aveva rifiutato di essere l’amante dell’avvocato che dirigeva lo
studio era stata licenziata con l’accusa di aver rubato dei documenti che erano
stati trovati nella sua borsetta.
Nonostante avesse giurato di non saperne niente di quei documenti, era stata mandata via e fino a quel giorno non aveva trovato più lavoro.
Era disperata; tutte le persone che credeva amiche, se erano donne l’avevano allontanata, se erano uomini, volevano il suo corpo in cambio di aiuto.
Era disperata, non era una prostituta, ma non sapeva cosa fare per uscire da quella situazione in cui si trovava.
Essendo di animo buono, le misi un braccio sopra la spalla dicendole: « Io non ti chiederò niente, se mi vuoi considerare come un amico (un vero amico).
Le diedi dei soldi per pagare le rate scadute e la metà del mio stipendio per vivere.
Due mesi dopo, mi invitò a casa sua e recandomici, le portai una scatola di Baci Perugina.
Li accettò volentieri e dopo aver preso il caffè mi chiese; perché le avevo regalato quei baci?
Le risposi: « Di baci, te ne avrei dati degli altri, ma avevo paura che li potevi rifiutare. »
Accettò i miei baci e quando introdussi la lingua nella sua bocca, contracambiò i baci.
Presi subito fuoco e abbracciandola le feci sentire il mio desiderio.
Invece di rifiutarmi, mi aprì la cerciera dei pantaloni e tirò fuori il pisello rigido e se lo lasciò mettere tra le gambe.
Sul divano non si scopa bene.
Dopo il primo assaggio, terminammo il rapporto nel letto.
Si dimostrò una vera amante (degna della terra da cui veniva).
Si lasciò fare di tutto e di tutto fece, solo non lo volle nel culo.
Dopo quel giorno, non volle che andassi via dalla sua casa e andai a vivere con lei.
Quando andai in pensione, anche io ero divorziato, ci sposammo e dopo aver venduto la sua casa, andammo a vivere in Francia.
Dopo venti anni, il suo fuoco sessuale si è andato smorzando (ma non il mio).
Quando ho voglia di fare sesso e lei non me lo lascia fare; lo faccio di notte nei miei sogni erotici.
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